Officina del racconto – Fabrizio Corona ha quarantasei tatuaggi, di Gian Marco Griffi

Il sole è alto in cielo, e l’efficientissimo Coro dei Vigili Urbani di Asti sta pompando un Alleluja a mille, spingendosi fino alle estreme conseguenze di sopportazione audiovisiva. L’ambiente è bello caldo, e trattandosi di una cerimonia in grande stile sono accorsi tutti: dai minchiòni delle borgate il cui solo scopo è quello di spiluccare un tramezzino al salmone, alla Classe Politica Locale, grassa come un dio grasso thailandese, quivi rappresentata da emissari provinciali/regionali e portaborse sindacali, accorsi ad ammirare la nuova voga ecological-chic della nostra beneamata terra. 

Il centro direzionale è giustappunto una bizzarrìa architettonica, quello sì, epperò senza prostrarsi a pedanterie storiche, nessuna smania o velleità artistica e scientifica. Lo fa notare un tizio con cappello Borsalino bianco mentre il Coro spinge a palla su un acuto che ha del terrificante.
E poi il banchetto propiziatorio, la ricostruzione degli ambienti preistorici, il padrino della manifestazione.
Fabrizio Corona [Sorta di fotografo o paparazzo forestiero – conosciuto anche per alcune relazioni amorose di dominio pubblico e per vicende giudiziarie non del tutto chiarite – molto celebre soprattutto negli ambienti agricoli monferrini, laddove il consumo di programmi televisivi pomeridiani e di riviste-gossip non è mai stato tanto elevato come in questa particolare epoca storica] è provocante. Lo osserviamo con disorientamento, giacché il suo carisma conduce tutti i presenti a una specie di stordimento emotivo e intellettuale: aggancia un morsetto (attrezzo formato da due ganasce, una fissa e l’altra mobile, avvicinabili mediante una vite) al bordo, assicura la sua reflex biottica, salta sul tavolo coi suoi stivali a punta (è un tipo davvero atletico) e annuncia: Voglio stupire il mondo.

Ma stupire il mondo non è semplice, ci vogliono idee e allora bum, eccolo qui, padrino della biosfera di Asti Nord, per testimoniare col suo carisma e con le sue fotografie le meraviglie biologiche del bosco collinare astigiano/monferrino, residuo della caratteristica vegetazione insediata su sabbie astiane e perciò testimonianza dell’antico mare pliocenico.
Fabrizio è terribilmente sedotto dall’idea romantica di un antico mare pliocenico (gli rammenta la sua vita selvaggia, il suo istinto animalesco), per cui il secondo annuncio lo legge da un biglietto scritto a mano dal suo agente: Lasciatevi rapire anche voi dalla bellezza di un antico mare pliocenico.

Qui ci si diverte, pensa qualcuno tra gli applausi della classe politica che finanzia l’intervento sperando in un ritorno d’immagine, anche se lo sgomento è tangibile e valutabile in qualche illusorio svenimento dalla parte opposta della tavolata, una splendida tavola contadina di compensato pregiatissimo, soprattutto tra le fila delle signorine profumate che inneggiano alla nudità di Fabrizio tra pailettes e sguardi rubacchiati al loro cocco. 

Si tratta di starlette, bagascette scampate all’ultima indifferenza modaiola provenienti dal centro e accorse in massa al solo udire il nome del nuovo idolo maledetto, tra le quali soggiornano a buon titolo Miss Asti in carica e tutta la sfilza dei premi di consolazione: Miss Cinema Tv, Miss Agricoltura Duemilaundici, Miss Sorriso, Miss Vendemmia Duemiladodici e molte altre.

La biosfera (insieme delle zone del pianeta Terra in cui le condizioni ambientali permettono lo sviluppo della vita) di Asti Nord è la terza per grandezza nell’emisfero boreale (senza fonte), comprendendo un tratto del rio Valmanera (noto fiume dell’astigiano, che si snoda per circa centosedici chilometri in direzione sud sud-est); al suo interno è stato fedelmente ricreato uno stagno didattico con prati umidi, un viale di gelsi e alcuni prati esposti a sud (xerotermici), comprendenti rarità botaniche ed entomologiche.

Ma nessuno riesce a riflettere su gelsi e prati xerotermici, poiché Fabrizio Corona, in piedi sul tavolo imbandito, attualmente è una qualche forma di divinità ugro-finnica, o meglio un dio-merce anarchico, un dio-feticcio musicale, stravolto da un’aura involontaria di comicità pecoreccia e iper-realismo kitch: capelli all’indietro, sorriso scaltro e denti bianchissimi, uno stivale sul piatto del servizio buono, l’altro sul centrotavola amorevolmente cucito e affinato da tredici induiste calve cresciute sul delta del Gange (così recita l’etichetta). Ma il Gange è distante migliaia di chilometri, per cui: numerosi flash immortalano il fisico scultoreo di Fabrizio mentre s’avvinghia su se stesso, simile a un polimorfo adone greco, o forse a un discobolo, epperò molto contemporaneo, molto trendy, con la sigaretta accesa tra le labbra erotiche. La camicia sbottonata mostra ciò che tutti noi avventori già sapevamo: Fabrizio Corona sul petto ineluttabilmente depilato ha numerosi tatuaggi, uno dei quali rappresenta la dea azteca Chiconahui, il cui significato profondo egli ignora completamente.
Questa è Chiconahui, dice, dea dell’abbondanza e della fertilità (senza fonte).
Contadini e studiosi e bagascette e classe politica si uniscono in un grande e prolungato oh, mentre il Coro pompa a dismisura il Sanctus del Faurè totalmente rimasterizzato per la circostanza.
Breve descrizione del Coro:

diciotto uomini, tredici donne, età variabile dalla venticinquina alla sessantina, il più vecchio parendo un genitore con ampia barba grigiastra e la più giovane parendo una grintosa studentessa fuori corso. I vestiti, semplici, essenziali. Camicia nera e pantaloni neri, giacca nera, foulard di lino rosso per i signori, azzurro per le signore. Le scarpe come vengono vengono, dal momento che dalla sua postazione il Coro non mostra i piedi ma soltanto parte del ginocchio e più su, fino al viso. Nessuno direbbe, osservandoli, che i membri del Coro durante il giorno sono vigili urbani, e che la loro occupazione comprende appioppare multe ai poveri automobilisti monferrini.

La nuova entomologa sorride, anche se non sembra per nulla divertita; è nuova in città e si sente avulsa dal contesto della giornata, confusa dai flash della biottica di Fabrizio, il quale ora deve sentirsi una specie di epigono di quegli imperatori bizantini (la cui collocazione storica egli ignora) che usavano ricevere gli ambasciatori facendoli prostrare a terra mentre tutt’intorno fiorivano suoni disarmanti d’uccelli e tucani e armoniche o arpe. 

L’entomologa ha ginocchia da baciapile ma caviglie sottili, evidenzia uno sguardo sado-agricolo che non le si confarebbe se non per un grazioso neo sulla gota destra, o sinistra, o una delle due (il quale notoriamente fa molto sado e qualcuno sostiene anche molto agricolo – o nobile). 

Le rivolgo uno sguardo compiacente (quel tipo di sguardo che dovrebbe significare qualcosa come: presto sarà tutto finito). Provo a metterla a suo agio raccontandole della mia vita, così in generale, una vita vagamente omosessuale caratterizzata dal mio lavoro di corrispondente per la rivista Segreti & Natura (e dall’ambizione di pubblicare un romanzo). “A tal proposito sto frequentando una scuola di sceneggiatura per cinema e tv”, dico mentre il Coro s’impappina su un giro di Inviolata del Cornacchia. “Anche se i miei professori pensano che i personaggi delle mie cronache manchino di approfondimento psicologico e che l’impiego di parole problematiche e vetuste condizioni tremendamente il ritmo della narrazione”. Non sembra interessarle la mia propensione alla narrativa, anche se dimostra vivacità quando le accenno al mio lavoro di giornalista. Lavoro assiduamente in questa piccola rivista, molto indigena, molto didascalica, il cui obiettivo è quello di mostrare al pubblico le interconnessioni segrete tra un aspetto della natura e l’altro (con ampi spazi per descrizioni monumentali della nostra classe politica in relazione con quella fetta di mondo agricolo che essa tiene in gran considerazione, basta che rimanga al posto suo e paghi quello che deve pagare). L’aspetto peggiore del mio lavoro, dico, è che mi costringe a rapportarmi con una branchia del mondo animale rappresentata da schifosi insetti brulicanti e ronzanti nelle ore più scure della notte.

Fabrizio è inaspettatamente rapito dalla biosfera. Essa racchiude infatti la più estesa e meglio conservata stazione di cisto (Cistus salvifolius) dell’Alto Monferrato, importante relitto mediterraneo della calda epoca post-glaciale, insediatasi su queste colline circa quindicimila anni fa, e ora quasi estinto. Fabrizio si guarda intorno con occhi sorpresi, trascendendo ogni forma di comunicazione e simbologia poiché egli stesso, in questo momento, è la comunicazione, è la simbologia. Voglio stupire il mondo, ripete, e lo ripete ancora, sotto gli sguardi ammirati di contadini col vestito buono e femmine in visibilio (più la solita classe politica, e il Coro, che decostruisce un gloria del Gounod movimentandolo con cadenze alpinesche davvero coinvolgenti). 

Anche se i redattori della piccola rivista per la quale lavoro gradirebbero una maggiore scientificità, io ritengo che i fattori umani siano fondamentali nella cronaca di una giornata importante. Il contesto, mi ripeto, è indispensabile. Anche se in questo preciso momento più di un contesto mi occorrerebbe una lista delle specie animali presenti nella biosfera. Quella e un gin tonic per digerire questo banchetto molto contadino, molto coinvolgente. 

Ma ora il silenzio regna sovrano. I pistoni del Coro smettono provvisoriamente di spingere, poiché ecco, signore e signori, in anteprima per noi l’ultimo tatuaggio di Fabrizio Corona, appositamente concepito per l’occasione: uno splendido esemplare di Anthobiodes heydeni (Allard, 1870), uno dei vanti della biosfera, non per niente dotato di tre peni: dorsale, ventrale e laterale, il quale fa capolino tra l’ascella e la scapola sinistra. E poi teche e teche svelate ricolme di schifezze, dalla quale l’entomologa ne estrae una, più schifosa di altre. Fabrizio adocchia la bestiolina sul dito dell’entomologa ed esclama: la natura è portentosa! Rifletto sul significato di tutto ciò, mentre il Coro pompa un delizioso Kyrie del Mercadante in versione tardo-bizantina.
Nelle profondità terrose del Monferrato cresce il Cistus salvifolius (Linnaeus, 1753), che è un arbusto appartenente alla famiglia cistaceae, tipico della macchia mediterranea. Su di esso vive in grande abbondanza un piccolo coleottero rosso fuoco, coperto di spine, la Dicladispa testacea (Linnaeus, 1776), tipico elemento stenomediterraneo, che in questo luogo raggiunge una delle zone più settentrionali della sua distribuzione. 

Oltre a ciò, va detto che si tratta di una bestia del tutto orripilante, impossibile da osservare senza provare un immediato moto di disgusto per tutto il resto del creato.

Le opinioni personali rappresentano la decadenza e il crollo della cronaca; meriterebbe frustate sulla carne viva il cronista che si permettesse di sdilinquire la sacralità della cronaca per mezzo di futili opinioni personali. Mi serve maggiore scientificità, maggiore approfondimento psicologico. I classici, ricorda i classici. Per non dimenticarli frequento una scuola di sceneggiatura per cinema e tv tutte le settimane dal lunedì al venerdì; è una scuola molto competente all’interno della quale ho imparato numerose cose sull’approfondimento psicologico dei personaggi e sulla propensione di molti insegnanti a bere whisky liscio prima di coricarsi. E cos’altro ho imparato alla scuola di sceneggiatura per cinema e tv? La leggerezza, certo, e la capacità di descrivere azioni che si svolgono su piani temporali diversi. Mostrare, non raccontare. 

Ma adesso mostrare non m’interessa, poiché Fabrizio dall’alto del suo tavolo allontana un mandarancio con un calcio poderoso; le sue movenze sono debordanti, languide, le sue parole precise e taglienti. È il ritratto dell’eloquenza (arte di esprimere con efficacia, mediante la parola, il proprio pensiero). Strappa dal morsetto la sua reflex biottica e la impugna saldamente, mira e scatta a ripetizione, vuole immortalare l’estasi che la sua presenza suscita nella gente qualunque. Voglio scoprire il segreto del mio successo, dice, e per farlo vuole penetrare gli sguardi di tutti, reincarnandosi nella personalità di un semidio egizio, o di un imperatore persiano, un Dario, forse, un Serse, ancor meglio. Fotografa ogni dettaglio degli occhi altrui, il suo corpo è suadente e appetitoso, un tatuaggio raffigurante un caduceo dorato su sfondo bianco si dilata sul bicipite destro. Robert Capa mi fa una pippa, dice, e denuda l’anima degli astanti con clicchettii frastornanti, quantunque appena percettibili a orecchio nudo, per via della nuova performance del Coro, prima disceso agli inferi baritonali di un barbuto e vagamente belluino fruttivendolo di Scurzolengo (accettato in via del tutto eccezionale all’interno del Coro per la penuria di baritoni che caratterizza la nostra epoca) e subito risollevatosi nelle sfere celesti d’un empireo dantesco grazie ai soavi e perentori gorgheggi delle tre femmine-soprano in dotazione, imprestate (solo per un giorno) dal Teatro Monumentale & Operistico, uno dei quattro teatri più importanti al mondo (senza fonte).

Penso che la giovane entomologa (tralasciando forse i ginocchi) avrebbe le carte in regola per sfondare nello star-system: gradevolmente delicata, ottimo decolleté racchiuso in una camicetta bianca e gonna con spacco abissale sui misteri della femminilità (peccato solo per i ginocchi!).
Vorrei intavolare un dibattito, dice o singhiozza, sulle forme di vita presenti nella biosfera, con tanto di nomenclatura binominale, ma temo che un simile discorso verrebbe frainteso dalla maggior parte dei presenti. Cionondimeno sta azzardando un approccio con brevi e didascalici tentativi di cogliere il senso ultimo della presenza in questo luogo di numerose e straordinarie specie animali. Quello che ci vuole in un articolo è scientificità accurata, cronaca minuziosa, priva di impressioni confidenziali od osservazioni di basso costume, e allora, per es. volendo riferire ai lettori di Segreti & Natura taluna parte della fenomenale fauna di questo luogo prodigioso: Bedelia angustata (Lefevre, 1875), Callipta oberthuri (Fairmaire, 1876), Eumolpus asclepiadeus (Pallas, 1776), Damasus albicans (Chapuis, 1874), Chloropterus bimaculatus (Raffray, 1873), Chloropterus pallidus (Chobaut, 1898), Colaspinella grandis (Frivaldszky, 1880), Macrocoma obscuripes (Wollaston, 1862) – dalla peculiare corazza cangiante –, Macrocoma oromiana (Daccordi, 1978) – con corazza iridescente tre giorni l’anno, in corrispondenza dell’accoppiamento –, Weiselina lenkorana (Reitter, 1890), Donaciella cinerea (Herbst, 1784), Smaragdina judaica (Lefevre, 1872) – la quale si credeva estinta da una mezza dozzina d’anni –, Podagrica pallidicolor (Pic, 1909), Plagidera versicolora (Laicharting, 1781), Polyconia caroli (Leprieur, 1883), Xanthogaleruca luteola (Müller, 1766) – capace di adattarsi a un clima completamente diverso rispetto a quello d’origine –, Psylliodes araraticus (Khnzorian, 1968), Hydrothassa flavocincta (Brullé, 1832), Hispa atra (Linnaeus, 1767), Galerucella kerstensi (Lohse, 1989). 

Non è fantastico?

È davvero fantastico. Ma stiamo pur sempre parlando di lepidotteri e coleotteri. Tento di rientrare su binari più consumistici, più democratici: il popolo vuole sentimenti e corna, non meri dati scientifici; il mio romanzo, per esempio, ha un impianto classico acquisito sui banchi della scuola per sceneggiatori cinema e tv, ha personaggi classici la cui psicologia si presta ad essere analizzata dagli strutturalisti, dai funzionalisti, perfino dai pazzoidi della gestalt.
Breve estratto dal mio romanzo: “Signorina Isabelle, non voglio illuderla. Per quanto i miei sentimenti nei suoi riguardi siano sinceri, pressoché immacolati, e in ultima analisi estremamente elementari, io non posso esprimerli così semplicisticamente. Ci sono convenzioni da rispettare, formule da portare a compimento, effetti stilistici da considerare. Pertanto si può affermare che la mia presenza di fronte a lei, in questa stanza di un motel sulla tangenziale 41, sia da attribuire ad alcuni presupposti archetipici della mia infanzia travagliata (Signorina Isabelle, mi riferisco a traumi sessuali della mia fase fallica e di quella genitale, al complesso di Edipo, al complesso di castrazione, ecc.), i quali agendo sulla mia psiche estenuata da un secolo di inibizioni e moralismi, mi conducono a esternare la mia volontà di svuotarmi i coglioni”. “Cosa le salta in mente, dico, di usare simili espressioni?”.

Il Coro improvvisa un jingle pubblicitario, Manhattan Transfer o roba del genere, e i suoi membri, parti di un corpo perfetto, trascinano le corde vocali su piani acustici davvero notevoli.
Fabrizio ora si è allontanato dal tavolo e compie gesti ginnici ricchi di valore rituale nei pressi di una Sequoia sempervirens (D. Don) Endl., Syn. Conif. 198 (1847), improvvisando certune posizioni yoga oggigiorno molto alla moda; Fabrizio aveva esordito annunciando Voglio stupire il mondo (superficie del globo terrestre con tutta la vita che vi si svolge). Ma il mondo, di per sé, è un’entità astratta, e allora Fabrizio sta specificando: Voglio stupire tutti gli uomini e tutte le donne del mondo.

Credo che una maggiore valutazione delle cause che hanno condotto l’essere umano a soggiornare da queste parti ci condurrebbe allo stesso modo a definire un nuovo stile di vita. Più naturale, forse. Anche se io mi ritengo smisuratamente urbano, dico all’entomologa in un momento di debolezza. 

Poi qualcuno annuncia che è giunto il momento della visita al museo della biosfera, il Coro esplode in una versione gospel di Radio ga-ga dal ritmo incalzante, la Classe Politica seguita da tutti gli altri si dirige nel ventre di un’enorme costruzione a forma di lepidottero, o coleottero (anche se vengo corretto dall’entomologa: trattasi di un Oryctes nasicornis, Linnaeus, 1758).
Sulle pareti del museo trovano posto le migliori fotografie rappresentanti il simbolo della biosfera, la solita Dicladispa testacea, còlta mentre si accoppia, mentre si nutre, mentre riposa, mentre presumibilmente raccoglie i frutti dell’acqua piovana o del lavoro di un altro insetto, mentre rolla qualcosa che a prima vista sembrerebbero deiezioni, mentre combatte con un suo simile. Questa Dicladispa testacea è straordinariamente simile all’uomo! esclama qualcuno, ottenendo l’approvazione della folla.

Ho cominciato a scrivere un romanzo, penso, perché gli articoli di cronaca locale, per quanto possano risultare interessanti e, come dire, socialmente utili, tendono a diventare frustranti quando descrivono coleotteri rossi spinosi e acquitrini artificiali il cui padrino è Fabrizio Corona.
Domando all’entomologa se ha qualche parere in merito al futuro della scienza, ma lei non sembra interessata, giacché Fabrizio ha appena scoperto un nuovo tatuaggio raffigurante qualcosa che ha tutta l’aria di essere un bafometto (forse corruzione del termine ebraico Behemoth – letteralmente: bestie, pluralis maiestatis di behemah – ).

Alla scuola di sceneggiatura per cinema e tv ho insegnanti davvero competenti e maniacali e io nutro molta stima e rispetto nei confronti delle loro dottrine, anche se ho deciso di non curarmi troppo delle loro osservazioni: sto scrivendo un romanzo che li farà restare di stucco, ancora privo di titolo ma la cui trama prevede un gruppo di omosessuali rifugiati in una casa comune alle prese con problemi quotidiani, come per es. raccogliere mele dall’albero o carciofi dall’orto. Noto che gli occhi della giovane entomologa tendono ora all’azzurro ora al verde, in un certo senso perfino al giallo (insomma, i colori delle caramelle Baratti & Milano), e smetto di pensare, perché ora l’attenzione è tutta incentrata su Fabrizio, camicia come viene viene, jeans stracciati e un culo da infarto. 

Provo ad abbozzare la trama del mio romanzo alla ragazza chiarendole che io sono un cronista omosessuale e che il mio stile espressivo è marcatamente omosessuale; accentuo la mia omosessualità perché non posso farne a meno (o per paura che le mie impressioni siano considerate banali?); sono banale, ma la mia banalità è omosessuale, quindi stuzzicante, attraente, interessante. Le storie che scrivo sono melliflue ma omosessuali, cioè intriganti e ricche di fascino, socialmente utili e vagamente romantiche. Adotto uno stile di vita omosessuale, una dialettica tipicamente omosessuale e mi sono costruito una libreria interamente omosessuale, piena zeppa di arbasini e tondelli, e sviluppo libere associazioni tra ciò che è comunista e ciò che è omosessuale, giacché sono un omosessuale comunista, e la mia formazione gronda comunismo e omosessualità, i miei vestiti trasudano comunismo e omosessualità, i miei profumi e i miei muscoli e le mie scarpe stillano comunismo e omosessualità (propensione a raggiungere la soddisfazione erotica o sessuale con persone dello stesso sesso). 

Il quarto o quinto tatuaggio di Fabrizio Corona è posto tra i pettorali, all’incirca all’altezza dello sterno, raffigurando una donna tremendamente sensuale distesa al sole; dovrebbe trattarsi dell’attuale compagna di Fabrizio (senza fonte).

Ancora il Coro: movenze delicate dei suoi membri, le cui mani si protendono in avanti, poi a destra e a sinistra come a voler simulare un’onda di braccia e di gomiti e di tutto quello che c’è tra la spalla e la punta delle dita. Il repertorio del Coro è davvero vasto, ora mettendo in campo una ballata folk dalle sfumature da sommossa popolare, o quantomeno da cospirazione, tanto per simulare cosa accadrebbe al mondo senza di loro (il coro infatti sfuma in una marcia militare che ingloba la ballata folk popolare).

Fabrizio s’inerpica su un ramo della sequoia e allarga le braccia verso la folla di ammiratori posta sotto di lui. Allo stato attuale delle cose egli è un divulgatore di leggerezza e joie de vivre raggiunta la sommità di un pulpito (piccola costruzione con balcone, cui si accede mediante una scaletta e dalla quale si predica). 

Cosa vorrà fare? Si lancerà sulle braccia protese in cerca di un attestato di fede o comincerà a predicare ai giovani di non guidare in stato di ebbrezza? Non guidate in stato di ebbrezza e non drogatevi, dice, le droghe fottono il cervello.

La classe politica non può non essere d’accordo, e infatti si sta spellando le mani dalla gioia per una simile affermazione, giunta all’improvviso da un personaggio tanto noto dello star-system.
Io al contrario devo rimanere calmo, rimanere calmo e inseguire una maggiore analisi psicologica, poiché senza analisi psicologica la narrazione è piatta, è piatta. Anche se scrivo in perfetto stile omosessuale di cose omosessuali inerenti le questioni omosessuali. La nostra rivista si occupa di leggerezza, la gente comune vuole leggerezza, e io, secondo la redazione della mia rivista, sono una suprema espressione di pesantezza. “Scrivi parole troppo complicate, gravi, indigeribili”, dicono i miei insegnanti. Per questo ho preso l’abitudine di annotare il significato delle parole che ritengo possano risultare di difficile comprensione. Intendo le parole gravi (pesanti, difficili da sostenere). 

Fabrizio adesso si volta e annuncia: Voglio sbalordire i presenti. Subbuglio generale; persino il Coro accenna un tenue borbottìo baritonale e pucciniano, maggiore espressione di silenzio concessa a un Coro. 

Ma come sbalordire una folla eterogenea di contadini, classe politica, bagascette e ricercatori? Per esempio recitando uno stornello tipico della tradizione agricola? Gli domanda qualcuno (evidentemente un contadino). Per esempio spiegando quanto vale il campo di accelerazione gravitazionale generato da una massa gravitazionale M posizionata in r0? Gli domanda qualcun altro (presumibilmente un ricercatore). Per esempio improvvisando uno spogliarello? Gli domanda ancora qualcun altro (ragionevolmente una portavoce delle bagascette, forse addirittura Miss Vendemmia Duemiladodici). Lui non risponde. Scopre semplicemente un tatuaggio sul polpaccio sinistro, rappresentante un rotóre (parte rotante di una macchina elettrica) seguìto dalla dimostrazione in breve delle equazioni di Maxwell.
Poi salta nuovamente sul ramo della sequoia e da lì enuncia qualcosa che non tutti hanno il privilegio di comprendere fino in fondo.

Nel LXVIII capitolo di The History of the Decline and Fall of the Roman Empire – 6 voll., London, Strahan & Cadell 1776-1789 – di Edward Gibbon, leggiamo che I venti e le onde sono sempre dalla parte dei navigatori più abili (Vol. IV, pag. 471, fonte wikipedia).
Ora il silenzio è davvero innaturale, dacché addirittura il Coro sospende le operazioni di solfeggio e resta in ascolto passivo. 

Spesso mi sono interrogato sul significato di questa frase, dice Fabrizio. Ora, secondo me potrebbe significare che la fortuna, come dire, aiuta gli audaci, e che comunque la giri i pezzenti si troveranno sempre a dover fare code interminabili alla posta, oppure che i migliori tra gli uomini non debbono temere il fato avverso. Oppure ancora potrebbe voler indicare che tutti noi siamo navigatori, persino io sono un navigatore, e di tutti il più abile; i venti spirano a mio favore, le onde mi spingono laddove voglio essere: all’apice del successo. Che forse in buona sostanza dovrebbe significare nient’altro che questo: batti il ferro finché è caldo.

Il Coro attacca un Carmina Burana di Orff reggendo il ritmo estremo di una marcetta del Novaro.
Fabrizio non è ancora sazio di abbeverarsi al calice del successo, così si volta mostrando uno splendido tatuaggio sulla schiena, rappresentante probabilmente la caricatura del suo figlio primogenito. “Tuo figlio è davvero un bel bambino!”, gli urla qualcuno. Scordatevi mio figlio, ammonisce Fabrizio. Non dovete neppure nominarlo o pensarlo. Lui è mio. Mio e di sua madre, che poi un tempo è stata mia moglie, ma soprattutto egli è qui, disegnato sulla mia pelle con un ago caldo e sterilizzato. Non lo avrete mai in pasto, mio figlio. Nondimeno la caricatura di suo figlio è sotto gli occhi di tutti, sulla sua schiena muscolosa e completamente depilata.
La Classe Politica dona le chiavi della città di Asti a Fabrizio Corona, il quale da quest’oggi sarà un cittadino astigiano. 

Me ne fotto della morte, urla Fabrizio. Una vena del collo sta per esplodere, ma ciò non impedisce a Fabrizio di ripetere Voglio stupire il mondo. 

Il Coro enfatizza una versione indiavolata della Preghiera del Poliziotto (con parole inventate), Miss Vendemmia Duemiladodici gioisce. La compagna di Fabrizio non capisce, si limita a sorridere sempre e comunque. 

Ora il sole sta per tramontare, per cui siamo ai saluti. Qualcuno fa lo spiritoso digerendo il cosciotto d’agnello e propone fantasiosi esercizi. 

Fabrizio Corona ha quarantasei tatuaggi (al momento della stesura del presente), ciascuno dei quali è volontà e rappresentazione del suo trascorso quotidiano che investe e invade le grandi verità universali del creato. 

Per questo a fine giornata il popolo monferrino, con tanto di coleotteri e lepidotteri, è innamorato di Lui: i contadini lo sentono agricolo quanto loro, la Classe Politica si sfrega le mani, le bagascette, capeggiate da Miss Agricoltura Duemiladodici e dall’immancabile Miss Vendemmia Duemiladodici, piangono e si stravolgono i capelli, il Coro pompa un Requiem et Kyrie stropicciando l’ugola dei propri membri, mentre alcuni degli operai più evoluti stornellano panegirici su Fabrizio e sulla sua oscura simmetria (esatta corrispondenza nella grandezza, nella figura e nell’ordine fra le varie parti di uno stesso oggetto (tutto ciò che è percepito dal soggetto come diverso (che differisce, che si scosta interamente, che è altra cosa (termine generico per indicare qualsiasi entità reale o ideale, concreta o astratta (che è frutto di astrazione (concetto universale o generico che esiste solo nel pensiero e non in realtà (tutto ciò che esiste (ciò che ha attuale e reale esistenza (la vita (stato di attività naturale di un organismo, il quale può spontaneamente conservarsi, accrescersi e riprodursi (dar vita a organismi della stessa specie (forma esteriore, apparenza (quello che appare ma può anche non essere (ciò che esiste, ente (qualsiasi essere reale o possibile (che può avvenire)

Risultato:
Nel reparto Frutta&Verdura dell’Esselunga di Corso Torino è tutto pronto per il Sacrificio. Fabrizio è nudo, posto su un grande cerchio in ferro battuto sospeso nel cuore dell’edificio – dov’è situato il reparto promozioni-altare –, sistemato nella classica posizione dell’Uomo Vitruviano; la sua muscolatura sprigiona acido lattico, la sua epidermide, completamente depilata, è calda e profumata da essenze di cocco e mandorla.

Un chirurgo estetico di fama internazionale attende il momento propizio con un bisturi ben saldo nella mano destra.

Ho deciso di morire insieme a voi, dice Fabrizio, perché io della morte me ne fotto. Diverrò un dio-icona, e voi sarete i miei fedeli. Come dio-icona lascerò alcuni dogmi che dovrete seguire nel corso della vostra vita. Li ho lasciati al mio agente, fate in modo che ve li consegni al termine della cerimonia. 

Poi il silenzio. Qualche sussulto scuote il reparto carni in scatola, i cerimonieri lasciano la parola all’agente di Fabrizio e se ne vanno.

Esercizio:
Distendete la pelle di Fabrizio su un tavolaccio (dimensioni non inferiori a metri 2 x 1,5): ritagliate le parti inutilizzate (davanti e dietro). Dimenticate che quella con cui avete a che fare è la vera pelle di un vero essere umano: egli ha scelto di sacrificarsi per voi, indagatori della verità del tempo, dello zeitgeist. Cominciate ad analizzare i tatuaggi disseminati sull’epidermide; isolateli. Ricostruite minuziosamente e cronologicamente la vita dell’essere umano che nel corso degli anni si è fatto ricoprire da tanta simbologia. Per ciascun tatuaggio osservate un minuto di raccoglimento. Una volta ricostruita la cronologia dei tatuaggi, assegnate a ogni tatuaggio un numero, partendo dall’uno per il tatuaggio più antico fino ad arrivare al quarantasei per il tatuaggio più recente. Unite i numeri mediante ago caldo sterilizzato imbevuto in inchiostro blu o nero – anche rosso va bene. Se necessario aiutatevi con un compasso e alcune squadrette. Dopo che avrete unito i tatuaggi otterrete un intrico di rette e semirette: esse, nel loro intercettarsi, nel loro aggrovigliarsi, rappresenteranno ciò che noi siamo soliti definire il tatuaggio definitivo, la simbologia suprema del nostro mondo nel nostro tempo; un avviluppo, un gomitolaccio, un groviglio infernale apparentemente inestricabile. Ma in tutto ciò, riducendo l’universale al particolare, avrete anche acquisito una specie di mappa per raggiungere la vera essenza di Fabrizio Corona. Lui sarà con voi in quanto dio-icona, voi sarete con lui in quanto seguaci della sua filosofia di vita. Ecco a cosa serve tracciare delle mappe. Fatene buon uso.

Gian Marco Griffi


Annotazioni:

c’è poco da commentare, questo è un piccolo capolavoro e spero lo vediate da voi. Lo dico con convinzione: penso che Gian Marco Griffi sia uno dei migliori scrittori italiani. Quando mi ha mandato un racconto per l’Officina, sapevo già prima di aprirlo che sarebbe stato un gioiellino. E infatti. Chi cazzo scrive così? Trovatemelo. Trovatemi qualcuno capace, senza avvoltolare la prosa, senza fuochi d’artificio beat o pretestuosi flussi di coscienza, di partorire un racconto che parta da una situazione reale e la deformi al punto che non si capisca più di cosa si sta parlando. E non è noioso, neanche un po’, come ci riesce? Grazie al potere del linguaggio, grazie a quello che ha imparato da Barthelme, usare divagazioni, usare la specificità dei termini per confondere, esacerbare il contrasto con la strisciante meschinità di sottofondo che, però, rimane soltanto un punto di partenza, e ogni tanto batte un colpo. Non è diverso da quello che faceva Parini col giovin signore, come tipo di operazione. Ma qui ovviamente siamo al trip da acidi, perché si degenera sempre di più. Senza la pretesa della finzione, Griffi usa la metanarratività come un qualunque altro oggetto narrativo, come andrebbe usata. La usa anche per introdurre un altro dispositivo con cui deforma sempre di più la vicenda. Non si preoccupa del significato, lo dileggia in modo sottile: “la mia banalità è omosessuale”, questa frase ovviamente non ha un senso preciso e, posta insieme all’iterazione martellante dell’aggettivo omosessuale, è chiaro che l’intento è che questo significato preciso non lo raggiunga mai. Il racconto è insieme una riflessione sul racconto stesso – e questa riflessione accompagna il narratore – e una deformazione di entrambe le cose. La mentalità sarebbe anche ordinata – tutto è diviso in blocchi, “descrizione del coro” e poi i due punti – ma per fortuna è un tipo di ordine diverso. Non c’è modo, per il lettore, di prevedere cosa accadrà alla riga dopo. Non c’è una vera distinzione tra vicenda e riflessione, e quando sembra comparire, ecco che narrazione e meta tornano a confondersi: al narratore viene detto che usa troppe parole complicate, e allora cominciano spiegazioni delle definizioni, tanto più assurde quanto divertenti. È così che si scrive quando si comprende che fare gli scrittori non è spiattellare la propria vita su word, che il romanzo non è un’autobiografia, che a nessuno importa delle nostre storie in quanto tali, che il romanzo o racconto non deve necessariamente riguardare i Grandi Temi, come Amore, Morte, Depressione e trattarli in modo lirico, che il valore del romanzo o racconto non ha alcun legame con l’argomento che tratta; che, insomma, l’arte del narrare, per lo meno in forma scritta, non riguarda la storia ma il linguaggio, e che il linguaggio è duttile, i significanti non sono i significati, e il romanzo è un sistema a sé, ed è la maniera in cui gli elementi sono rapportati a determinare la funzione degli stessi, non meno che la maniera in cui sono rapportati al sistema linguistico, di cui, lo ricordiamo, il linguaggio letterario è una violenza. E allora siate violenti maledizione.

Michelangelo Franchini

2 comments on “Officina del racconto – Fabrizio Corona ha quarantasei tatuaggi, di Gian Marco Griffi”

  1. Giuliano P. ha detto:

    Dopo aver letto “Più segreti degli angeli sono i suicidi” e questo piccolo capolavoro, l’impressione che ne ricavo è che Gian Marco Griffi è un fuoriclasse della narrativa italiana , e che si possa ben annoverare fra i migliori scrittori italiani oggi in circolazione.
    Giuliano P.

  2. Michelangelo Franchini ha detto:

    Sono dello stesso avviso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *