The Best Offer – un racconto di Mihai Bogdan Ionescu-Lupeanu

In un istante sprofondo.

Durante la funzione non sono presente, assisto e basta.
Alla fine, vado via. Il vento secco e freddo passa attraverso i miei abiti. Pochi fiocchi di neve, piccoli e sparuti, sparpagliati a caso. Sulla strada verso la chiesa, una taverna; dovrei entrarci. Cerco la strada più lunga verso casa.
La solita strada; ad ogni modo, con te, muoio al mondo.
Il freddo m’intorpidisce le cosce.

In cucina, con un quaderno a righe e una stilografica Inoxcrom.
Una volta mi hai regalato una stilografica Inoxcrom. Ci ho scritto praticamente tutto; quando la stilografica si è rotta, ho smesso di scrivere, prendevo solo gli appunti a lezione. Anni dopo, il testimone della nostra ultima uscita come coppia mi ha regalato una stilografica Inoxcrom.
La stilografica che mi avevi regalato tu, era una freccia d’argento sottile con la punta dorata, prodotta per annotare le gioie della vita, nella febbre degli eventi. La tenevo insieme al temperino argentato, alla fiaschetta d’inox e alla tabacchiera in metallo argentato e pelle nera, piena zeppa di preservativi e sigarette senza filtro.
La stilografica ricevuta anni dopo dal mio amico era più grande, più sobria, con il pennino e pochi altri elementi argentati, per il resto nera con riflessi violacei. Come un’eco cromatica della sua missione. Il proprietario, prima di compiere quarant’anni, ci annota la sua vita. Da qualche parte, ha sentito che andrebbe raccontata prima di raggiungere quell’età.
Nel bricco, del tè. Rooibos con aroma di vaniglia.
L’aroma di vaniglia del tabacco da pipa, delle candele delle nostre notti d’amore, del tuo profumo. Tutto è incrostato in me.

Gli addobbi dell’albero di Natale brillano per la prima volta, stanotte.

Sullo schermo del televisore, Geoffrey Rush nel ruolo principale.
Un attore che mi piace. L’ho visto per la prima volta in un film al Cinema Studio. Il mese scorso, tramite il Decreto Governativo 20/1994 e la Legge 282/2015, il cinema ha chiuso i battenti.
Non ero con te. Ci sono andato con altre due ragazze, due donne. Una l’ho amata disperatamente, avrebbe potuto tirarti fuori dalla mia testa, l’altra non l’ho amata, l’ho posseduta; uscivo da lei per venire da te, sono uscito da te per andare da lei. Sono l’amore della sua vita.

Rifiuto l’invito di mio padre a bere insieme un gin tonic prima di pranzo.

Un attimo dopo, mi riempio il bicchiere fino all’orlo. La pendola non ha ancora battuto le ore tredici. Il prete e il cantore arriveranno tra un’ora, con un’icona; io sarò ubriaco. Hai avuto un’intuizione corretta vent’anni fa: assomiglio parecchio a mio padre.

Camminavo per strada. Un bambino di cinque o sei anni tra due donne. Quelle discutono tra loro. Il bambino interviene con un’espressione seria:
Quella donna è puttana da generazioni!
Amen!

Penso a te, scrivo di te; per non impazzire, bevo. Bevo senza rimettere più il tappo alla bottiglia. Evito di iniziare prima delle ore venti, adesso mi ubriacherò fino a domani.

Geoffrey Rush in Quills, nel ruolo del marchese de Sade.
Ero tra due ragazze. Le ho palpate nell’oscurità del cinema, a loro è piaciuto.

Dopo quasi vent’anni, The best offer.
Un esperto d’arte, un amore, un inganno.
Sequenze. Per prima cosa, i piccoli seni della protagonista e una cascata di capelli, poi, le sue spalle, la cascata di capelli, immaginiamo facciano sesso.
È scattato qualcosa.

La tua camera da studentessa, il letto stretto, la luce della luna piena. Nell’aria, odore di candele spente. Tu e gli arcangeli dell’icona, grande come una porta santa.
Dalla finestra socchiusa, la freschezza della notte.
Cutin anserina. In romeno, pelle d’oca. I tuoi piccoli seni sembrano essersi ritirati, le areole, anche loro, si sono fatte più scure. Sei marchiata: non hai capezzoli. Le mie mani sui tuoi fianchi.
Lasci cadere il tuo sguardo su di me, a cercare il mio, ti muovi in modo semplicemente perfetto. I tuoi glutei riempiono i palmi delle mie mani. Ti pieghi. Una cascata di capelli mi copre il volto. Giochi. I tuoi capelli mi entrano negli occhi, mi entrano nel naso, in bocca. Respiro il tuo odore a fondo. Lo sento sulla lingua. Le tue mani sul mio petto. Mi graffi appena con le dita contratte – gli artigli di un rapace. Con l’avanbraccio tiri su i capelli, quanto basta perché i nostri volti siano uno accanto all’altro e mi baci in un bacio lungo. La tua lingua nella mia bocca. Poi ti tiri su bruscamente. Sposti i capelli dietro la schiena mentre l’andirivieni dei tuoi movimenti comincia a farsi circolare. Mi metto sui gomiti e ti bacio i seni.
L’orgasmo ti trasfigura.
Epilessia.
Rovesci gli occhi, ti contrai tutta, ti strappi i capelli, affondi le unghie nella mia carne, mi divori. A casa tua, cerchi di controllare le tue grida. A volte non ci riesci. Per fortuna c’è il fischio dei treni.
Ti abbandoni su di me. Hai il respiro affannato. Il mio membro pulsa nel tuo interno umido. Hai bisogno di qualche minuto prima di riprendere. Ti sollevi sulle mani, le tue mani a incorniciarmi il capo. Non puoi più stare in quella posizione. Ti afferro per i fianchi e ti do il ritmo. Perdo la testa.

Nevica. La neve si è accumulata in poche dita.
Dallo strato di neve intatto, nel cortile interno del Palazzo di Giustizia di Bucarest, fanno capolino le punte dei fili d’erba e gli steli e le foglie ancora verdi di alcune rose.
Me ne sto alla finestra in un seminterrato, di fronte alla cancelleria del Tribunale del Settore 5.
Il panorama a un passo da me, statico fino all’inverosimile. Un diorama.
Con me dentro, diventerebbe solo una vetrina di animali impagliati male.

Vaucanson. Jacques de Vaucanson.
Virgil Oldman, il personaggio di The best offer, affida a un amico, uno dopo l’altro man mano che li riceve, i pezzi componenti di uno dei robot di Jacques de Vaucanson. Un filo di Arianna al contrario, alla sua estremità si perde; fisicamente è nella sua tana, svuotata dei quadri, mentre il robot lo sferza con le sue stesse parole.

Da anni, in attesa.
Neppure un giorno senza di te. Ti caccio in un angolo. Me ne sto come un vegetale, intorpidito. Poi, di colpo qualcosa, una cosa qualsiasi, un’immagine, un gesto, un posto, una persona mi colpisce brutalmente al plesso, mi toglie il fiato. È pianto e denti digrignati.

Ogni domenica, a messa.
Nessun pensiero sull’aldilà.
Qui Paradiso e Inferno; sono fuori adesso, insieme alla maggior parte della gente.

Nevica.
Scrivo.
In biblioteca fa freddo.

La neve scende leggera sull’Ateneo Romeno e sull’edificio del ristorante che chiamerò sempre Cina.

La scena di un film. Niente di più; mi ha spezzato in due.
Ho molto più tempo alle spalle che difronte a me.
Ora lo so.
Mi accompagnerai fino alla fine.
Alla fine, spero l’oblio.
L’Alzheimer.
Morte e vacuità.
Risorgere mentre i figli della resurrezione non avranno preso moglie, non avranno trovato marito, ma saranno come gli angeli dei cieli.

Ancora una mattina. Una qualsiasi, in tutte le mattine del mondo.
Cammino accanto a mia moglie, verso la metropolitana; di fronte alla piazza, uno spolverino color mostarda, abbinato alla borsa e agli stivali marroni. La chioma della proprietaria balla il valzer.
Sul binario, si toglie lo spolverino. Sotto, una minigonna color smeraldo. Mi ha fatto venire in mente te.

Tu, quasi vent’anni fa, innamorata, tradita, umiliata, facevi ritorno. Ti accoglievo.

Scheletrica, questa è la parola giusta. Solo i tuoi occhi luccicavano, un luccichio malato.
Inizio di primavera. In camera, sedici gradi Celsius, non di più.
Sei entrata in silenzio. Ti sei spogliata in lui.
Niente da dire.
Sedevi sul bordo del letto con le mani in grembo. Un nudo di Modigliani.
Mi sono seduto accanto a te.
Spigolo vivo della struttura metallica del letto, di carne.
Ho preso le tue mani nelle mie. Le ho baciate. Sulla tua pelle emaciata seguivo il contorno di ogni falange.
Eri uno studio di anatomia.
Solo quando ho cinto il tuo volto dalle guance infossate, hai alzato lo sguardo.
Brillavi ai miei occhi.
Ti sei stretta a me.
Mi hai bruciato.
Ti sei bruciata.
L’hai bruciato.
Ci siamo bruciati.
L’anatra digeritrice, la più nota tra le invenzioni di Vaucanson, è morta in un incendio scoppiato in un museo privato, nel 1879. Un secolo dopo, nascevo io; e tu mi avresti dato fuoco.

M.B. Ionescu-Lupeanu
Trad. Clara Mitola
Courtesy of Emilia Mirazchiyska

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