Poesie edite dalle raccolte Ultima Vela e Scripta non manent: Samuele Editore compie dieci anni

La Samuele Editore compie dieci anni: per l’occasione, di seguito riportiamo degli estratti dal poema postumo di Francesco Belluomini (Viareggio, 10 luglio 1941 – Camaiore, 27 maggio 2017), Ultima Vela, già ideatore del premio Camaiore, e dalla raccolta di Sandro Pecchiari, Scripta non manent, in cui l’autore torna con coraggio ad affrontarsi attraverso una riscrittura delle tre raccolte pubblicate precedentemente per la stessa casa editrice.

«”Un percorso da stato d’emergenza /da vero giramondo dei mestieri”, descrive così la sua “avventura” umana e intellettuale, Francesco Belluomini, giusto all’inizio del libro, Ultima vela, autobiografia “in forma poetica”, che raccoglie e condensa il suo lascito di esperienze in forma di parole, la sua storia (“tutto me stesso”), sotto un titolo metaforicamente comprensivo e allusivo di molte cose, della passione del mare non meno che del fatto che questa fatica si colloca in maniera riassuntiva al punto estremo dell’intera sua vita e costituisce in un certo modo il suo testamento morale nel consegnare ai posteri, senza falsa modestia, i montaliani “fatti” e “nonfatti” di un’esistenza quanto mai singolare, ricca di emozioni e “invenzioni” […] Il risultato è il poema di una vita»,

dalla prefazione di Vincenzo Guarracino a Francesco Belluomini, Ultima Vela, Samuele Editore, 2018.

 

Come se disarmato sulla testa
d’albero del velame di quest’ultima
regata, sulla boa di sopravvento
tentassi completare la bolina
con la vela rimasta nel pozzetto,
per prendere le raffiche di poppa
e tagliare la linea del traguardo
nel valzer dell’insolite strambate.
Un percorso da stato d’emergenza
da vero giramondo dei mestieri,
non mancato scontare mio peccato
doppiando pure quattro continenti.

Non avere più nulla da mostrare
non significa farmi qualche giro
di respiro sul molo di Viareggio
o lungo le pinete disastrate
dal tempo e dall’incuria dei tutori,
che tanto son finiti quei valori.
Ma posso sempre rendermi presente
narrando con la forma prigionata
il tempo dell’esposta controversia,
allineando quest’ultimo poema
dopo quelli che stanno decantando
ancora sul fondale del cassetto.

[…]

Ho sempre mal compreso qual sentiero
percorrere per rompere l’assedio
delle parole, come già non fossi
sfruttato come l’ultimo dei guitti
sulla scena, dovendo recitare
dal giorno della nascita, la propria,
ove la vita perse suo valore
nel turbinio di folli quotidiani
con tutti quei governi di nazioni
in bellici conflitti d’oppressione;
sebbene non sia stato maltrattato
oltre quel grave furto dell’infanzia.

[…]

Non è storia di dente e della lingua
che vi batte, se duole, che disposta
da solo l’esclusione. Non avendo
mai presentato testi da vagliare
alle grandi casate d’edizione,
neppure con carati di valore.
Pur venticinque quelli pubblicati
da variegati piccoli editori,
senza rischi di farmi debitore
o suscitare dubbi di spessore;
a causa del fondato monumento
inteso come Premio Camaiore.

[…]

Magari ci ritorno a bocce ferme
dopo versato scampoli di vita
vissuti come fossi di passaggio;
fino che guadagnato posto fisso
sull’effussoria draga dello Stato.
Perché proprio non posso di tacere
la subdola latente dittatura
al pari del passato del Ventennio;
quelli senza suffragi popolari
che vendono gonfiati palloncini
sfuggenti dalla presa dei bambini
e scoppiano durante quell’ascesa.

***

«Questo è certamente successo con i tre libri che hanno affermato la voce di Sandro Pecchiari nel contesto del fare poesia contemporaneo in Italia: Verdi anni, l’opera prima del 2012, Le svelte radici, del 2013 e L’imperfezione del diluvio, uscito nel 2015. C’è chi ha visto in questa trilogia una sorta di romanzo in versi, un continuum che lega, stilisticamente e tematicamente, i tre libri: un percorso a partire dallo spaesamento per un abbandono, o meglio per una perdita, che da fatto contingente diventa status esistenziale con cui convivere, e che trova nella parola poetica elaborazione e lenimento. Un lutto, certo, la scomparsa della persona amata, che si traduce in una perdita di senso e prospettive e, successivamente, in nuove aspettative e aperture, in diversi equilibri relazionali. Occorre dire che la poesia di Sandro Pecchiari nasce da un’urgenza di comunicazione il cui destinatario principale è un tu privilegiato che fa di questi testi un ininterrotto dialogo amoroso. Il referente dialogico è l’enzima indispensabile alla fioritura del pensiero emozionato dell’autore, al suo stesso porsi in relazione al mondo in quanto soggetto senziente e considerante. In questo quadro, la parola è (anche grazie alla lezione della tradizione poetica anglosassone a lungo frequentata da Pecchiari) l’ancoraggio con la realtà, dunque, sempre, una parola che rimanda a una concretezza figurale: “Così tengo la vita/come in un maglione strappato/un mantello nel vento/il mio restare. Ora, a distanza di anni dalla mise en forme per la pubblicazione delle sue opere, queste Riscritture […]»,

dalla prefazione di Giovanna Rosadini a Sandro Pecchiari, Scripta non manent, Samuele Editore, 2018.

 

Dalla sezione Verdi anni:

Fado memor

un passo, una strofa repentina
da un tempo ormai riposto
la nostalgia si sbraccia d’improvviso
aspra ampia di cristalli

stanotte non sorrido il mio sorriso
d’un posso ancora farcela
appoggio le labbra sul bicchiere
come per baciarti da lontano

*

Giulio

ne avrebbe di spazio la tua spalla
spazio per una città convulsa
di luci, di gente e di rumore
spazio da camminare e ridere
e ascoltarti gli occhi che nascondi

e ci starebbe la mia guancia
avrebbe spazio per la sorgente
che troveremmo assieme

vista da qui ci starebbe per forza
il sogno rinverdito negli anni
d’una felicità degna di ricordo
ci starebbe un futuro ancora
ci starebbe il futuro

ma ruvidamente spazzi via
germogli e case e luci e amore
lisci la pelle e te ne vai .

***

Dalla sezione Le svelte radici:

Istanbul

viaggio di sferzate
e paesaggi
trascinati dalle ali

scorza la pelle e gli occhi
in pozzi di sollievo

né parole né abitudini
servono
ma sfide e giochi
che s’impongono
ribelli
e che arano
il mio suono

così solo mi confondo
nel risucchio della gente
quasi un mare

sono solo uno
di quei tanti che si perde.

Istanbul

*

Cammino di Ronda

guardavi vigne e boschi
e l’arruffarsi del mare
che scoprivi sorpreso
oltre cespugli e passi

la vita ti afferrava
le ascelle e ti rapiva
nelle sue vie affrettate
da mille richieste
e tariffe troppo alte per la gioia

ma ti rimane il sole
la tua sagoma d’ombra che si muove
e il cielo ti rimane
verdeviola nel tramonto
quell’arriccio delle onde
che scopri ancora sorpreso
oltre cespugli e passi

e ti soffermi lungo le autostrade
e i marciapiedi larghi dell’inverno

Parenzo

*

Buon Vento

questi tuoi anni ruvidi di ruggine
sono stati rotte riposte dalla vita

ora tira calmo la coda a questo mare
sfida questo vento dai riflessi di rasoio

ridi e raddrizza forte verso il largo
smorza la rosa salata dell’assenza

per te solo le nubi se ne vanno questa sera
così svelte e strane in stormi regolari

il giorno è propizio, vieni via con me

un’altissima marea da luna piena
ne divora le coste e i giorni accatastati.

Grado

 

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