Officina del racconto – Limetta definitiva, un racconto di Michelangelo Franchini

La limetta ti cade dalle mani. Mi stai ascoltando? La limetta tintinna in bagno. Tu non mi stai ascoltando. Dov’è finita? Un fascio di luce dalla finestra ostacola la visuale, le tendine sono inutili. Non mi ascolti, mi fai incazzare quando fai così. Ha ragione, non lo ascolti quando ti parla. Si stende sul letto matrimoniale bianco, frustrato. Non lo ascolti, fingi di dover andare in bagno. Sbuffa. Accanto al letto un paesaggio meraviglioso inutile. Il freddo del pavimento del bagno preme sulle ginocchia, duro. Fa male. Dove cazzo è finita? Una volta entrata hai visto che hai scordato il cellulare. Il cellulare è sul comodino, accanto all’uomo che ora si passa le mani nei capelli con frustrazione. Se lo leggesse? Non lo farà. Non lo farà, non lo fa, ma potrebbe. In effetti, arrabbiato com’è, potrebbe travalicare il rispetto che ti porta. Hai smesso di cercare la stupida limetta con cui ti gingillavi per nascondere a te stessa il fatto che sei entrata in bagno senza ragione. Sei entrata in bagno per allontanarti da lui. Lo sa, l’ha capito. Rialzandoti ti incroci nell’ovale lucido. Ti perdi nella contemplazione di te stessa, la mente si offusca e il pensiero si dissolve sulle linee del tuo corpo ancora tonico. Sei forte. Sei forte, dice lui. Quando riusciremo a parlarne? Sei proprio forte sai? Ogni volta una scusa. Una scusa per non affrontare l’argomento.
Quando uscirai ne parlerete per dieci minuti. Tu dirai quello che dici sempre, lo dirai in tono annoiato, come ormai non puoi fare a meno di fare. Lui disapproverà. Disapproverà perché penserà che è una mancanza d’interesse. Allora non t’importa. Non t’importa davvero. Perché non t’importa? Quando ha smesso di essere importante? Tu non dirai nulla. Forse farai l’errore di sbuffare, non è vero che non mi importa, è solo che non capisco perché dobbiamo discutere di adottare figli se ogni volta che discutiamo ci limitiamo a ripetere le solite argomentazioni. Non c’è niente di nuovo da dire, niente che risolva la questione, quindi a che serve? È un impasse che non possiamo superare. Lui obietterà: il tempo passa. Si siederà sul letto. Sguardo basso, sospiri. Mani sulle ginocchia. Ginocchia rotonde come quelle di un bambino. Il tempo passa, e non è che torna indietro.
Se invece non farai l’errore di sbuffare, ti limiterai a guardare da un’altra parte. Nulla da guardare in quella stanza, un biancore soffuso, grigio chiaro. Un vecchio televisore. Vicino al letto il balcone. Fuori dal balcone, un panorama esotico. Verdeggiante, di un verde cupo. Una tonalità che non esiste nella vostra città, non esiste nei dintorni della vostra città. Lui si passerà la mano sui capelli e si stropiccerà gli occhi per qualche motivo. Scusa. Scusa non voglio litigare con te. Tu non dirai nulla. Forse è una cosa che non possiamo ancora decidere. Tu guarderai fuori.
Ti ricordi delle prime volte che uscivate insieme. Hai accettato quell’invito senza sapere bene perché. Hai detto a te stessa, perché no. Lui studente di economia. Sarebbe diventato ricco, perché sembrava intelligente. Sembrava diverso da com’è ora. Forse lo era. Era un’altra persona. Fai una smorfia. Lui è seduto accanto a te nell’alfa romeo nera, ha una camicia e un’acqua di colonia, andate veloci, ti mette una mano tra le gambe e continua a guidare per andare al ristorante e offrirti la cena. Ma è andata così? O è solo un ricordo? Forse ti ha messo la mano sulla coscia per attirare la tua attenzione mentre ti chiedeva timidamente dove volevi andare a mangiare.
Ti propone di uscire. Hai mal di testa, vorresti essere a casa. Quella non è casa tua, non quella stanza. Le sue gambe, le tue gambe. Insiste che vuole uscire. Fuori i colori, un paese straniero, mai visto, neanche in film. Facciamo una passeggiata. Il letto è sfatto. Vuole cancellare il momento. Ecco il suo piano. Ha deciso di cancellare quel momento, la sua mediocrità. Raccoglie una maglietta da un tavolo e la indossa. La indossa come se niente fosse. Cerca i pantaloni, passa di fronte a uno specchio e lo specchio lo congela di tre quarti. Di tre quarti è un’altra persona. Un uomo basso e tracagnotto. Un uomo vecchio. No, non vecchio, quasi.
Quando fate l’amore sta sopra, o è dietro. Fate l’amore, fate sette minuti di dentro e fuori. La sensazione è bruciante per la passera, leggermente piacevole per il resto del corpo. Come altre cose piacevoli di scarsa importanza, né più né meno, e però continui a farlo, apri le gambe e aspetti che finisca, guardando altrove.
Ehi, dirà. Guardami. Ehi, non voglio che litighiamo. È una cosa che possiamo decidere con calma. Alla fin fine siamo giovani, cioè non giovanissimi, ma comunque abbastanza giovani.
Tornate da una passeggiata abbastanza tranquilli. Lui ti ha tenuto la mano tutto il tempo. Tu hai lasciato la sua mentre un uomo dalla pelle color cuoio spiegava la storia della propria nazione. Non lo ascoltavi. Ciò che sentivi erano le sue dita e l’aria fresca sulle tue, che finalmente si distaccavano. C’era un bel vento. Gli hai lasciato la mano ma poi lui l’ha ripresa dopo. Volevi lasciarla ancora. Volevi fingere una telefonata, infilare il braccio nella borsa, ma eravate vicini. È stata una bella passeggiata, dice lui quando rientrate. Mi piace qui. È un bel posto. Non trovi?
Quando ripensi alla persona che eri al liceo vedi una donna fragile e in balia degli eventi. Disprezzi quella donna, con tutte le tue forze. La disprezzi al punto che smetti di pensarci. Però capisci che è stato importante quello che hai fatto. Hai fatto un percorso. Una serie di progressi.
Il tempo passa e non torna indietro, l’ho capito. Ho capito che l’hai capito, dirà lui. Quindi cos’è che vuoi da me, gli dirai. Grave errore. Non da te, con te. Lo dirà con tono spento. Rassegnato, esanime. Come stanco, spossato. Sei una delusione di fidanzata. Perché non vuoi darmi dei figli? Potrebbe chiederlo.
Il tuo primo uomo era un’ameba. Non sapeva cosa doveva fare della propria vita, non aveva mai un impeto di passione. Te lo ricordi? Bassetto, non bello. Mediocre anche nell’aspetto fisico.
Mediocre, lui, mediocre proprio. Non certo quello che meriteresti. Non certo quello che potresti avere. Potresti avere di meglio, qualcosa di meglio. Non ti pare?
Mi pare che stiamo bene insieme, no? Dirà lui. Con un tono poco convinto. Come se dirlo aiutasse a renderlo vero. Convincere sé stesso e convincere che sì, in effetti state bene insieme. Tutto sommato, sì, le cose vanno bene. Progetti, sì. Il lavoro. Una casa, la famiglia. La famiglia è importante.
Tuo padre, al contrario dei tuoi uomini, era inflessibile, algido. Ma erano altri tempi, è questa l’unica spiegazione. Un’altra epoca, in cui si metteva su famiglia perché sì, perché è quello che bisogna fare.
Contrai i muscoli davanti allo specchio. Nessun pensiero particolare adesso, se non il fastidioso contrasto tra i vostri fisici. Una sorta di metafora di tutto quanto, in un certo senso.

Che situazione del cazzo. Come si fa a ridursi in quella situazione di odio sotteso, eravate così felici quella volta al mare, era ovvio mettersi insieme, c’era chimica. Cos’è cambiato, com’è ch’è diventata così scontante maledizione.
Inutile provarsi a spiegarsi alla porta chiusa, sembra di stare in una commedia greca, ridi, ma non ti sente, sicuramente non ti sente, non mi ascolti, mi fai incazzare quando fai così.
È tutto inutile, e allora te ne stai a fissare il soffitto e neanche dare qualche pugno al cuscino non serve, prima che te ne accorgi ti stai passando le mani tra i capelli e i capelli ti restano impigliati tra le dita ed è di nuovo uno di quei momenti in cui la dottoressa dice di provare a concentrarsi su qualcosa di positivo, un’immagine bella come quella della spiaggia, di quando eravate andati in spiaggia e ancora neanche uscivate, la cosa capitò per caso, come capitò, e giocavate a flirtare in acqua – inutile hai di nuovo le ciocche in mano, la testa brucia ma solo per un attimo.
Inutile anche che sbuffi, sei tu che ti sei caccia in questa situazione. Lo sai. Quand’è stato, forse quando la sua amica era ammalata e allora tu hai detto che problema c’è, usciamo lo stesso, ti vengo a prendere in macchina e andiamo al ristorante, perché no. Studiavi economia all’epoca. I telefoni avevano il disco rotante, sembra ieri, e invece è cambiato, lei è cambiata. È stato forse dopo l’incidente, sembrava ormai fatta e i tuoi già avevano una culla – era di Maria, ma regge ancora – ma sei forte tesoro. Sei proprio forte, sai? Quando riusciremo a parlarne?
Immagini di dirglielo quando uscirà. Non prima di una doccia. Uscirà con l’accappatoio e i capelli avvolti in un asciugamano. Non c’è niente da parlare. E poi anche: non ne voglio parlare, ho solo bisogno di riposarmi. Cosa ti rende così apatica? Tesoro sono preoccupato. Lei avrà gli occhi assenti, ed è la cosa peggiore, quando gira lentamente per la stanza mettendo a posto e guardando tutto in modo spento, i riflessi rallentati, tanto che quando le dirai che vuoi uscire ci metterà un po’ a rispondere. Dirà che ha mal di testa, di solito usa il mal di testa.
Maledizione tesoro, è dura per tutti, che ti credi. È stata dura per i miei, è stata dura per me, ma ora ho ridotto a due birre a settimana, quindi vedi, è tutto a posto, i miei neanche ci pensano più.
A volte ha quello sguardo anche quando fate l’amore. Finché non ti rigiri sfiancato sul lato del letto. Mi pareva fossimo d’accordo. L’altra sera a cena hai detto che eri d’accordo. Nessuna reazione. L’adozione fa quest’effetto. Silenzio stampa. Ma il tempo passa, dici. Ancora nulla, lei rannicchiata immobile, neanche la senti respirare. Cerchi di tirarle un braccio, dai, usciamo, su, facciamo un giro.
Ma dopo la passeggiata le cose non vanno meglio, non basta alzarla dal letto e vestirsi in silenzio e andarsene fuori.
Poi di nuovo: lasciamoci. Hai bevuto? Ho detto lasciamoci, basta, voglio – già, cos’è che vuoi? Silenzio.
Quando uscirà ricomincerà tutto da capo, e ricomincerete a bere e prendere le medicine per stare storditi tutto il giorno e dire mi fanno proprio sentire meglio.
Ha telefonato tua sorella, inventi, hai lasciato qui il telefono, devo parlarci io? Ci parlo io?, chiedi bussando alla porta del bagno una volta, due volte, poi fermandoti ad aspettare una risposta.
Che non arriva.


Annotazioni:

Il punto fondamentale è quello che dicevamo l’altra volta, smarcarsi da Eco e dalla forma-racconto tradizionale. Questo è stato scritto tempo fa, anzi, per essere esatti, iniziato tempo fa. E si può vedere da diversi indizi. C’è una certa idea di scomposizione della vicenda, un tentativo di provare un montaggio diverso, ma c’è anche un filtro eccessivo tra il narratore e i pensieri che oggi ho scavalcato – o almeno tentato di. Per liberare veramente le potenzialità del linguaggio bisogna fargli trascendere le strutture. A livello di racconti significa basta con le formule inflazionate, a livello di romanzi basta con lo schemino [infanzia del protagonista] → [adolescenza del protagonista con prime velleità artistiche] → [iniziazione all’età adulta con prime delusioni amorose] ecc. È qualcosa che abbiamo visto migliaia di volte, eppure si continua a scriverlo. C’è questo attaccamento morboso alle proprie storie che genera eserciti di sbruffoni solipsisti pigri da far schifo, incapaci perfino di capire quello che fanno, gente che si vanta di non leggere altro che romanzi. Al centro del canone però Bloom ci mette Shakespeare, che scriveva storie per gli altri, per il pubblico, scompariva nelle proprie storie che – rullo di tamburi – non erano nemmeno originali. Eh già, quasi tutte rielaborazioni di opere precedenti. Niente di suo, eppure è l’autore fondamentale del canone, questo dovrebbe darci da riflettere. Forse è perché le storie erano destinate alla rappresentazione: probabilmente è questa la ragione che gli permetteva di ridimensionarne l’importanza. Bisognerebbe scrivere di più avendo in mente questo. Non intendo dire che bisognerebbe scrivere teatro – cioè: anche – ma che bisognerebbe smettere di prendere troppo sul serio ciò che si fa. La limetta iniziale in questo caso è una parola presa aprendo il dizionario a casaccio. Lasciare la responsabilità al caso è un ottimo modo per scavalcare Eco e sé stessi. Douglas Adams era uno che scriveva con l’I Ching, e guarda che meraviglia ha tirato fuori. E scriveva per leggere in radio, altro particolare non privo d’importanza. Dove voglio arrivare? A stilare un manifesto. Una serie di regole pratiche per una scrittura nuova, una versione aggiornata del decalogo della prosa beat di Jack. Ci arriveremo e – dato che siamo rigorosi – accompagneremo ogni formulazione teorica con i risultati dell’esperimento a livello pratico. Restate sintonizzati – oppure no, andate a cercare una roba simile sugli altri blog e poi, quando non l’avrete trovata – perché non c’è – tornate qui.

Ho tentato un possibile proseguimento non-lineare della narrazione. Naturalmente, non è indispensabile un lavoro di questo tipo per fare qualcosa di originale. Penso sia sufficiente partire dall’assunto che le storie hanno un livello metaletterario, che non sono cartonati piatti e che il modo in cui raccontiamo è importante quanto ciò che raccontiamo: se non si capisce questo non si possono fare progressi. Capirlo non vuol dire solo rompere la quarta parete: quello è il primo livello, Duchamp che espone la ruota di bicicletta, qualcosa che in letteratura ha fatto Barthelme (forse anche altri prima, non ne sono al corrente), ma serve per passare oltre, e arrivare cioè a una nuova dimensione dell’arte. Comprendere questo vuol dire arrivare al Finnegan’s wake, un romanzo in cui la lingua si reinventa: il significato delle parole ridotto d’importanza e riportato alla pari col significante, e il modo in cui il significante è disposto. Altra strada è quella percorsa da Beckett – allievo di Joyce, per l’appunto – e cioè un ripensamento all’interno della forma romanzo, uno svuotamento di significato della prosa, che ci riporta allo svuotamento reale del significato.
Se vi sembra complicato non preoccupatevi: ci torneremo su molto presto.  

Michelangelo Franchini

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