True Detective: Childress, Pan e il Wilder Mann

La prima stagione del serial televisivo True Detective, creata e diretta dall’italoamericano Nic Pizzolatto, va a inserirsi come ultimo anello di una particolare “catena” che idealmente unisce diverse serie televisive caratterizzate da argomenti e suggestioni di tipo paranormale ed esoterico. Possiamo menzionare come esempi The Twilight Zone (noto in Italia con il titolo Ai confini della realtà, uscito a fine anni Cinquanta), una miriade di mini-serie perlopiù anglofone degli anni Sessanta-Settanta inquadrabili nel filone folk-horror (un ottimo esempio è Children of the Stones), fino ad arrivare agli anni Novanta con il celeberrimo Twin Peaks di David Lynch e con le creazioni di Chris Carter (The X-Files e Millenium) – solo per dirne alcune. Anche noi italiani abbiamo in qualche modo contribuito a questa speciale catena: si pensi alla fiction televisiva Voci notturne di Pupi Avati, trasmessa dalla Rai in un periodo evidentemente d’oro (metà anni Novanta) per questo tipo di argomenti. Nel panorama degli ultimi anni, poche serie tv possono vantare un impianto narrativo colmo di rimandi, suggestioni e citazioni esoteriche come la prima stagione di True Detective. In questo ciclo di articoli proveremo ad analizzarne alcuni.

Errol Childress: il Wilder Mann panico

Errol Childress True Detective

Ci vogliamo concentrare nel primo appuntamento di questa serie di articoli sulla figura, centrale nella prima stagione di True Detective, di Errol Childress.

Il primo aspetto di interesse da menzionare riguardo questo personaggio è la notevole somiglianza che si può riscontrare tra il suo ritratto di identikit e la simbologia tradizionale del Green Man, figura leggendaria della tradizione europea personificante la forza del potere germogliante vegetale e della natura selvaggia e panica [1] – figura che si confonde sovente con quella dell’«Uomo Selvatico» o «Uomo di Bosco» (conosciuto in Germania come Wilder Mann), che ne risulta essere un’ulteriore antropomorfizzazione [2].

L’identikit di Childress lo ritrae esattamente come una copia funzionale di queste figure del mito e del folklore: orecchie verdi e foglie ne decorano il viso («La mia idea è che forse avesse delle foglie impigliate alle orecchie», afferma Rust Cohle nell’ottava puntata). Tutto il suo volto appare come trasfigurato da una sorta di cascata vegetale; fiori o frutti sembrano ornare il suo capo. Persino l’aspetto fisico di Childress lo ricollega allo stereotipo morfologico dell’Uomo Selvatico, il cui aspetto comprende «robustezza, folta capigliatura, barba incolta, statura elevata, quasi sempre ipertricosi [3]». Combacia anche il fatto che l’Uomo Selvatico «nonostante scelga la fuga […] sarebbe dotato di una forza fisica sovrannaturale, in grado di concedergli l’opportunità di compiere azioni impossibili per gli uomini normali». In una puntata della serie, una testimone definisce Childress un “gigante”, ed è curioso che tale termine sia stato usato in molte culture come sinonimo di Uomo Selvatico.

L’Ombra primitiva della “comunione panica” sulla via per Carcosa

Analizzata nella prospettiva della psicologia del profondo di scuola jungiana-hillmaniana, la figura archetipica del Green Man/Uomo Selvatico veicola un sentimento di nostalgia verso una ancestrale età primordiale in cui l’umanità viveva con estrema naturalezza i suoi bisogni, per quanto selvaggi o “amorali [4]” essi potessero essere, in una sorta di “comunione panica” col cosmo inteso come un tutto organico («Pan»). Ne deriva che l’archetipo dell’Uomo Selvatico può simboleggiare anche – e soprattutto nel mondo moderno [5] – l’affioramento della parte primitiva, inferiore, oscura dell’essere umano: l’inconscio nel suo aspetto regressivo e pericoloso che Jung definì «Ombra». Proprio l’emergere di questa Ombra terrificante, che Errol Childress si trascina dietro da decenni di abusi, lo fa piombare in un mondo non ancora civilizzato, selvaggio, panico, in cui possa dare libero sfogo alle proprie pulsioni antisociali.

Alcuni autori [6] hanno notato come l’Uomo Selvatico in qualche modo «percorr[a] una strada più penosa e difficile verso la salvezza: la via della materia bloccata nella sua dimensione più primitiva, senza l’affanno e l’accanimento dell’illusione della ragione e del progresso» [7]. Questa sembrerebbe essere anche la strada seguita da Childress, una “via iniziatica” estremamente tortuosa e pericolosa, che Hillman nel suo Saggio su Pan definisce [8] la «via terapeutica della paura», la quale «conduce fuori dalle mura della città, in aperta campagna, la campagna di Pan».

In una intervista a Volture, Glenn Flesher – l’attore che nella serie tv interpreta Childress – afferma: «[Nic Pizzolatto] mi ha detto una cosa davvero utile [per calarsi nel personaggio] […]: la mia [di Errol Childress] mente è come una spaventosa casa degli specchi, un labirinto di orrori risultato di decenni di abusi».

La stessa abitazione di Childress supporta in pieno questa importante osservazione: negli anni egli ha dato vita, intrecciando rami, fronde e scheletri, a un vero e proprio intrico labirintico che, se da una parte suggerisce archetipicamente l’idea di una mente ingarbugliata e disordinata [9], rappresentando perciò l’esteriorizzazione della sua forma mentis, dall’altra veicola pure un anelito verso il ritorno a un mondo pre-civilizzato, pre-umano (Carcosa), in cui poter inscenare sacrifici di donne e bambini senza incorrere in una punizione da parte delle autorità. La Carcosa di Childress ricorda da molto vicino l’Arcadia, luogo originario del dio Pan, la quale – per dirla con le parole di Hillman [10] – «è una località tanto fisica che psichica. Le “oscure caverne” dove lo si poteva incontrare […] furono dilatate dai neoplatonici fino a indicare i recessi materiali in cui risiede l’impulso, gli oscuri fori della psiche da cui nascono desiderio e panico». Un simbolo equivalente – ci viene da pensare – al terrificante Minotauro (che con l’Uomo Selvatico condivide la natura solo parzialmente umana) al centro del labirinto di Cnosso.

Errol Childress Wilder Mann disegnoIn questo ambiente minuziosamente ricreato, Childress compie una moderna trasformazione licantropica [11] per dare libero sfogo alle sue pulsioni ataviche: come l’Uomo Selvatico, è colui che «ha raggiunto un livello evolutivo simile agli altri, ma decide di ritornare verso l’origine, perdere le “scorie” della civiltà e ritrovare un suo ecosistema nello spazio selvaggio della natura» [12]. Le parole di Massimo Centini sono illuminanti a riguardo, in quanto potrebbero perfettamente inquadrare la mente perversa di Childress in True Detective: «il male eterno trova nella figura selvatica un rifugio adatto, perché mediante il corpo non più umano ottiene un’estensione delle proprie possibilità di azione che a quel punto diventano oggettivamente temibili per l’uomo» [13].

Allontanatosi dal consorzio umano – in maniera simile, e ancora più netta, dei compagni di efferatezze Reggie e Dewall Ledoux – per condurre un’esistenza pre-civilizzata e pre-umana, Childress è dunque un «doppio funzionale» dell’Uomo Selvatico, una «sorta di essere primordiale, […] con tratti che in certe narrazioni riconducono all’animale; vive quasi sempre ai limiti della società e i suoi atteggiamenti, rispetto all’uomo “civile” aggregato alla comunità» [14] se ne discostano radicalmente: un emarginato che abita alla periferia della società civilizzata. Scrive ancora Hillman nel suo illuminante saggio [15]: «Il capro solitario [Pan] è infatti sia l’Unicità che l’isolamento, una maledetta esistenza nomadica in luoghi deserti, che il suo appetito rende sempre più deserti [16], e il suo canto, “tragedia”».

Sebbene alla luce del giorno – durante i turni di lavoro per la parrocchia – Errol Childress faccia parte del consorzio civile, quando la sera fa ritorno alla sua baracca, lontano da sguardi indiscreti ripiomba in una condizione ontologica pre-umana: ritorna cioè al mondo panico precedente la civilizzazione umana, un mondo che ignorava nel modo più assoluto qualsivoglia concezione di moralità o peccato.

L’hillbilly a contatto con miti differenti

C’è un altro aspetto evidente nella trama di True Detective che collega archetipicamente Errol Childress a queste figure del mito e del folklore solo parzialmente antropomorfe: egli è un hillbilly («uomo delle colline»), denominazione – ormai quasi in disuso – che nell’America rurale del Novecento si utilizzava per indicare la fascia della popolazione anglofona più arretrata, discendente da quei pionieri che tra il diciassettesimo e l’inizio del diciannovesimo secolo giunsero nel “Nuovo Mondo” e che col passare delle generazioni ebbero sempre meno contatti con la popolazione sempre più civilizzata dei grandi centri urbani.

Tuttavia, come ebbe modo di documentare l’etnologo Vance Randolph [17], l’hillbilly non è semplicemente un selvaggio ignorante: a suo parere infatti l’uomo delle colline è «segreto, sensitivo, attraverso un qualcosa che l’abitante delle città può solo immaginare, ma non è un semplice. La sua mente si muove in un tremendo sistema arretrato di segni e presagi, e auguri esoterici». La sua mente contorta – potremmo dire richiamandoci a quanto detto sopra – è paragonabile ad un labirinto, in cui Childress si muove quasi mosso da una coscienza atavica e sovrapersonale. Questo perché, come rileva Hillman [18], «l’esperienza di Pan sfugge al controllo del soggetto volitivo e della sua psicologia egoica».

Gli studi di Randolph sul folklore delle aree rurali degli Appalachi ispirarono anche lo scrittore di fantascienza H.P. Lovecraft, il quale, nei suoi racconti, non di rado fa comparire personaggi «degradati, pieni di immoralità, vizi e usi ai matrimoni fra consanguinei» [19] – come appunto Childress, che in True Detective abita con una consanguinea in una situazione amorale che ricorda molto da vicino quella tipica degli hillbillies degenerati dell’America più “profonda”.

Nell’intervista già menzionata a Vulture, Flesher commenta: «Insieme ad Ann Dowd abbiamo scovato una particolare intesa tra questi due fratelli che vivono insieme in un epoca diversa da tutto il mondo, in una casa immersa nel marciume. Due fratelli cresciuti, lasciati da soli a guardare vecchi film e a condurre una vita perversa. Non è stato Errol a creare tutto questo e si capisce quando, alla fine del settimo episodio, dice: “La mia famiglia e’ qui da molto, molto tempo”, ad indicare un ciclo infinito di violenza. Non voglio dire che sia puramente una vittima degli eventi, ma sicuramente è il prodotto di quel ciclo infinito. Dalle cicatrici sul suo viso capiamo che non ha avuto una vita facile, il che non giustifica le sue azioni, ma le rende comprensibili così come, ad esempio, i suoi cambiamenti repentini da un personaggio all’altro o il suo nascondersi in piena vista. La sua mente è capace di ragionare, ma in una maniera completamente atipica» [20].

Inoltre, a domanda «Errol è più uno psicopatico raffinato o un bambinone efferato e spietato?», Flesher risponde: «Credo sia un mix di entrambi. È un elemento chiaramente instabile mentalmente, danneggiato, ma capace di entrare in contatto con miti differenti. Nello stesso tempo è un uomo adulto, segnato da abusi sessuali e ritualistici. A costo di sembrare McConaughey, la sua mente è un labirinto complesso e complicato. La sua vita, il Re Giallo e così via. È pazzesco».

Similmente, parlando della funzione mitica del dio Pan, Hillman [21] sostiene che «la lascivia […] è secondaria, e la fertilità anche; nascono dal disseccato desiderio della natura solitaria, di uno che è sempre un bambino abbandonato e che in innumerevoli accoppiamenti non forma mai una coppia». Anche in questo caso, il ritratto dell’archetipo panico ci appare sovrapponibile al personaggio di Errol Childress in True Detective.

Poniamo dunque in rilievo, in conclusione, quest’ultima osservazione: pur non negando la natura «instabile» della psiche e del modus operandi di Childress, l’attore che lo impersona ne sottolinea anche altri due lati più difficili da vedere. Egli sarebbe, in primo luogo, una sorta di vittima-fantoccio, il prodotto di un «ciclo infinito di violenza». Epperò, secondariamente, il suo stato psichico deviato (la «mente tortuosa»), conseguenza di tale ciclo di abusi, gli ha consentito di connettersi con un mondo altro: il processo di de-umanizzazione al quale è stato sottoposto negli anni l’ha reso «capace di entrare in contatto con miti differenti». Da quest’ultima prospettiva, la sua deviazione e depravazione sono rapportabili alla lascivia di Pan e del suo seguito di Sileni e Fauni, o persino – se volessimo spingerci oltre – alla nudità primordiale di Adamo ed Eva prima della cacciata dall’Eden.

Marco Maculotti

  1. Dal dio ellenico Pan.
  2. Cfr. M. Maculotti, Da Pan al Diavolo: la ‘demonizzazione’ e la rimozione degli antichi culti europei, AXIS mundi, 12 dicembre 2016.
  3. M. Centini, Le bestie del Diavolo (Rusconi, Milano, 1998), p. 70.
  4. Agli occhi di noi contemporanei, si intende.
  5. Secondo James Hillman, «gli dèi rimossi ritornano come nucleo archetipico dei complessi sintomatici […] Ma noi possiamo andar oltre, e concludere che Pan è tuttora vivo, anche se lo sperimentiamo soltanto attraverso dei disturbi psicopatologici, poiché gli altri suoi modi di manifestarsi sono andati perduti nella nostra cultura». J. Hillman, Saggio su Pan (Adelphi, Milano, 2008), p. 47.
  6. A. Mordini, Il mistero dello Yeti (Cantagalli, Siena, 2011).
  7. C. Lapucci, prefazione a A. Mordini, Il mistero dello Yeti (Cantagalli, Siena, 2011), pp. 42-43.
  8. J. Hillman, Saggio su Pan (Adelphi, Milano, 2008), p. 74.
  9. La «mente tortuosa» che nella letteratura ellenica (si vedano, ad es., gli Inni Orfici) appartiene a Kronos, Prometeo e altre figure titaniche della mitologia greca.
  10. J. Hillman, op. cit., p. 50.
  11. Cfr. M. Maculotti, Metamorfosi e battaglie rituali nel mito e nel folklore delle popolazioni eurasiatiche, AXIS mundi, 18 maggio 2016.
  12. M. Centini, L’uomo selvatico (Hobby, 1989), p. 17.
  13.  Ibidem, p. 35.
  14.  Ibidem, p. 16.
  15.  J. Hillman, op. cit., p. 54.
  16. Similmente al Wendigo della tradizione folklorica dei nativi della fascia più 16 settentrionale dell’America del Nord. Cfr. M. Maculotti, La psicosi nella visione sciamanica degli Algonchini: Il Windigo, AXIS mundi, 14 dicembre 2015.
  17. V. Randolph, The Ozark Superstitions, cit. in A. Cerchi, H.P. Lovecraft. Il culto segreto (Aradia, Puegnago sul Garda, BS, 2015), p. 39.
  18. J. Hillman, op. cit., p. 52.
  19. A. Cerchi, op. cit., p. 45.
  20. Si ritorna anche qui al discorso precedentemente introdotto sulla «mente tortuosa» di Childress, simile ad un intrico labirintico.
  21. J. Hillman, op. cit., pp. 54-55.

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