True Detective: l’ascensione finale di Rust Cohle, iniziato “apollineo”

Dopo aver analizzato — nei precedenti appuntamenti di questo ciclo di articoli sulla prima stagione del serial televisivo True Detective — il personaggio di Errol Childress[1], la Weltanschauung di Rust Cohle[2] e la tematica del Tempo Divoratore e dell’Eterno Ritorno[3], ritorniamo ad occuparci in questo nostro quarto contributo della figura centrale della narrazione, vale a dire Rust. L’ambito di trattazione che ci prefiggiamo in questo nuovo appuntamento verte in particolar modo sulle caratteristiche “iniziatiche” e “cripto-sciamaniche” del personaggio di Rust Cohle, sulle sue peculiarità “apollinee” in contrapposizione con quelle “panico-dioniasche” di Childress e, per concludere, sulla sua “ascensione” finale all’Altro Mondo.

 

Rust Cohle, sciamano contemporaneo

True Detective Rust Cohle sciamano

«Quando avevo quelle visioni, la maggior parte delle volte pensavo di essere matto. Ma c’erano altre volte in cui pensavo di svelare la realtà segreta dell’universo»[4]

 

Si cominci col dire che, sebbene Rust si definisca agnostico, nondimeno si presenta come il personaggio cui più di tutti, in True Detective, si può ascrivere il ruolo di sciamano contemporaneo nella desolata America rurale. In un’epoca anti-tradizionale, in cui parole come “misticismo”, “rivelazione”, “visione”, “sacralità” hanno perduto ogni significato, non sono gli “uomini di Dio” (il rev. Tuttle, il predicatore) a guardare la realtà con gli occhi dell’illuminato, ma proprio chi ad essi più chiaramente si oppone[5].

D’altra parte, in una scena in cui ci viene mostrata la casa di Rust, fra i vari libri sul comodino compaiono due volumi delle Upaniṣad, il che ci conduce all’immagine tipicamente indù — poi ripresa, tra gli altri, dal filosofo tedesco Arthur Schopenhauer — del “velo di Māyā”, vale a dire al concetto che la realtà del mondo non sia meramente come la percepiamo con i nostri limitati sensi ordinari, ma che piuttosto un velo invisibile si frapponga tra noi e una realtà ontologicamente superiore e il più delle volte inaccessibile ai nostri sensi umani, troppo umani.

Assodato che, ormai, ai giorni nostri «la religione è solo un virus del linguaggio»[6], Rust sembra nondimeno presentare alcune delle caratteristiche tipiche di chi, nelle società tradizionali, veniva investito delle funzioni sacrali. Una di queste peculiarità è la sua capacità di avere visioni della durata di pochi secondi, lascito dei quattro lunghi anni trascorsi nella sezione antidroga. Com’è ormai ampiamente attestato, i rituali sciamanici delle popolazioni arcaiche hanno sempre comportato, in misura maggiore o minore, l’utilizzo di agenti psicotropi (funghi, amanita muscaria, datura, peyote, fino al mitico Soma della tradizione vedica) al fine di giungere ad uno stadio di consapevolezza “allargata”, in cui diventa possibile vedere oltre il “velo” della realtà sensibile.

Nel caos insensato dell’esistenza contemporanea, Rust diventa “sciamano” non per vocazione o per elezione degli spiriti, ma per l’utilizzo — in prima battuta del tutto casuale — di stupefacenti. Sebbene il personaggio manchi di un background sacrale in cui inserire le proprie visioni, nondimeno queste ultime sono vere e proprie ierofanie, vale a dire, secondo la definizione dello storico delle religioni romeno Mircea Eliade, «le manifestazioni del sacro espresse in simboli», le quali sono «colte come strutture e costituiscono un linguaggio pre-riflessivo che richiede una speciale ermeneutica»[7].

Riportiamo un estratto da un racconto di H.P. Lovecraft — che abbiamo menzionato in un precedente articolo[8] di questo ciclo come fonte di ispirazione per Nick Pizzolatto in questa prima stagione di True Detective — per inquadrare meglio queste esperienze ierofaniche[9]:

 

«Mi sono spesso domandato se la maggior parte degli uomini trovi mai il tempo di riflettere sul formidabile significato di certi sogni e del mondo oscuro cui essi appartengono. Senza dubbio le nostre visioni notturne sono perlopiù fiochi e immaginari riflessi di ciò che ci è capitato da svegli […] nondimeno, ve ne sono altre il cui carattere irreale non consente alcuna interpretazione banale, il cui effetto impressionante e talora inquietante suggerisce la possibilità di brevi percezioni di una sfera di esistenza mentale importante quanto quella fisica, e tuttavia separata da essa da una barriera quasi insormontabile»

 

Grazie a questi momenti altamente rivelatori, la storia delle religioni cessa di essere un “virus del linguaggio” ma anzi, proprio perché tali esperienze esulano dall’ambito discorsivo e prettamente razionale, «diviene ciò che sarebbe dovuto essere sin dall’inizio per ciascun ricercatore: una serie di “messaggi” che attendono di essere decifrati e compresi»[10]. Questo metodo di conoscenza era chiamato nell’antico Messico “sognare”; si riteneva che i solo i “sogni” esperiti in questo stato fossero visioni, e non quelli avuti durante il sonno ordinario. Nella prima puntata Rust afferma «Io non dormo. Io sogno e basta»[11]. Non un “sonno privo di sogni”, ma un “sogno privo di sonno”: il “sognare”, appunto, che è riservato agli sciamani.

 

L’ascensione finale di Rust Cohle

True Detective Rust Cohle a letto ospedale

«C’è stato un momento in cui ho iniziato a scivolare nell’oscurità. era come se fossi diventato un essere senza coscienza con una vaga consistenza nell’oscurità e sentivo che quella consistenza svaniva. Sotto l’oscurità c’era un’altra oscurità, un’oscurità che era più profonda, calda. Era come se fosse tangibile».[12]

 

Quello che potremmo definire come “apprendistato sciamanico” di Rust Cohle è presentato allo spettatore soprattutto nell’ultima parte della puntata conclusiva. Secondo la tradizione sciamanica siberiana[13], riassunta splendidamente dall’Eliade nel manuale Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, l’iniziato deve passare attraverso alcune fasi, grossomodo così riassumibili:

1) malattia o crisi psicopatica;

2) ferimento o smembramento rituale;

3) accesso all’aldilà, in cui comunica con gli spiriti (in questa fase il corpo dello sciamano si trova in uno stato di morte apparente);

4) resurrezione, cioè inizio di un nuovo modo di vivere[14].

Nel caso di Rust, la crisi avviene in seguito alla morte prematura — e mai chiarita sufficientemente — della figlioletta, e con la conseguente separazione dalla moglie («incubi, disturbo post-traumatico da stress, esaurimento nervoso»[15]). La seconda fase, quella del ferimento, avviene nell’ultima puntata, durante il corpo a corpo con Errol Childress, che ferisce gravemente Rust con un pugnale. Segue, ovviamente, lo stato di coma (morte apparente) durante il quale l’anima di Rust giunge all’Altro Mondo — il regno degli spiriti della tradizione sciamanica — dove ha modo di conversare con la figlia e con il padre defunti, dai quali percepisce una fortissima sensazione di positività.

 

«Ero sparito. Non esisteva ‘io’. C’era soltanto amore… e allora mi sono risvegliato»[16]

 

In seguito all’incontro con lo spirito della figlioletta dipartita prematuramente, Rust inizia a dubitare, per la prima volta nella sua vita, del proprio approccio pessimista e meccanicistica verso l’esistenza: inizia a comprendere che forse la morte non è la fine di tutto — forse c’è una speranza alla fine del tunnel.

Questa rivelazione della morte come un’esperienza di “ascensione” posta alla fine del viaggio terreno ci porta alle elucubrazioni di Giorgio Colli, che scrisse[17]:

«Se l’individuo è inessenziale e illusorio, altrettanto lo sarà il suo perire, la morte in generale. Se tutto ciò che appare può intendersi come espressione di qualcos’altro, allora la morte sarà il compimento dell’espressione, l’aspetto concludente dell’apparenza, talora la sua perfezione. […] Tale è il fondamento dell’eterno ritorno, che svela la morte come qualcosa di illusorio, di strumentale, di non definitivo. […] Tolto l’orrore della morte, anche il dolore è trasfigurato, è visto in una luce dionisiaca, perché esso è uno strumento, una manifestazione della vita, non della morte».

Al termine di questa “ascensione mistica”, ormai ri-nato psichicamente e spiritualmente, il Nostro compie il suo ritorno nel nostro mondo, resuscitato ora anche fisicamente e intellettualmente, portando — in maniera piuttosto sorprendente — al collega Marty una nuova visione delle cose, fondata su una novella impressione di speranza per la futura vittoria delle forze della luce su quelle delle tenebre.

 

La dicotomia apollineo-dionisiaca fra Rust e Childress

 

Abbiamo già avuto modo di sottolineare, nel primo articolo di questo ciclo[18], la funzionalità archetipica di Errol Childress come personaggio panico-dionisiaco. Dobbiamo ora sottolineare, riguardo il dualismo esistente tra i personaggi di Rust e Childress, il fatto che dalle loro biografie i due sembrerebbero avere dei forti elementi in comune: entrambi a modo loro vivono ai limiti del consorzio civile, entrambi sembrano intrisi di morte e solitudine e apparentemente condannati a un destino di dannazione che essi avvertono come un marchio a fuoco, come uno stigma. Nella quinta puntata Dewall Ledoux squadra Rust e gli dice con preoccupazione: «Hai un demone dentro che brucia. C’è un’ombra su di te, ragazzo»[19].

Eppure, vi è anche da notare come Rust e Childress, sebbene accomunati da quanto detto, appaiano per meglio dire come due facce complementari della stessa medaglia: se, infatti, l’esperienza della morte è cercata e operata volontariamente da Childress, non si può dire lo stesso di Rust, il quale l’ha sperimentata drammaticamente in almeno due situazioni traumatiche della sua vita: il decesso prematuro della figlia e l’omicidio di cui in passato si è macchiato le mani nell’esercizio delle sue funzioni da agente federale.

Anche le rispettive modalità di porsi come “fuorilegge” distinguono in modo netto i due personaggi: se Childress, infatti, nella vita quotidiana ed esteriore appare come perfettamente inserito nel consorzio sociale, al contrario Rust insegue i suoi demoni alla luce del giorno, nella routine quotidiana del lavoro. E se, una volta al riparo dagli sguardi dei consociati, Childress dà libero sfogo ai suoi demoni interiori, diversamente Rust conduce una vita privata quasi ascetica, in una stanza senza alcun mobilio, eccezion fatta per un crocifisso fissato alla parete a scopo meditativo.

A buon titolo, dunque, affermiamo che Rust e Childress appaiono come due facce della stessa medaglia: complementari nella loro diversità, e quindi destinati ad attirarsi. È destino, infatti, che i due poli opposti si incontrino — o, per meglio dire, si scontrino.

Sia Rust che Childress condividono l’essere omicidi, ma anche in questo caso, i destini dei due personaggi appaiono complementari: oltre all’ovvia diversità delle circostanze in cui i due si sono macchiati del delitto, si noti anche come lo stigma sociale di omicida ricada sul solo Rust, essendo Childress fino all’ultimo momento libero di compiere le sue efferatezze nell’indifferenza generale.

Rust, in un’ottica mitica, ci appare come l’Apollo di Sicione secondo il Detienne[20], «impeccabile omicida di Pitone, […] posseduto lui stesso da un misto di follia e contaminazione; dio impuro, deve conoscere la fuga, il vagabondaggio, l’esilio». Per complementarietà, a Childress spetta l’identificazione con Dioniso, nemesi di Apollo, e ciò, per i motivi che abbiamo approfondito precedentemente[21], è perfettamente condivisibile: fin da subito, infatti, Childress si presenta come un “doppio” del Green Man, dell’Uomo Selvatico, di Pan/Dioniso. La componente panico-dionisiaca è fortemente presente negli omicidi rituali da lui compiuti nel proprio covo di depravazione, lontano dagli sguardi indiscreti della comunità civilizzata: Carcosa, una sorta di “doppio” oscuro e demoniaco dell’Arcadia panica del mito greco, in cui la Natura[22] è stata riportata al suo stadio atavico, spaventoso e incontrollabile, non retto da alcun logos ordinatore.

A differenza di Rust, posseduto dalla mania apollinea, la sua nemesi appare in tutto e per tutto mossa dalla complementare follia dionisiaca, la quale «conduce fino all’omicidio, ma il sangue non è versato per mano del dio, e gli effetti dell’omicidio opprimono soltanto le vittime di Dioniso»[23]. Anche l’antropologo Mario Polia, riprendendo gli studi del Colli, ebbe modo di sottolineare la differenza tra la possessione dionisiaca e quella apollinea[24]: «Dioniso porta alla mania ed è egli stesso folle. Apollo trasmette il furore divino ma di persona ne è serenamente lontano; Dioniso divora le proprie vittime, le fa a pezzi e le introduce violentemente nel divino; Apollo le colpisce da lontano con l’arco che dà la morte e la vita». Argomenti già esaurientemente trattati, come accennato, da Giorgio Colli, che tuttavia, in ultima analisi, non reputa le due figure divine in una contrapposizione assoluta, ma piuttosto come complementari e intimamente interconnesse.

 

«All’impuro, esiliato nella contaminazione, corrisponde il puro, escluso, all’interno di ciò che lo separa e lo tiene in disparte dagli altri, strettamente consacrato, assolutamente interdetto».[25]

 

Con Apollo, riprendendo nuovamente Marcel Detienne, Rust condivide due caratteristiche peculiari e a prima vista contrastanti: l’essere omicida e nondimeno l’essere, nonostante la colpa di cui è si è macchiato, puro. Ciò appare sopratutto chiaro in seguito allo scontro finale con Childress: dopo la caduta nello stato comatoso e la riabilitazione, Rust appare come un uomo nuovo[26], finalmente purificato, libero da ogni colpa. L’uccisione di Childress non è — ciò è evidente — un’azione da stigmatizzare, anzi: essa era necessaria per il ripristino dell’ordine, per il proseguire del ciclo cosmico e umano, esattamente come era necessaria l’uccisione di Pitone da parte di Apollo nel mito ellenico.

Rust appare in tutto come l’Apollo di Detienne, il quale notò «una sorta di strepitosa purezza che si conserverebbe nell’esiliato dal cielo, in questo dio che sembra votato all’impuro ma in maniera talmente estrema da trovarsi immediatamente rinchiuso nella contaminazione»[27]. Ed invero la mancanza di colpa di Rust appare ben lontana dal paradigma cristiano: essa pare piuttosto, sempre parafrasando lo storico delle religioni belga, una «purezza al limite della santità, tutta pagana»[28].

 

Rust Cohle, eroe solare

True Detective Rust Cohle cerchio

Possiamo definire il nostro eroe, con le parole di J. Lindsay, «il giovane che sconfigge completamente le forze oscure della situazione di crisi e che di conseguenza simbolizza il suo popolo nella sua morte e rinascita»[29]. Rust appare dunque in questo canovaccio mitico come il nuovo Sole nascente, il «Re dell’Anno Nuovo», che detronizza il «Re d’Inverno», Childress (Child-less, Saturno che divora i suoi figli), simbolo di disfacimento e decadenza. Rust è dunque miticamente l’eroe solare, l’Oltreuomo nietzschiano, il Sonnenmensch che, arrivando quasi a immolandosi per il ripristino della “luce solare”, riporta una situazione di disordine a una di ordine: ristabilisce un cosmos dove c’era caos.

Ferito, con i lunghi capelli sciolti e la veste da ospedale, Rust nelle scene conclusive del serial ricorda in maniera impressionante Gesù Cristo durante la Passione, e ciò non deve sorprendere. Cristo stesso, eroe solare, assurge a simbolo del Sole dell’Anno Nuovo che detronizza il sovrano antico, il saturnino Jehovah, e abroga la legge dell’Antico Testamento.

Ogni lotta si ripete, nei millenni e negli istanti, sin dall’alba dei tempi. Luce contro Oscurità. Cosmo contro Caos. Vita contro Morte. Il Re Giallo è morto. Rust è il nuovo Re. Il rituale si è concluso. Tutto è compiuto.

 

Marco Maculotti

 

Note

[1] Cfr. M. Maculotti, Childress, Pan e il Wilder Mann, su YAWP Giornale di Letterature e Filosofie, 7 maggio 2017.

[2] Cfr. M. Maculotti, La Weltanschauung di Rust Cohle, su YAWP Giornale di Letterature e Filosofie, 2 luglio 2017.

[3] Cfr. M. Maculotti, Il Tempo Divoratore e l’Eterno Ritorno, su YAWP Giornale di Letterature e Filosofie, 28 ottobre 2017.

 True Detective, stagione 1, puntata 2, Rust Cohle.

[5] Sebbene tenga un crocifisso appeso alla parete di casa propria come medium di meditazione.

[6] True Detective, stagione 1, puntata 3, Rust Cohle

[7] M. Eliade, La nostalgia delle origini, Morcelliana, Brescia, 2000, p. 8.

[8] Cfr. M. Maculotti, La Weltanschauung di Rust Cohle, su YAWP Giornale di Letterature e Filosofie, 2 luglio 2017.

[9] H.P. Lovecraft, Oltre il muro del sonno. Corsivo nostro.

[10] Ibidem.

[11] True Detective, stagione 1, puntata 1, Rust Cohle.

[12] True Detective, stagione 1, puntata 8, Rust Cohle.

[13] Ma il discorso si può estendere pressoché a qualunque tradizione sciamanica conosciuta.

[14] M. Eliade, op. cit., p. 133. Cfr. anche, per una trattazione più estesa, M. Eliade, Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi. Mediterranee, Roma, 2005.

[15] True Detective, stagione 1, puntata 2, Rust Cohle.

[16] True Detective, stagione 1, puntata 8, Rust Cohle.

[17] G. Colli, Dopo Nietzsche. Adelphi, Milano, 2008, p. 105. Corsivo nostro.

[18] Cfr. M. Maculotti, Childress, Pan e il Wildermann, su YAWP Giornale di Letterature e Filosofie, 7 maggio 2017.

[19] True Detective, stagione 1, puntata 5, Dewall Ledoux.

[20] M. Detienne, Apollo con il coltello in mano. Adelphi, Milano, 2002, p. 266. Corsivo nostro.

[21] Cfr. M. Maculotti, Childress, Pan e il Wildermann, su YAWP Giornale di Letterature e Filosofie, 7 maggio 2017.

[22] E qui intendiamo in senso duplice sia la natura intesa come forza vegetativa, sia la “natura” dell’essere umano in sé — in questo caso Errol Childress.

[23] M. Detienne, op. cit., 266.

[24] M. Polia, “Furor”. Guerra, poesia e profezia. Il Cerchio-Il Corallo, Padova, 1983, pp. 74-75. Corsivo nostro.

[25] M. Detienne, op.cit., p. 278.

[26] È bene sottolineare come questa locuzione sia, in ambito misterico, sinonimo di “iniziato”.

[27] M. Detienne, op. cit., p. 277. Corsivo nostro.

[28] Ibidem. Corsivo nostro.

[29] J. Lindsay, Byzantium into Europe. London, 1952, p. 370.

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