La poesia e il soccorso: Alda Merini, Franco Basaglia e la rivoluzione che fece sperare di poter tornare a fiorire

«Resta ribelle, non ti buttare via»: questa breve espressione, diretta e confidenziale, senza formalismi e con un “tu” austero e imperativo, non appartiene alla letteratura dei grandi classici. Due principali, separate da una virgola, che veicolano un messaggio istantaneo, seppure teso verso l’astrattismo. La ribellione, che a scuola – insegnano nelle ore di storia – coincide con un movimento di massa orientato contro qualcuno o qualcosa, con il progresso della psicologia (e della psichiatria) si è ridotta, almeno dal punto di vista del suo campo d’azione.

Dalle piazze affollate a uno spicchio della persona, altrettanto tumultuoso, quello che comanda tutto: il cervello. La rivolta più difficile da sedare (e non è una frase fatta) rimane quella che l’essere umano può attuare contro se stesso e contro la sua natura. Posizioni convenzionali e leggi ignoranti, nel senso del non conoscere e approfondire la realtà del pensiero umano, sovvertirono il senso di alcune frasi in un abbaglio generale e protratto nel tempo: allora buttarsi via coincideva con l’essere ribelli, pazzi, lontani dalla routine cui tutti ci asserviamo. Franco Basaglia, competenze specifiche e umanità (che per un medico non guasta, anzi fa la differenza), colse la possibilità di porre all’attenzione della società civile un nuovo modo di affrontare la questione di cui sopra. Non per indugiare con la fantasia o alimentare stucchevoli e obsoleti luoghi comuni che giocano con il termine “pazzo”.

Basaglia prende il toro per le corna (o il cavallo per la pancia?) e rimette in dubbio il sistema, sanitario e sociale: non c’è nessuno che possa giudicare, da protocollo ferreo, il grado di pazzia. La «mattitudine», neologismo bizzarro non contemplato nei dizionari più aggiornati, non è enciclopedizzabile. Bisognerebbe indagare su quello che passa nel cervello di sei miliardi di abitanti, e poi cogliere le sinapsi per cui ci si sente arrabbiati senza sapere il perché, capire il motivo per cui – come racconta il grande scrittore Achille Campanile – la mattina al risveglio non ci si sente apposto, spiegare cos’è il male di vivere di Montale, classificare la voglia di spaccare tutto o l’inquietudine delle pirandelliane voci di dentro.

Ancora, si dovrebbe rinvenire il motivo per cui nasce la sinestesia occhi/morte da Cesare Pavese, psicanalizzare l’animo di un comico come Antonio De Curtis che d’un tratto scrive “A livella”, dare un senso stretto all’amore di Pasolini per i ragazzi di vita e per le periferie. Ecco allora che, elencati pochi esempi, si appanna il confine. Dov’è il punto dove musica e pittura si separano? In che misura la letteratura esclude il cinema, il teatro emargina la scultura, l’immaginazione lascia campo al reale? Esiste realmente la distinzione tra ciò che è “umanistico” e ciò che è “scientifico”? La risposta del secolo, all’alba di un nuovo anno, non compete a nessuno e né tanto meno ha provato a darla Basaglia.

Franco Basaglia foto di gruppo

Lo psichiatra veneziano ha anzi preso atto di questa inscindibile contraddizione per estenderla al mondo dei manicomi: chi decide se un uomo è pazzo o meno? Un altro uomo? «Ci sono sempre falsi profeti. Ma nel caso della psichiatria – sottolinea il pioniere della Legge 180 – è la profezia stessa ad essere falsa, nel suo impedire, con lo schema delle definizioni e classificazioni dei comportamenti e con la violenza con cui li reprime, la comprensione della sofferenza, delle sue origini, del suo rapporto con la realtà della vita e con la possibilità di espressione che l’uomo in essa trova o non trova». Franco Basaglia, pacifico e non violento, vuole comprendere la sofferenza della vita, uscendo dai binari prestabiliti dei concetti già fatti da altri.

Tra un manuale di medicina e le sue idee non c’è lo stacco con il vento, la bora, le navi: il mare è un denominatore comune, contro il niente di una stanza spoglia. Un’immensa distesa d’acqua contro la secca desertificazione di un’istituzione zavorra che impedisce la fioritura. E Alda Merini non conosce lo scandalo del contraddirsi di Pier Paolo Pasolini quando, enjambement dopo enjambement, con un’apostrofe più intensa del rumore dell’oceano, definisce in anastrofe Basaglia l’«eterno soccorritore».

La notte, tempo del sentimento per invertire e scomodare anche la raccolta poetica ungarettiana del 1933, sortisce alla Merini l’effetto dell’acqua attraversata dalle navi che vanno via. Come un instancabile navigatrice, come Cristoforo Colombo, alla fine del viaggio c’è la scoperta suggerita dal sogno e dal soccorritore, dall’osservatore nascosto dietro alle fauci di piante (e di pianti) devastanti: il fatto di non essere mai stati malati. La collocazione temporale di Basaglia nell’economia del testo, giovane ma prodigioso, si collega alla corporeità e alla pulsione sessuale, seppur casta.

 

I baci, assurdi, del panismo meriniano, non rappresentano un iperbolica fusione, perché proprio come vecchie cortecce le anime dei ricoverati si sentono scrostate, depauperate della propria linfa, la stessa linfa onirica che avrebbe feroce nutrimento nel verso di incipit che rimanda all’indefinito mondo di aria e acqua, due delle componenti fondamentali di Anassimene di Mileto, quindi universali. Alle piante onnivore, enti esterni, fanno da contraltare le cortecce secche, aride come la considerazione del “malato” da parte di alcuni fantasmi, incapaci di apprezzare la beltà dei baci.

Alda Merini Franco Basaglia foto

Basaglia però dà una speranza precisa, nel cosmo indefinito di suggestioni accennate e crudi riferimenti che la Merini costruisce nella sua poesia: la speranza di tornare a fiorire, un giorno, più o meno lontano. Speranza che si fa concreta quando arriva la scoperta: il non essere mai stati malati. Ecco cosa significa, dalle parole di una donna meravigliosa e conscia della sua pazzia non patologica, affrontare la questione in «un altro modo». Quaranta anni dopo la legge 180 e il cambiamento drastico di una prospettiva, quando chiudere i manicomi significa anche aprirli, per fare uscire chi vi era all’interno, la rivoluzione di Franco Basaglia si conferma immortale nel suo impatto sociale. E lo dimostrano gli altrettanto eterni quindici versi, senza rime, liberi come il pensiero, e contro l’impedimento delle profezie sul rapporto uomo/vita che la psichiatria dei protocolli sperava di poter rendere meglio dell’afflato lirico di Alda Merini:

 

A Franco Basaglia

Il vento, la bora, le navi che vanno via
il sogno di questa notte
e tu
eterno soccorritore
che da dietro le piante onnivore
guardavi in età giovanile
i nostri baci assurdi
alle vecchie cortecce della vita.
Come eravamo innamorati, noi,
laggiù nei manicomi
quando speravamo un giorno
di tornare a fiorire
ma la cosa più inaudita, credi,
è stato quando abbiamo scoperto
che non eravamo mai stati malati.

– Alda Merini

 

Locandina dello spettacolo di prossima uscita su Franco Basaglia

Rocco Della Corte

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