Wunderkammer: poesie edite di Carlo Tosetti

«Le Wunderkammer nascono nelle terre gelide del nord, frutto di retaggi medievali filtrati attraverso il Rinascimento, prendono il loro nome in Germania e si diffondono in Europa fra XV e XVII secolo […] Gli oggetti in esse conservati si dividevano in naturalia e 6 artificialia (o mirabilia). I primi, di origine naturale, avevano alcune qualità o aberrazioni che li contrassegnavano: animali esotici o deformi, esemplari unici, piante e frutti dalla strana forma. I secondi erano frutto dell’ingegno dell’uomo: reperti archeologici o esotici, oppure manufatti e opere d’arte (sculture e dipinti, ma anche manoscritti, spartiti) realizzati con tecniche o materiali preziosi, o tali da nascondere messaggi in codice da decifrare»,

dalla prefazione di Antonio Lillo a Carlo Tosetti, Wunderkammer, Pietre Vive, 2016.

 

Dalla sezione Artificialia II: Elvira e Tiresia

VUOTO

Publio Quinto Marcello
colla destra slacciò
il paludamento e vide
mozzato l’avambraccio
un giorno all’indietro
dal barbaro lesto.
Resse pur lo scudo,
la mano fantasma
ruppe mascelle e coppe
sollevò l’indomani,
poi scrisse mancino
che il vuoto contiene.

***

Dalla sezione Naturalia I: Esemplari sommersi

ARTICO

Ho visto inabissare,
che il narvàlo spira,
ultimo il corno
rivolto all’aurora
e dal dorso gli squarci
sfiatare il soffio
sui ghiacci a levante.
Laggiù dove insorge
tenue la lunga mattina,
perduti gli arpioni,
s’adunano i morti.

***

Dalla sezione Naturalia II: Esemplari ibernati

NORD

Nei microcosmi di pianura,
aduggiati dal Nord,
ramificano i muschi
e si pasce l’onisco; sono essi piccoli
mondi sormontati
da immani muri
sbiancati vanamente,
madidi e gibbosi,
poiché il sole
lambisce l’oscuro
e percorre altre sue rette.

***

Un collezionista

Di che sostanza siano i ricordi, dove siano collocati (la memoria è dentro di noi? fuori di noi?), se siano risultato di mirabili assetti chimici o genericamente «energetici», tutto ciò è sconosciuto. Certo è che i ricordi, durante lo svolgersi delle nostre esistenze, ci contrassegnano e ci plasmano. Emblematico, in tal senso, il dramma vissuto da un essere imprecisato, che per tale ragione devo chiamare freddamente X, il quale si risveglia in un luogo privo di riferimenti, colori e connotazioni spaziali. Una volta ripresosi, X non solo si accorge di essere circondato da cubi verdi fluttuanti e fluorescenti, ma di essere lui stesso siffatto.

È così, allora, che X apprende la sconcertante verità: egli non è un essere umano, ma un cubo di gelatina verde. Tutto il suo vissuto è frutto della sua mente; probabilmente (tuttora non ne sono certo, in quanto non conosco la fisiologia dei cubi di gelatina verdi) al momento della nascita un grave intoppo lo fece sprofondare in uno stato vegetativo. Insomma, il povero X s’è sognato tutto:

il parco giochi in Via Solari, il cane che mangia il suo pongo per poi defecare in mille colori, il distributore di semi di zucca e la nonna imbacuccata in una sciarpa color corallo. Le scampagnate coi genitori, a cercar fossili o funghi, i musei della scienza e l’enciclopedia di casa, con le sue agghiaccianti immagini anatomiche d’uomini scorticati in nome della conoscenza e quel San Sebastiano trafitto, con lo sguardo diretto in alto a destra, verso la sorgente di luce, lo sceneggiato sugli Sforza ed il loro stesso castello. Questi sono i primi ricordi, che s’affacciano alla mente (non ho la 10 certezza che ne abbia una), del nostro X.

Poi, questa immensa matassa d’irrealtà si gonfia a dismisura, di pari passo col pieno risveglio; compaiono allora antiche civiltà ch’erano esistite altrove, di là dell’oceano mare, e la consapevolezza delle pagine riempite a descrizione di questi popoli perduti, acconciati con penne d’uccelli mai visti e dai nasi perforati con ossa di ispidi mustelidi, divoratori d’insetti coriacei e anellidi grassi come anaconde. Riaffiora la consapevolezza della lingua perduta di questi selvaggi, al pari delle lingue straniere ch’esistono ma non si conoscono e in questa babele di cose e di voci, s’affaccia il ricordo bambino del dispiacere nell’apprendere come Babbo Natale, al pari dei tappeti volanti e del Barone di Münchausen, sia un’innocente menzogna per rallegrare i piccoli.

Altra menzogna è quella delle presunte conseguenze mortali, una sparata della nonna, per aver ingoiato una pallina di stucco, durante l’apprendimento dell’uso della cerbottana (a proiettili di stucco, per l’appunto). Si fa strada la sensazione che il dolore per la lunga fila di morti, dalla prozia paterna (che fumava sigarette strette e lunghe, tenendo un mignolo all’infuori e commentando in francese «il faut!») ai popoli spazzati via dai cataclismi, fu un dolore vano, suscitato da eventi mai accaduti e che, forse, la razza dei cubi verdi gelatinosi nemmeno conosce il dolore, imbevuta com’è d’un pneuma che veicola l’atarassia, e di questi concetti nemmeno conoscono l’esistenza, in quanto fu soltanto X, nel suo lungo sonno, ad inventare la filosofia antica e le teorie contrapposte, sebbene non le avesse mai studiate e fossero rimaste incistate allo stadio larvale, come tenie nel carbonato di calcio (cosa siano gli elementi primi sarebbe un altro argomento monumentale) e gran 11 parte delle velleità, che si consumano imboccando la discesa nel tempo, il quale, forse, non esiste nel mondo sospeso dei cubici gelatinosi.

Ebbene questo inaudito labirinto di realtà ipotetiche, completato dalla presenza dell’universo e di dimensioni parallele, dalle quali connaturate realtà ci scrutano attraverso un velo puramente ideale, passati gli anni continua a tormentarmi, come tormenta il povero X.

Compreso che non esiste struttura del pensiero senza linguaggio, mi sono chiesto come possa X comunicare coi suoi simili, senza aver passato i loro misteriosi stadi evolutivi e come possa costruire un universo intero.

Saltuariamente aggiungo un particolare nei ricordi del mio flaccido e verde compagno; ecco l’ultimo: leggendo un racconto della Munro, ho compreso che X non si capacita del fatto d’essere stato rimbrottato quel dì, per aver pronunciato Munro alla francese e non all’inglese, cioè non comprende esattamente la ragione per cui un cognome canadese debba essere pronunciato in una precisa lingua, in un paese che ne conta undici e – manco a dirlo – non ha mai visitato; X non digerisce (sorvoliamo sull’esistenza dello stomaco) il fatto d’essersi documentato intorno a vicende storiche e coloniali d’un mondo mai esistito.

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