Poeti di Place de la Sorbonne: poesie di Katia-Sofia Hakim

Nasce a partire da oggi una collaborazione tra Place de la Sorbonne (PLS) e Yawp Poesia. L’idea è quella di dare voce ai giovani poeti francesi. Quindi cosa proponiamo? Sicuramente una traduzione tutta nostra a livello di originalità e novità. Place de la Sorbonne nasce nel 2011 come rivista di poesia contemporanea e si propone come una rassegna della poesia viva. Leggiamo come si descrive: «PLS non può essere l’espressione di una sola corrente della poesia attuale, ed ecco la sua prima particolarità: una rivista che mira a offrire ai lettori ciò che c’è di migliore, estetiche e sensibilità presenti nella scena poetica contemporanea francese e straniera». PLS ogni primavera pubblica un’antologia per dare importanza al proprio progetto e alla loro istituzione e al loro credo. C’è anche da ricordare che la caratteristica più originale di PLS è proprio la sua dimensione accademica, quindi non solo un panorama della poesia vivente. Per questo abbiamo visto in loro il nostro stesso vizio, PLS come Yawp vuole essere uno strumento di scoperta per chi è chiamato a leggere. Crediamo tanto in questa amicizia poetica, vedremo dove ci porterà, per ora sappiamo solo che i giovani poeti francesi stanno arrivando in Italia.

Paolo Pitorri

*

© photo by Luis Alejandro Cuéllar Varona.

Oggi vi proponiamo le poesie di Katia-Sofía Hakim, una poeta e musicologa franco-libanese, nata nel 1988 a Bayonne. Scrive in francese e spagnolo. È direttrice della comunicazione e membro del comitato editoriale di Place de la Sorbonne, una rivista internazionale di poesia contemporanea pubblicata dalla Presses de Sorbonne University. Attualmente è ricercatrice invitata presso l’Archivo Manuel de Falla di Granada, in Spagna, dove sta completando un dottorato in Musica e musicologia sotto la direzione di Jean-Pierre Bartoli (Università della Sorbona) e Yvan Nommick (Università Paul-Valéry Montpellier 3). Professore associato, insegna alla Facoltà di Lettere dell’Università della Sorbona e alla Facoltà di Lettere e Media dell’Università della Sorbonne Nouvelle. Pianista di formazione, si è laureata al CNSMDP (Conservatorio Nazionale di Musica e Danza di Parigi) dove ha ottenuto i primi premi in analisi musicale, cultura musicale ed estetica.

Queste poesie apparse nell’antologia Génération Poésie debout (Le Temps des cerises, 2019), si aprono su una concezione di poesia come pratica estremamente trascurata al giorno d’oggi. Si tratta di qualcosa da nascondere perché troppo ingombrante, scomodo. La poesia non si sa bene dove collocarla, soprattutto perché “troppo strana per vendersi”. Chi scrive cose che pare non abbiano alcun significato è pericoloso, è roba vecchia, e via continuando per questa discesa crepuscolare 2.0.

Oggi, è altro a meritare la nostra attenzione: la pubblicità, ad esempio. O ancora, teniamo tutti i giorni tra le mani uno strumento che ci ha dispensato dal bisogno di scrivere poesia: lo smartphone. Sorprendente come riesca a dispensarci perfino dalla necessità di utilizzare le parole per scrivere: ci accontentiamo di simboli che cerchino di tradurre le nostre emozioni, rendendole rapide e semplici da decifrare.

Questi i toni in cui la poeta espone una visione disincantata della nostra disposizione al poetico. Così i suoi versi tessono in mente scenari di vita asfissianti, la corsa continua e opprimente del quotidiano che coinvolge, svuotandolo, tutto il corpo.

Il mio piede si trasforma in corrimano.
Il corpo si svuota
come un camembert dimenticato
scorro lungo i corridoi

Hakim evoca l’indifferenza e l’apatia con la quale viviamo i nostri giorni lasciandoci scorrere accanto la vita, senza neanche sapere bene dietro cosa stiamo correndo. Nelle forme di un inseguimento perpetuo, il mondo da favola che emerge a tratti fra le parole è del tutto sparito e soppiantato da uno che dà il sentore di un’apocalisse quotidiana, di una catastrofe imminente. O forse, più semplicemente, di una catastrofe che si svolge in ogni momento mentre noi le passiamo sopra, le passiamo oltre nel nostro cieco movimento d’inerzia.

Aladin ha perso la sua lampada. Strofina invano dal risvolto
della sua manica lo schermo nero di un telefono spento. Qui
i tappeti non volano. Scorrono.

Eppure sembra che qualcosa sfugga, che resti qualcosa di frammentato da recuperare. Si avverte come il presentimento di una rinascita che, fisiologicamente, dovrà sorgere dalle rovine. La sensazione che a essere rincorso e ricercato sia inconsciamente qualcos’altro. Ed è lì in mezzo che trova spazio l’amore che la poeta rivendica. Su un paesaggio sviluppato attorno allo scheletro dell’afasia e dell’automatismo, si vuole distinguere una poesia che non trascura i riferimenti al mondo classico, ai suoi miti e alle sue leggende, così come quelli religiosi e folkloristici.

Una parola passa. Bucata di cifre. Sette volte sei. Io amo.
Una pelle di pecora smarrita. Io amo. Una donna velata
d’una barca. L’esilio sputa la sua luce blu. Io amo. La
parola si dimentica.

La parola passa e probabilmente si dimentica, ma è ancora nella poesia che si ricerca ciò che continua a sfuggirci e in essa che, forse, si lascia finalmente afferrare.

Nota di lettura e traduzione di Annalisa Guzzardi

Veuillez m’excuser pour ce retard

Je cours dans les couroirs.
Perdre la vie plutôt que son train.
Mes bas ont filé.
Les escaliers m’ont cassée
de la gueule aux talons.

Je cours dans les couroirs.
Le train me talonne, le train m’a prise.
Par les cheveux,
je cours dans les couroirs.

Une plainte dépasse mon porte-feuille.
Ne pas toucher. Ne pas toucher.
Pour échapper.
Mon pied se transforme en main courante.
Le corps se vide
comme un camembert oublié
je coule dans les couloirs

Vogliate scusarmi per questo ritardo

Corro lungo i corridoi.
Perdere la vita piuttosto che il treno.
Le calze mi si sono smagliate.
Le scale mi hanno spaccata
dalla testa ai piedi.

Corro lungo i corridoi.
Il treno mi insegue, il treno mi ha presa.
Per i capelli,
corro lungo i corridoi.

Un lamento trapassa il mio portafoglio.
Non toccare. Non toccare.
Per scappare.
Il mio piede si trasforma in corrimano.
Il corpo si svuota
come un camembert dimenticato
scorro lungo i corridoi

Significativa la variazione tra couroir e couloir e, in maniera corrispondente, tra je cours e je coule, che la traduzione riesce a conservare solo in parte. Sembra indicare che lo slancio stesso della corsa possa modificare lo spazio intorno rendendolo conforme al gesto. Così, solo in conclusione, quel che resta dopo lo sfinimento è couler dans les couloirs.

*

Incident voyageur

Ça sent le brûlé sous les roues. Le train a freiné,
mais ne s’arrête pas. La force d’inertie tranche
le jambon, comme une coupe de champagne
à jeun. Il ne me reste plus qu’à prendre le bus.

Incidente passeggero

C’è odore di bruciato sotto le ruote. Il treno ha frenato,
ma non si ferma. La forza di inerzia trancia
la coscia, come una coppa di champagne
a digiuno. Non mi resta altro che prendere il bus.

*

Sans nom

J’ai jamais aimé le mardi.
Jour de merde. Jour maudit.

Routes, trottoirs et pavés.
Ça sonne. J’y vais. Mon vélo. J’y vais.

Jour de merde. Jour maudit.

Je pars, mais tu es déjà parti.
Je travaille et prends de la peine.

Jour de merde. Jour maudit.

Je sais. Je sors. Je cours.
Il fait jour encore.

Jour de merde. Jour maudit.

J’arrête une voiture.
Il fait rouge encore.

Jour de merde. Jour maudit.

À l’hôpital, des vierges sages et des vierges folles.
Tu es déjà perdu. Faut pas que j’te perde.

Rouge de merde. Rouge maudit.

Un mardi de Mars en mai, quelle ironie !
Mon légionnaire est tombé aujourd’hui.

(in Place de la Sorbonne n°7, rivista internazionale di poesia, Laurent Fourcaut (ed.), Presses de l’Université Paris-Sorbonne (PUPS), 2017)

Senza nome

Il martedì non l’ho mai amato.
Giorno di merda. Giorno dannato.

Strade, marciapiedi e lastricato.
Suona. Vado. La mia bici. Vado.

Giorno di merda. Giorno dannato.

Io vado, ma tu sei già andato.
Io lavoro e mi prendo il disturbo.

Giorno di merda. Giorno dannato.

Lo so. Esco. Corro.
È ancora giorno.

Giorno di merda. Giorno dannato.

Fermo una macchina.
È ancora rosso.

Giorno di merda. Giorno dannato.

All’ospedale, vergini sagge e vergini stolte.
Sei già perso. Bisogna che io non ti perda.

Rosso di merda. Rosso dannato.

Un martedì di Marte a maggio, che ironia!
Oggi il mio legionario se n’è andato via.

 

In questo caso, la personificazione stessa della violenza di questo ritmo di vita in Marte ci presenta l’immagine ironica – come suggerisce la poeta stessa – di un giorno di Marte a maggio, espressione che in lingua originale può condensare, nell’omonimia, il riferimento al dio della guerra e al mese di apertura della primavera.

*

Châtelet-Les-Halles

Aladin a perdu sa lampe. Il frotte en vain du revers
de sa manche l’écran noir d’un téléphone éteint. Ici
les tapis ne volent pas. Ils roulent. Les escaliers ne se
prennent que dans un sens. Ceux-là montent. Ceux-là
descendent. Tous s’aplatissent au départ et à l’arrivée,
en panne d’inspiration……………….

Châtelet-Les-Halles

Aladin ha perso la sua lampada. Strofina invano dal risvolto
della sua manica lo schermo nero di un telefono spento. Qui
i tappeti non volano. Scorrono. Le scale non si
prendono che in un senso solo. Quelle salgono. Quelle
scendono. Tutte si appiattiscono alla partenza e all’arrivo,
a corto d’ispirazione……………….

*

Les Argonautes du Net

J’aime. Des monstres marrants vrombissent leurs com-
mentaires. J’aime. Tandis qu’au bord d’une coupe son fils
drague Phèdre. J’aime.

Un mot passe. Troué de chiffres. Sept fois six. J’aime.
Une peau de brebis égarée. J’aime. Une femme voilée
d’un bateau. L’exil crache sa lumière bleue. J’aime. Le
mot s’oublie.

Des anonymes démembrés. Des seins plats comme un
écran qui veille. Mais t’aime qui, Bordel ? J’aime. La
toile est tendue, viens m’aider.

On sème des dents.

Gli Argonauti del Net

Io amo. Dei mostri bizzarri ronzano i loro com-
menti. Io amo. Mentre sull’orlo di una coppa suo figlio
abborda Fedra. Io amo.

Una parola passa. Bucata di cifre. Sette volte sei. Io amo.
Una pelle di pecora smarrita. Io amo. Una donna velata
d’una barca. L’esilio sputa la sua luce blu. Io amo. La
parola si dimentica.

Degli anonimi smembrati. Dei seni piatti come uno
schermo che veglia. Ma chi ami, Cazzo? Io amo. La
tela è tesa, vieni ad aiutarmi.

Seminiamo dei denti.

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