Officina del racconto – La tomba del re, di Giulio armeni

Ieri il mio re è morto. Il suo corpo verrà condotto in un luogo sperduto che ancora non so, e lì seppellito. Il corteo funebre verrà poi ucciso per mantenere il segreto sul luogo della sepoltura. Il corteo s’è già messo in marcia, e io sono tra loro. Sono tra quelli che non torneranno.

Io sono un servo, ma non ho mai conosciuto il mio re. Non so di chi sia questo corpo che ora portiamo sulle spalle. So solo che questo corpo mi pesa. È ironico che io non abbia mai conosciuto il mio re, che per me sia sempre stato come una mano immateriale sulla mia testa; e che ora, solo ora che è morto, senta il suo peso; che senta il suo peso gravare su ogni mio singolo passo. Lo sento a ogni sobbalzo del terreno. A ogni mio inciampo, a ogni sasso che intralcia il mio cammino, lui salta assieme a me e mi fa cedere la spalla; come se mi desse una bastonata.

Non so fin dove si estenda il suo regno. Non conosco le terre da lui governate in vita. Non so delle sue conquiste. Non so niente di lui. Io sono un servo e non ho occhi che vedano oltre. Posso parlare del mio re e del suo regno solo per quel che riguarda me. Posso dire che il suo regno s’è manifestato in me nel momento esatto in cui m’è stata annunciata la sua morte. Con la sua morte, ogni cosa che lo riguardava ha assunto per me consistenza, peso, come il suo corpo sulla mia schiena. In vita, con le sue campagne, ha conquistato territori aperti e sconfinati; da morto ha conquistato lo spazio infimo e concluso di un suo unico servo.

Non conosco il posto dove lo stiamo portando. Intorno a me vedo solo un paesaggio brullo, stepposo. Il corteo è composto da noi servi, che portiamo il re sulle spalle, e dalle sue guardie, armate, davanti a noi, che ci mostrano il cammino per il luogo deliberato. Ma una volta arrivati lì, nessuno di noi rimarrà. Scaveremo una fossa, vi seppelliremo il re, dopo di che le guardie ci uccideranno tutti, com’è stato ordinato. Poi ognuna delle guardie dovrà uccidere il suo compagno. E così via finché non rimarrà l’ultima guardia, che dovrà suicidarsi. Nessuno tornerà e nessuno saprà mai dove il re è sepolto.

Il corteo non è stato scelto in base a un particolare criterio; almeno non noi servi. Le guardie sì, loro sono stati gli uomini più fedeli al re, quand’era in vita, e sono convinti di quello che fanno; non vogliono lacrime, per il loro re, ma il sangue di uomini coraggiosi. Noi invece siamo stati estratti a sorte. Noi non siamo uomini coraggiosi, noi siamo uomini a caso che non conoscono la persona che portano. Tuttavia, non penso che le guardie abbiano conosciuto il re tanto più di quanto l’abbia conosciuto io. Certo, ci avranno combattuto insieme. Avranno avuto il coraggio di incrociare il suo sguardo, o forse semplicemente il permesso di farlo, a differenza nostra. Ci avranno fatto qualcosa insieme, ma anche loro in fondo erano suoi servi. Dal momento che sei re, non c’è scampo; tutto ciò che non sei tu, è qualcosa di tuo. Il re invece non era di nessuno. Tantomeno mio. Ma ora che è morto, le guardie è come se avessero paura di lui. Paura di portarlo, dopo un’intera vita in cui per loro è stato immateriale; paura di sentirlo improvvisamente vivo. Per questo lo fanno portare a noi: perché loro non l’hanno mai portato in spalla e vogliono seppellirlo prima di portarlo in spalla anche solo una volta.

Il corteo avanza in modo molto ordinato, in linea retta. Nessuno parla. Non ci sono donne piangenti ad accompagnare la processione. Il tempo del pianto è lungo e diluito, e le nostre guardie non vogliono il pianto, per onorare il re. Loro vogliono il sangue, solo carne e sangue, per il re, e il sangue arriverà prorompente, alla fine del nostro viaggio.

Non capisco perché debbano ucciderci. Probabilmente pensano che non sappiamo mantenere un segreto. O meglio, che una volta che hai avuto la fortuna di assistere alla sepoltura di un re, tu non possa non parlarne. E ammesso che tu non ne parli con anima viva, tornerai in quel posto dove sai trovarsi il re, dove il terreno è un poco smosso, dove si incrociano i due ruscelli. E sei una persona talmente di poco valore che dovrai tornarci con qualcuno. Solo per dire: avevo un re. E anche se manterrai il segreto sulla tomba del re, la gente si chiederà perché ogni tanto tu parta e te ne vada a spasso, da solo, nella steppa. Capiranno che nascondi qualcosa, laggiù, lontano da tutti; ti seguiranno finché non ti vedranno cadere in ginocchio. A quel punto loro ti costringeranno a parlare, e razzieranno la tomba del re.

Non so se io riuscirei a mantenere il segreto. Non so se giudicherei sufficiente sapere dov’è sepolto il re. Se vogliono che il segreto si mantenga, fanno bene a uccidermi. Fanno bene a essere spietati. Ma se vogliono il meglio per il loro re, allora no. Forse, una volta tornato, mi farei insegnare l’alfabeto, per poter un giorno scrivere. E una volta imparato a scrivere, scriverei del posto dove il re è sepolto. Non del cammino percorso, ma solo del posto. In tal modo il segreto sarebbe salvo, perché nella steppa ogni posto è uguale all’altro. E la mia gente adorerà tutta la steppa, indistintamente, perché saprà che una sua zolla nasconde un re. Il re non ha mai voluto ammettere a se stesso che i territori da lui conquistati in vita furono per lo più aridi. Io li renderei fertili come un giardino.

Ma poi penso che non ne sarei degno; che sia la cosa migliore, che il nostro viaggio termini nel silenzio. Penso che il silenzio sarebbe il mio modo migliore per onorare il re. Ciò che mi spinge al silenzio è il fatto che io non abbia mai conosciuto il mio re. Una volta morto, sentii che gli fosse stato fatale il cancro di una vecchia ferita di guerra; poi arrivò un’altra voce, che fosse morto per aver bevuto troppo vino durante il banchetto delle sue quinte nozze. La mia visione di lui traballò così tanto e così vergognosamente, tra quei due venti diversi, che mi chiesi se non sarebbe stato meglio abbatterla del tutto. Non potevo cominciare a vedere il re solo ora che era morto; troppo tardi. La morte di una persona ha il preciso compito di lasciarla indifesa alle parole; l’infinità dei suoi sudditi, la varietà delle loro lingue, la polifonìa delle loro voci, che rendono un re il più potente tra gli uomini, son le stesse che, dopo la morte, lo rendono il più impotente.

Le voci sul suo conto si moltiplicarono, e io me ne tirai fuori. Quando poi venni sorteggiato tra i componenti del suo corteo funebre, vidi quel viaggio che m’aspettava come la fine più degna possibile. Perché sì, appena venni a sapere che il re era morto, capii che con lui sarei morto io, in ogni caso; mi fu chiaro come una sentenza. Perché la morte di un re non può essere priva di conseguenze. A un re vivo, che ti governa e ti comanda e ti umilia e regna e ha conquistato ogni minimo fazzoletto di terra su cui tu posi il passo, si può sfuggire, sì; ma a un re morto, no. E allora mi parve molto più degna una morte silenziosa, alla fine di quella processione votata all’oblìo, piuttosto che una chiassosa, tra le vorticose chiacchiere dei sudditi. Morire con un segreto, morire pieno di qualcosa, non vuoto; essere mietuto come un frutto finalmente maturo.

Ma ora che porto il mio re in spalla, sento il mio re pesarmi. E assieme alla morte del re, sento pesarmi la mia morte. Questo viaggio, intendo. L’intenzione con cui è partito il viaggio verso la tomba del re. Stiamo facendo tutto questo per dimenticare. I preparativi, i viveri, le armi, la marcia, le soste, la fila indiana, i sopralluoghi, la strada, tutto questo con l’unica finalità di dimenticare il posto dove arriveremo. Siamo diretti a un gorgo. La tomba del re. La tomba del re e il segreto che sempre porterà con sé. L’organizzazione con cui tutto ciò avverrà. Una delle guardie del re, uno dei coraggiosi, ci farà segno di fermarci, facendoci capire che il luogo è quello. In base a cosa, non si sa; un posto scelto a caso, come noi; ma non conta nulla. Siamo partiti per questo: per rendere quel luogo un silenzio.

Scaveremo la fossa finché non sarà abbastanza profonda. Vi caleremo il re, facendo attenzione a non rovesciarlo. Ricopriremo tutto finché quel posto non sarà di nuovo uguale agli altri. A quel punto confluiremo anche noi nel nulla, senza una ragione: i coraggiosi si avventeranno sul primo di noi. Magari sarò proprio io. Non potrò tornare a cantare il mio re. E così avranno qualcosa in più da dimenticare. Il carico sarà sempre più oneroso. Si avventeranno sugli altri servi, li trucideranno. Poi rimarranno solo loro, i coraggiosi, e a ogni lutto la posta in gioco tra i testimoni sarà sempre più alta. Si uccideranno l’uno dopo l’altro; le cose da dimenticare si moltiplicheranno finché l’ultimo coraggioso resterà da solo. Il segreto, sempre meno distribuito, si concentrerà tutto nel cuore di un solo uomo. Un uomo che avrà visto seppellire un re; sterminare i servi che avevano trasportato il re, fino a sentirlo vivo; uccidere coloro che col re avevano combattuto, senza mai conoscerlo. Quel coraggioso camminerà lì in tondo per un po’, cercando il coraggio per ammazzarsi. E l’unica cosa che potrà salvare il re sarà la viltà di un suo suddito. L’ultima cosa che un re chiederebbe, ma la prima che un uomo vorrebbe. E magari quel suddito vile camminerà per la terra e canterà del suo re; ma si stancherà presto. Ci si stanca, alla fine, di cantare di un re sconosciuto.

Giulio Armeni


Annotazioni:

All’inizio non sapevo se mettere o no questo racconto nell’officina. Poi mi sono detto che se l’officina serve a insegnare a scrivere, questo racconto può essere un buon esempio. Per il semplice motivo che ci arrivano parecchi scritti che cercano di emulare questa struttura che potremmo dire borgesiana.
Non intendo ovviamente paragonare il nostro a Borges, ma soltanto spiegare per quale motivo questo sia un tentativo riuscito di costruire quella stessa struttura narrativa che, in altre mani, ha dato origine a diversi capolavori. Quello a cui penso io è uno in particolare: non ricordo il titolo, avendo letto i Meridiani di Borges, in cui la distinzione stessa delle raccolte mi sfuggiva; il racconto non consisteva in altro che le riflessioni di un soldato nazista che, in prigione, prima di essere ucciso, giungeva alla conclusione che la propria condanna a morte non era altro che la vittoria del Reich e della religione della spada (vi invito a segnalarmi il titolo, se lo ritrovate).
Qui non c’è molta trama, ma del resto, come tutti sanno, la trama non serve a niente. Se s’intende trama come storia e non nel senso più etimologico del termine, ovvero tessitura. La tessitura è tutto. E qui c’è una tessitura, c’è uno svolgimento ordinato e non lineare, che non disancora mai la riflessione dall’azione: non si smette mai di avere in mente ciò che gli schiavi stanno facendo: l’azione che stanno compiendo, e quest’azione si accompagna alla riflessione fino alla fine.
Ogni sezione aggiunge qualcosa, e non necessariamente in modo cronologicamente ordinato, altro punto a favore per quanto mi riguarda. Il romanzo è troppo incrostato di quella sinteticità analitica che ha acquistato al nascere dell’editoria come industria, momento in cui si è razionalizzato ed è diventato sempre più un prodotto che si proponesse di fornire nel modo più semplice possibile le istruzioni per essere consumato; se si legge Proust oggi si rimane esterrefatti e smarriti: dove altro si può trovare una narrazione così meravigliosamente inutile e totalmente decentrata? Borges era chiaramente fuori da questo tipo di logiche, ed è per questo che le sue narrazioni hanno una struttura di questo tipo: non c’è linearità se non nella progressione argomentativa.
E così in questo racconto. Non ci sono colpi di scena o altri dispositivi narrativi simili che io ritengo, opinione personale, scadenti. La forza, e qui la lezione di Borges è stata ben assimilata, è proprio nella scontatezza dell’anticipazione di ciò che verrà, e infine nella rassegnata accettazione dell’ineluttabilità di quello che verrà, di quel destino che attende tutti.

Michelangelo Franchini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *