Sonno giapponese: il nuovo lavoro di Gabriele Galloni

Pubblichiamo un estratto dalla raccolta di fiabe per adulti di Gabriele Galloni: Sonno giapponese (Italic Pequod, 2019).

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Ti scrivo per dirti di non scrivermi più. Sappilo: se continuerai a scrivermi, racconterò tutto a mia madre. Delle cose che mi facevi sul camper e di quando mi chiedesti di scopare un cane. Tanto che ci siamo dichiarati amore già lo sa. Ma immagina il putiferio se scoprisse altro. I ragazzi tuoi simili non hanno pace neanche in galera. Immagina, dico. E presto o tardi verresti catturato.
Questa estate ho imparato a scrivere. E adesso articolo le frasi molto meglio di te. Papà dice che nonostante i miei undici anni nessuno potrebbe fregarmi, tanto sono bravo con la grammatica e la costruzione sintattica.
Tu mi hai fregato, sì, ma non ci riuscirai più. Con le tue belle parole ci lavo il Messico intero. So che sei lì, adesso. L’ho capito dal tuo profilo Facebook. Ancora lo guardo, ogni tanto, per scoprire se pensi a me. Sono felice di vedere che a me non pensi più. Non avrebbe senso e quel che è stato è stato.
Sarò sincero: ti ho amato. Come può amare un bambino, e quindi senza capire bene cosa sia quel nodo allo stomaco; ignorando l’ampiezza del desiderio e la verità del suo compimento.
No, non sto parlando aramaico. Adesso è il mio cuore che ti parla; e se il mio cuore ha una lingua letterata non posso farci nulla. Sta a te alfabetizzarti e comprenderlo – sia pure per l’ultima volta.
Perché tu, ne sono sicuro, hai amato me.
L’amore non è facile; meno che mai nel nostro caso. Io bambino e tu un amico di famiglia.
Non ci si può assentare in due; si deve simulare il Caso. Fingerlo, nelle occasioni comuni, manipolarlo per trarne il maggiore vantaggio possibile.
Tipo lo scorso capodanno. Quando nei dieci minuti dopo la mezzanotte non c’era nessuno a badare a noi; e allora di corsa al bagno, di corsa i pantaloni calati; di corsa venire e ritornare.
Fingere di guardare i volumi della tua biblioteca; ché il corridoio è sempre in penombra e una mano lì nemmeno si vede.
Non potevamo continuare in questo modo.
Poi la tua richiesta di accoppiarmi con quel dobermann. “Fallo per Claudio. Un regalo per il suo compleanno.”
Ecco: ne rimasi disgustato. All’epoca non te lo dissi. Adesso dirtelo non fa male. Perciò te lo dico.
Ecco, te l’ho detto.
Lì si incrinò qualcosa. Non è tutta colpa tua; penso che le cose dovessero andare così e basta. Non facciamoci il latte amaro. Sangue, scusa.
Concludo ripetendoti la richiesta fatta a inizio lettera. Non scrivermi più. Quindi non rispondermi neanche. Leggila, questa lettera, rileggila quante volte vuoi. Conservala dentro di te, perché in queste parole c’è l’ombra di tutto l’amore del mondo.
Ombra, fantasma, possiamo chiamare ciò che resta in mille modi.
Sarebbe potuto andare diversamente? Non lo so. Io non me lo chiedo; e il consiglio è di non chiedertelo nemmeno tu.
Addio, buon Messico.

Roma, via del Trullo, agosto 1989

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