Sindrome del distacco e tregua: poesie edite di Maurizio Cucchi

La poesia di Cucchi, ancora una volta, s’impone. Non si avverte una sostanziale novità rispetto ai precedenti lavori, subito ci sembra di tornare nel sentiero che, per chi ha letto altri suoi libri, il poeta sembra avere ormai costruito e confermato. Ma l’assenza di una concreta, o sconcertante, novità, non rende l’opera meno interessante. L’alternanza di prosa e poesia costituisce una delle caratteristiche più interessanti del modo di procedere di Cucchi, anche se la poesia risulta essere musicalmente più precisa, rendendoci dunque un ritmo del libro più specifico, come “Lo spettacolo fu quello / di una luminescenza strana, / meravigliosa, dissero. I pompieri / accorsero, si tolsero le tute, / tutto. E morirono tutti”; (ritmo che la prosa diluisce, dilata; de gustibus). La prosa poetica, l’idea di prosimetro, l’idea di miscelare sono forti intuizioni di Cucchi, che in questo senso recupera anche una tradizione di stampo umanista; eppure le prose risultano liquide, fin troppo poco indispensabili.

L’indubbio merito di questa raccolta, al netto dei giudizi di gusto, è quello di non cedere alla facilità, o meglio di difendere con cognizione di causa la complessità di una certa poesia (“Ed ecco che il sottile labirinto / della viva natura frattale / diventa un paesaggio o un arcipelago / abitato dalla sommessa grazia / fluttuante di infiorescenze e vincoli”). Se da un lato la poesia può essere semplice, ma anche complessa, dall’altro, per essere di base poesia, non può essere esercizio di stile, e certo il dialogo tra poeti non può essere quello tra tifoserie. Così Cucchi, con senso di distanza, svolge i suoi obblighi verso la poesia, pare (Si interroga sul senso, il proprio, / misterioso, eppure, / come a me stesso capita, / senza malizia alcuna, // non trova la risposta ma prosegue, / incantato, bizzarro e silenzioso.”), e verso se stesso, senza curarsi della polemica, senza ostentare difficoltà superflue, pur restando nella raffinatezza di un dettato poetico esclusivo (Proseguo, rue de la Croix, / 1677 e sulla corona / in alto solo una croce. Racine / scrive la Fedra. Van Leeuwenhoek, / ottico e naturalista, scopre gli spermatozoi.”); certo, perfettamente aderente alla sua idea aristocratica di arte.

nota di lettura e selezione a cura di Riccardo Canaletti a Maurizio Cucchi, Sindrome del distacco e tregua, (Mondadori, 2019)

Dalla sezione Improvvisa adesione:

Dopo la notte rannicchiata
il vicolo del ghetto amico
nello squallore gelato e io giravo

l’angolo, veloce, nell’oscuro
rigore inopportuno dell’ora. I brividi
nella mente, dentro la mente,
la terra bagnata, le inferriate,
l’arco e la griglia con il sole,
la scritta IHS e sulla croce la data
per me formidabile: 1601.

***

Dalla sezione Un idiota sociale:

Non esistono più, pensavo,
ruminavo ancora, paesi fantastici
e allora, fanatico di carte, di begli atlanti
colorati e geografia, giocavo
sull’idea infantile di un viaggio
immaginario e libero tra Portogallo e Malta,
tra Grecia e il più remoto, estremo
o quasi, Baltico. È vero, tutto ci sembra, ormai,
ridotto a un esiguo
spazio, eppure planetario, a un avvilito
spazio irrisorio e ovunque
identico, in un istante
percorribile…

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