Verso Occidente l’impero descrive il suo corso – opinioni su Stranger Things

Logo della serie tv Stranger Things (Duffer Brothers, Netflix, 2016 – in corso).

Stranger Things prolifera, ora siamo alla terza stagione e non c’è nulla di nuovo sotto al sole. È tutto esattamente come ve lo aspettate. È consolatorio, confortante nella sua prevedibilità. Ci sono i cliché reinventati, ci sono i riferimenti alla cultura pop – è tutto una citazione, quasi un audiovisivo e nostalgico unisci-i-puntini.

E, naturalmente, piace. Piace il mondo com’era, come vogliamo credere che sia stato, Usa buoni e gagliardi contro Urss crudele e seriosa, nessuna contraddizione e nessuna sfumatura, il piccolo mondo della provincia dove tutto va bene – andrebbe: c’è una grande minaccia che si affaccia, la globalizzazione, il grande centro commerciale che preannuncia l’industria e la fine di quel sogno di vita rurale, quella vita più autentica e in equilibro con la natura.

Perché piace? Perché è semplice. Perché è confortante lo stereotipo, perché nell’era crudele e spaventosa in cui ci troviamo è bello che i rapporti umani siano semplici e immediati.

Nel deserto del postpost tutto è meta e niente è vero: Stranger Things non è solo Stranger Things, ma è anche la sublimazione della rappresentazione di un’epoca passata, in fatto di artifici narrativi. Il poliziotto buono è tutti i poliziotti buoni, i russi cattivi sono tutti i russi cattivi. E come tale, Stranger Things è anche una proposta. Una proposta estremamente triste a dire il vero, la desolazione della mancanza di alternative che arriva al punto da rendere accettabile la regressione. Nessuna nuova idea, nessuna nuova proposta, quindi si riciclano le proposte passate. Il climax dell’imperante relativismo culturale: il tentativo di riproporre il feticismo dell’era reaganiana, la celebrazione del consumismo come modello positivo. Perché? Forse perché è più semplice idealizzare un passato tutt’altro che ideale piuttosto che proporre narrazioni nuove della realtà che stiamo vivendo, troppo caotica e convulsa per arrischiarsi a metterla a fuoco senza scontentare qualcuno della grande folla a cui Stranger Things si propone di arrivare.

Nella molteplicità delle narrazioni, la macchina spettacolistica del capitalismo cerca di imporre nuovamente la celebrazione di sé stessa, l’esaltazione di quel modello di vita consumistico occidentale per il quale non sapevamo di dover pagare – anche se ora lo sappiamo, ci ritroviamo al momento del conto, che ci piaccia o no, e sarà salatissimo.

Michelangelo Franchini

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