Una mela al giorno – un racconto di Giulio Armeni

Ho sempre pensato che i semini della mela fossero velenosi, finché non incontrai Mara. La prima volta che ebbi abbastanza intimità da sbucciare una mela in sua presenza, mi chiese di lasciarglieli. Io obiettai che avevano il cianuro dentro. Lei rispose che sì, era vero, ma quattro semini al giorno non l’avrebbero certo uccisa. Fu la prima volta che alluse a un futuro insieme.

In trent’anni di matrimonio lei non fece altro che avvelenarsi un po’ a ogni fine pasto. In fondo mi affascinava; ai miei occhi era una di quelle regine dell’antichità intente a rendere immune il loro corpo. Ci provavo, ad avvicinarle una fetta sulla punta del coltello, ma lei rifiutava sempre. Lei ribaltava tutto porgendomi un semino tra le dita, ma io non l’amai mai abbastanza da volerli assaggiare.

A riprova del fatto che questa sua abitudine non era letale, quando arrivò la malattia non trovarono alcun legame con i semini. La sua degenza non c’impedì di proseguire il rituale; si sa che in ospedale la mela c’è sempre. Poco male, anche perché l’ultimo giorno, per com’era ridotta, solo i semini riusciva a mandar giù.

Oggi fanno 365 mele da allora, e il mio avvocato ancora non è riuscito a far quadrare i conti con l’eredità e tutto il resto. Siamo stati a pranzo fuori, e mentre lui usava il fumo come una punteggiatura delle parole, io trattenevo il fiato e mi concentravo sulla mia terapeutica mela giornaliera. Quando, a fine pasto, ho posato i semini su un tovagliolo aperto, m’ha chiesto ironicamente se li conservassi. Io ho scosso la faccia come un sonnambulo che si sveglia, e gli ho spiegato a cosa dovevo quella vecchia abitudine. Devo esser stato credibile, perché quando ci siamo salutati ha finto commozione. Non s’è neanche accorto di quando, alzandomi, mi son ficcato il tovagliolo in tasca.

Sono a casa. Stappo il barattolo e ci svuoto il tovagliolo. È ormai pieno all’orlo, come gli altri nove. Guardo la cucina immaginando quanto spazio m’avrebbero preso 365 mele, piuttosto che i soli semini.

(Dovetti svuotarli per forza, i barattoli, quando le confetture di mele fecero la muffa. Mi dispiace giusto che fossero l’ultima cosa che mi restava di Mara. Mi chiedo come cazzo facesse a farle così buone, una che non aveva mai assaggiato una mela in vita sua.)

Poso i dieci barattoli sul tavolo, poi mi siedo comodo. Li osservo un po’: dovrebbero bastare. Apro il primo barattolo e ci affondo il cucchiaio. Chiudo gli occhi. Amarissimo e croccante.

Giulio Armeni

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