Urla la fine che pianta germogli: poesie edite di Letizia Di Cagno

La poesia di Letizia Di Cagno si innalza come una continua invocazione a una forma di amore, ma anche di non amore, la quale appare come una immagine di libertà cui conformare il proprio corpo e la propria anima. Questa invocazione, innalzantesi in un canto lirico che si eleva sopra i rituali scontati della quotidianità, è attorniata di oggetti, alcuni più leggeri, altri più pesanti, che si uniscono in una danza quasi magica cadenzata dall’alternarsi delle stagioni. Lo stesso corpo e le sue parti si uniscono a questa danza leggiadra e il desiderio quasi famelico della fisicità, vera e propria forza che scaturisce da dentro, si stempera in immagini nette e cristalline: «E pensa, la mia forza: / io voglio incendiare il caso straniero / dei tuoi lineamenti, / venirti a cercare nelle palpebre /chiuse». Lo stesso corpo, nella invocazione all’amore desiderato, presente o lontano, si sfalda, si scompone quasi in minuscola materia volteggiante nell’aria e, ancora una volta, in un’aria violentemente fisica, segnata dalla presenza indelebile di un temporale: «Ti faccio dono di me. / Guarda le mie speranze /riscaldarti le mani; /guardami come manciata nel temporale». E, nella poesia che dà il titolo alla raccolta, Urla la fine che pianta germogli, vi è appunto la presenza di germogli sparsi, seminati e piantati quasi alla rinfusa perché le radici si cambiano, mutano e da esse ci si allontana come tanti nuovi germogli. E ancora, in maniera estremamente fisica, la «fine che pianta germogli» va urlata «con i polmoni rossi d’aria».

La presenza delle varie stagioni è uno sfondo quasi lieve e spettrale (ma, anche, ossimoricamente, profondamente fisico e greve) che si dispiega d’intorno: in Ti faccio dono «è l’inverno che per me accudirà i fiori» mentre in Nel camposanto è sempre l’inverno a introdurre un’immagine contemporaneamente fisica ed eterea: «Nel camposanto, amore, a berci in quest’inverno di ghiacci / di pupille di fiori». In Estate, invece, la stagione è presente fin nel titolo e si tratta di una vera e propria forza naturale che lascia il segno, un elemento dal carattere quasi mitico perché dispensatore di cecità, in un mare antico che d’intorno avvolge e, infatti, « vien quasi voglia di svegliarsi / Tiresia, ma senza uno scopo, / senza uno scopo».

Grazie a tutte queste caratteristiche la poesia di Urla la fine che pianta germogli possiede una forza inedita, nuova, cristallina, e intarsiata di una continua aspirazione alla libertà. Questa, infatti, la si può ritrovare sia nella forma dell’amore che in quella del non amore, grazie a una solitudine che diviene quasi sensazione perfetta e carezza per l’intero corpo: «È un grande amore / la mancanza di amore. Adesso lo so. / Smetto di bruciarmi le dita / con tutto questo avere. / Poi rassereno voi tutti. Che amate. / E vi saluto».

Nota di lettura a cura di Paolo Lago a Letizia Di Cagno, Urla la fine che pianta germogli, (Marco Saya, 2019)


Dalla sezione Radicamenti:

Il giorno è diventato un epitaffio

Il giorno è diventato un epitaffio
sulle nostre lenzuola e sulla bocca
ho lasciato stendere lunghe parole al tuo orecchio.
E muore, germoglia a dismisura
con la voce di mia madre – la vicinanza
complessa di chi si macera, il sogno
che ha la bontà del riso
come si conservasse uno spettro sacro
in una zona di lino. E pensa, la mia forza:
io voglio incendiare il caso straniero
dei tuoi lineamenti,
venirti a cercare nelle palpebre
chiuse. Posso paragonarti perfettamente
al mio unico atto di coraggio:
quello che ho salutando in cuore
slittamenti di me
che cammino amando. La sera –
ritaglia l’idioma libero
finché non è il senso sfinito del cielo.
È così dolce scoprirti uomo.
Ma mai giunge, per me,
il frutto delle mie solitudini.

Ti faccio dono

Si può morire di tenerezza
E te ne parlo da questa parte del mio balcone,
dove stanno crescendo
muffe e radici contro il temporale.
Niente si difende come le corazzate
armate per tutta la mia città
spartana. È l’inverno
che per me accudirà i fiori,
o prenderà per i capelli
i marmocchi di un semplice cuore –
troppo felice per la parola
che si scandisce dopo il rimprovero
e le congratulazioni
(all’appendice – verso la fine
la vita genera inspiegabili campi
di quadrifogli).
Ti faccio dono di me.
Guarda le mie speranze
riscaldarti le mani;
guardami come manciata nel temporale.

***

Dalla sezione Vento di bolina:

Urla la fine che pianta germogli

Mio amore, ho sentito che ti sfugge
il concetto di nulla
e ne vuoi ancora un ascolto.
Ogni notte l’ora è la stessa
e scivola una possibilità di sogno:
suonano campane che arrivano agli ultrasuoni.
È libero il pensiero di chi sono
se si spezza l’anello,
ma non conosco forze
per estinguere i padri pesanti
che vivono nella tua testa.
Parli una storia
che ha cambiato radici.
Resta, c’è un sentiero
che conduce all’usura, un albero intossicato
che può maledire il conoscersi.
oppure non lasciare traccia di risentimento,
urla la fine che pianta germogli,
con i polmoni rossi d’aria.

***

Dalla sezione Guardandoci vivere:

Congedo

Mi sono alzata con un’intenzione
grande perché morivo e volevo vedermi.
C’è sempre nebbia, ma tocco
le giacche di molti altri sulle grucce
e la mia voce
interrompe una scoliosi
di cielo. È la storia dell’umanità
sfilacciata negli alberi: molliche identiche
agitate nel sole, contro
il loro proprio respiro. Io copro
qui dentro la vergogna
come qualcuno con la foglia (e posso
pure ridermi addosso).
L’interno è il calco della mia mano
che fa volare il pallone.
Grido che è la nuova terra
e bacio il sasso,
il sentimento di sfida
e quello di perversione, quello
che fa mangiare i fioroni
in pubblico.
È un grande amore
la mancanza di amore. Adesso lo so.
Smetto di bruciarmi le dita
con tutto questo avere.
Poi rassereno voi tutti. Che amate.
E vi saluto.

*

Estate

Ora il fico accerchiato di sole preme
sul collo di mia madre l’ennesima fine –
un’estate – il mare mai tastato e
veramente l’occhio è cieco,
vien quasi voglia di svegliarsi
Tiresia, ma senza uno scopo,
senza uno scopo.

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