Umbrella Academy: come Netflix rompe il genere supereroistico

Logo della serie tv (Umbrella Academy, Netflix, 2019).

Umbrella Academy è stato solo un fumetto (pubblicato dalla Dark Horse Comics nel 2007, scritta da Gerard Way e disegnata dal pluripremiato fumettista Gabriel Bá) fino al 15 febbraio 2019, quando su Netflix sono stati resi disponibili i primi dieci episodi dell’adattamento “televisivo” dallo stesso titolo.

Con i dovuti ritagli e adattamenti per il piccolissimo schermo, la trama della serie tv segue gli stessi personaggi presentati della serie a fumetti: Sir Reginald Hargreeves (Colm Feore), famoso ed eccentrico multimilionario, adotta sette bambini dai poteri sovrannaturali, tutti nati nello stesso giorno da donne che fino al momento del parto non erano mai state in stato interessante. Luther (Tom Hopper), Diego (David Castañeda), Allison (Emmy Raver-Lampman), Klaus (Robert Sheehan), Numero 5 (Aidan Gallagher), Ben (Justin H. Min) e Vanya (Ellen Page) fanno parte della cosiddetta Umbrella Academy, in cui vengono addestrati dal padre adottivo per diventare un gruppo di supereroi con l’unico scopo di difendere il genere umano dal Male.

Copertina di Umbrella Academy: Apocalypse Suite #2 (G. Way, G. Bá, Dark Horse Comics, 2015).

Nella versione analogica, i protagonisti di UA combattono contro classici supercattivi, che rendono il fumetto molto più legato al genere supereroistico rispetto alla serie tv. Quest’ultima è molto più legata alle componenti umane della vicenda dei fratelli Hargreeves: i legami famigliari, il rapporto con il padre adottivo, il ruolo della madre e le difficoltà di vivere una vita nella quale si è solamente un numero, il membro di una squadra composta e gestita dall’alto, in cui i membri non hanno vera capacità decisionale nei confronti del proprio percorso di vita. La serie tv ha quindi un tono più pacato (per quanto possa esserlo una storia con l’incipit sopra descritto) ed è sostenuta dai due elementi più forti del fumetto: le difficoltà emotive e relazionali dei personaggi e la trama orizzontale. Questi ultimi permettono una maggiore vicinanza con il pubblico, che può riconoscersi nelle necessità dei fratelli, donne e uomini che affrontano vite costruite su fondamenta instabili.

A prescindere dalle differenze dell’adattamento rispetto all’opera originale, i protagonisti di UA sono il palese risultato della nuova estetica morale delle produzioni cinematografiche, per la televisione o per le piattaforme di streaming: Allison è nera, Diego è sudamericano, Ben è asiatico, Klaus è tossicodipendente e soffre di disturbo da stress post-traumatico, Luther ha problemi con il proprio aspetto fisico e Vanja ha problemi di autostima. La famiglia Hargreeves così descritta sembra essere stata costruita per risultare abbastanza politically correct, quanto in linea con le necessità di un pubblico sempre più a conoscenza di temi che prima di oggi nessuno avrebbe mai messo così in evidenza in un prodotto mainstream.

Una scena di Umbrella Academy (Netflix, 2019).

Nonostante questo possa essere percepito da alcuni come un elemento negativo o addirittura un handicap, UA gestisce le importanti tematiche di carattere emotivo e psicologico, oltre che generalmente umano, senza scadere nella banale retorica dell’inclusione cieca, priva della possibilità di ragionamento sulla complessità di tali condizioni. In questo, l’incastro perfetto con la trama orizzontale (il mondo come lo conosciamo sta per finire e i fratelli Hargreeves devono evitarlo) rende Umbrella Academy un prodotto perfettamente ritmato ma, allo stesso tempo, in grado di scavare nel profondo dei propri protagonisti.

La sequenza d’uscita del finale di stagione promette, inoltre, un ritorno al passato dei fratelli Hargreeves, possibilmente aprendo il discorso delle motivazioni delle azioni della prima stagione; se accompagnato da una trama e da una regia altrettanto ben realizzate, Netflix non avrà rovinato una perla del genere supereroistico che, paradossalmente, trascende gli stessi supereroi.

Sara Giudice

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