Variazione Madre: poesie edite di Federico Preziosi

«Preziosi non è particolarmente interessato a una dimensione icastica della donna; non intende fornirne un’immagine soteriologica, ma entra in un mondo che per costituzione gli è estraneo, dimentica il proprio linguaggio “marziale” e de-costruisce se stesso rigenerandosi in un io femminile con una forma intensa di empatia. Preziosi stesso sembra darne indicazione in un verso quando dice: Divenni Figlio, Amore e infine Donna. Il poeta propone una sorta di climax metamorfico: la figliolanza maschile si riscopre donna superando il dissidio attraverso l’amore […]»

dalla prefazione di Giuseppe Cerbino a Federico Preziosi, Variazione madre (Controluna, 2019)

Dalla sezione Canti:

Creusa

Lavinia, fare all’amore è un destino
come cecità è in essere tra fiore,
polline e pelle.
Spergiurando il frutto della resa
il cui lascito sa di perdita,
dimmi quanto sedimento brucia:
quanto marcio vive in questa terra
da rendere vendetta la tregua
di un refuso, e quanto ancora potresti
dire alle promesse? Le tue per sempre
prima anche delle mie:
in quanto morta sono oblio,
pulviscolo in origine.

***

Dalla sezione Disincanti:

Ti assiepavi sul grembo in una coltre di gerani
e un dissapore delle onde, tra le dita e l’attimo,
incassava del piano la disfatta orizzontale.
Me ne morivi un poco senza far rumore.
Dal tramonto all’alba restavi sincope accasciata
e, carbonifero, resuscitavi il germe della discordia:
dentro, me lo sono tenuto per il trambusto dei rami
là fuori schiaffeggiati da mille folate. Il turbinio
risuonava dentro come l’aria in canne d’organo.
Non potevo liberarla, io non potevo ormai lasciarla
e mi tappai la bocca quel giorno sul nascere
un momento per esplodere, un momento
negli intrecci degli spifferi dei colpi. E tu,
senza neanche muoverti, covavi nei tuoi colpi
i tuoi colpi atroci, la mia assenza mentre mi scavavo
e nello schifo del diletto mi costituivo all’ordine.
La beata mia mancanza finalmente era tornata
dentro un male che a sentirlo pareva casa.

*

Ho del mare da piantarti nella gola.

Questo mare che mi balla, che mi beve,
che sconquassa. Questo mare che mi esplode
dalle viscere dal ventre. Questo mare
che si stende di bonacce e di tormente,
che dal baratro si allunga sopra il becco di delfini
con le buste della plastica a bandire le rovine.
Questo mare che le trame ci accoltella come lame
conficcando le budella tra quei denti sangue e perla:
entro selachimorphe ma della perdita gitante
anatemi ho visto nascere e non c’era nessun altro,
alfabeti e religioni divulgati dalle onde,
vite al largo pei naufragi e le doglie trapassate.
Quanto sentimento scava la mia furia che ti stringe
a quale cielo declamare la finzione e l’astrazione,
quando vedo apertamente che ho perduto la razione
delle ossa mai piantate e del sangue mai sgorgato,
della pietas per me stessa e il sorriso che mi chiama,
che mi abbraccia, che mi dice con la sua vocina «mamma!».
Questo mare come lava sarà faro del tramonto.
Sarà freddo con le spoglie perché, fino a quando muove,
questo mare volge il canto a tutti i fiori, a tutti i mali
che ha piantato le radici da nutrire con il sale.

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