Officina del racconto – 1 2 3 4 5 6 7 8 9 0, di Sara Giudice

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Marta pensa a un numero del genere mentre cammina in circolo nella stanza. Perché? Non lo sa. Probabilmente non lo saprà mai. È una stanza piccola, quattro metri per quattro. Un cubo spazio-temporale in cui lo spazio-tempo non procede. Marta cammina in avanti ma torna indietro quando i passi ripercorrono i sentieri già percorsi. Si siede sul pavimento. Sente le cosce umidicce di sudore toccare il pavimento appiccicandovisi sopra. Sa che farà fatica ad allontanarsi da lì. Poi semplicemente si alza e se ne va, rimanendo sempre negli stessi quattro metri per quattro. La stanza è molto alta. Potrebbe essere intesa come un cilindro, l’interno di un albero cavo oppure come un invisibile palo di niente. Marta sente di essere un invisibile palo di niente. Continua a camminare in cerchio. Ascolta una voce di donna cantare in lontananza riguardo al fatto che il cielo era (in un tempo non definito) di un bellissimo blu naturale. Cosa significherà mai naturale Marta non lo sa. Non lo saprà mai. Continua a camminare in cerchio sulla superficie quadrata, sfondando lo spazio con una certa apatia. La sola forza di inerzia la fa procedere avanti, in un disperato tentativo di rivalsa. Su cosa? Non lo sa esattamente, è probabile che non lo saprà mai.
Come ci è finita lì? Un tempo aveva delle amiche. Pensava che sarebbero rimaste unite per sempre. Erano sette personalità diverse, quando era insieme a loro Marta non camminava in tondo in una non-stanza che non esiste davvero ma che forse sì forse esiste e la intrappola proprio a causa di questo. Se la stanza esistesse davvero Marta non sarebbe intrappolata. Se la stanza non esistesse davvero Marta sarebbe intrappolata. Cos’è adesso veramente? Si sente inevitabilmente chiusa in uno spazio che nessuno ha costruito con mattoni, ferraglia o intonaco. Nessuno dipingerà mai le pareti di quella stanza. Nessuno mai si metterà seduto sul pavimento lucido color rosa antico a scrivere questa cosa mentre ascolta musica che non conosce e che non capisce se sa apprezzare pensando contemporaneamente a quello che dovrà preparare per cena. Alla sua sinistra non ci sarà il letto ancora sfatto dalla mattina nonostante siano già le sei meno venti del pomeriggio. È quasi sera. Marta sente un vago senso di fame. Non sono crampi, non è dolore. In lontananza sente che ha fame.
“Nessuno starà qui a scrivere come adesso mi alzo e vado a mangiare qualcosa, ma non prima di essermi pulita gli occhiali dai residui delle lacrime, non prima di aver pisciato e poi aver bevuto. Non prima di aver finto davanti a mia madre che non ho assolutamente pianto mentre cercavo di non pensare a quale fosse la maniera meno dolorosa per smettere di esistere senza morire davvero. Nessuno starà qui a scrivere che sono passate quasi ventiquattro ore in cui non ho fatto altro che pensare a quanto la mia vita sia vomitevole (lo so perché nella vita ho vomitato tante volte, il cibo non è mio amico, spesso mi tradisce e mi fa stare male e mi tiene sveglia tutta la notte e mi lascia addosso i dolori dell’indigestione, i capillari del viso rotti, gli occhi arrossati, un sapore acido sul retro della lingua, una sensazione di nausea nello stomaco e i lividi sul corpo causati da tutte le volte che sono dovuta correre in bagno, spesso sbattendo addosso a qualche mobile, per gettarmi in ginocchio davanti alla tazza del cesso e con la testa fra le pareti di porcellana non più troppo pulite buttare fuori un bolo di cibo non digerito misto a succhi gastrici talmente grande da far fatica a passare per il foro della bocca) e che mi sono svegliata con la nuca sudaticcia e il resto del corpo organizzato in una posizione assurda che avrebbe fatto ridere chiunque.”
Marta mangia un frutto sferoidale, morbido, rossastro, dolce. Addenta la pesca sfregando inevitabilmente le gengive sulla polpa del frutto che quando viene morso perde una parte di sé. Ogni volta che una goccia di succo di pesca cade dalle dita di Marta, Marta perde un pezzo di sé. Marta lo sa che è una buona a nulla. Non sa nemmeno raccogliere le gocce di succo di pesca con le dita. Continua a mangiare senza preoccuparsi troppo di nulla e poi ricomincia a camminare in tondo. Un percorso che non la porta da nessuna parte. Mangia anche il nocciolo della pesca. Si spacca due denti, li sputa e comincia a camminare nel senso inverso, senza preoccuparsi di tutte le volte che sbatte con le spalle sulla parete immaginaria della stanza che si è costruita intorno alla vita. Il punto vita o l’esistenza, non ha ancora deciso quale delle due.
È tutto molto confuso e Marta non riesce a capire dove sbaglia. Evidentemente sbaglia qualcosa. Pesta uno dei due denti che ha sputato poco prima dopo esserseli rotti mangiando il nocciolo della pesca, poi schiaccia anche l’altro. Sente che si sbriciolano sotto le piante dei piedi ma continua a camminare anche se alcuni frammenti si infilano arrogantemente nella pelle, facendole male, dandole fastidio fin nelle ossa (ossa nelle ossa), un calcio nelle ginocchia. Le ginocchia cedono per qualche secondo, si ferma, ricomincia a camminare. Cammina cammina si ritrova in un’altra stanza.

Marta entra in cucina e apre gli occhi chiedendosi perché è in piedi davanti al tavolo da pranzo, con i soli slip addosso e perché la luce è accesa. Forse la luce l’ha accesa lei, forse no. È molto confusa. Si guarda in giro sbadigliando e controlla che tutto sia al suo posto: la frutta nel cesto, i cuscini sul divano, i piatti sullo scola piatti del lavandino. Apre i cassetti per controllare che utensili e posate siano ancora lì. Apre gli sportelli per controllare che i piatti non si siano mossi, che il tagliere di legno non si si mosso, che il cibo nella dispensa non si sia mosso. Tutto è in ordine. Quando apre il frigorifero vede la frutta nel cassetto della frutta, la verdura sui ripiani principali, lo yogurt di soia sullo sportello insieme a una bottiglia di acqua, un tubetto di maionese, un barattolino azzurro in cui tiene aglio e cipolla usati a metà. La cipolla è avvolta in un pezzo di carta stagnola. Chiude in frigorifero e si rende conto di avere le mani appiccicose di qualcosa, qualcosa di zuccheroso – si è leccata le dita con la punta della lingua. Nota una pesca mezza mangiata sotto a una sedia e si china per raccoglierla. Si siede in terra e finisce di mangiarla, poi getta il nocciolo nel cestino dell’umido guardandolo adagiarsi con pesantezza sugli altri resti di frutta, verdura e fazzoletti di carta usati. Si rialza e Cristiano varca la soglia della stanza arrivando dal piccolo corridoio.
“Che fai qui?”, parla con la voce ancora impastata dal sonno. Si passa una mano sugli occhi che non riescono a reggere il colpo della luce accesa.
“Non lo so. Mi sono svegliata qui. Penso di aver camminato nel sonno.”
“Non sei mai stata sonnambula.”
“A quanto pare lo sono diventata. Stavo mangiando una pesca.”
“Era buona almeno?”
“Abbastanza, ma non è importante.”
Marta si avvicina a Cristiano senza guardarlo, fissa invece il pavimento che viene attraversato dai suoi piedi. Porta una mano alle labbra di Cristiano per permettergli di assaggiare ciò che resta del succo della pesca che lei aveva mangiato poco prima e che precedentemente aveva mangiato dopo aver iniziato a mordere il frutto per poi lasciarlo cadere in terra con un movimento molle della mano sinistra come una Biancaneve sonnambula dell’era contemporanea. Cristiano sorride confuso cercando lo sguardo di Marta che si fissa le dita dei piedi (che cosa strana le dita dei piedi) e lecca le di Marta dita della mano afferrandole delicatamente il polso. Chiude gli occhi per godersi il momento e perché la luce è ancora troppo violenta per i suoi occhi profondamente azzurri. Poi entrambi lasciano cadere le braccia lungo i fianchi e si fissano per una decina di minuti. Sono entrambi in mutande, il petto nudo, i piedi scalzi – hanno entrambi l’abitudine di sfilarsi i calzini durante il sonno. Non fanno nulla per dieci minuti: non parlano, non si muovono. Solamente, si guardano. Si fissano fin dentro i recessi dell’anima mentre il mondo continua la sua banale esistenza notturna. Sono le tre e un quarto del mattino. O della notte, a seconda dei punti di vista.
Marta usa la gamba sinistra per avvolgere sé stessa attorno alla gamba destra di Cristiano che la segue solo con lo sguardo. La fronte di Marta sfiora delicatamente la spalla destra di Cristiano e rimane così per godersi la sensazione della pelle contro la pelle. Gira di qualche grado la gamba destra, verso l’esterno, e la piega per permettersi si scendere – una la gamba destra di Cristiano come punto di stasi, come il suo personale equilibrio. Stacca la fronte dalla sua spalla e guarda in alto. C’è un ragno che ha cominciato a tessere la sua ragnatela in un angolo della parete. Alza piano le spalle in segno di non troppo profondo sconforto. Cristiano sospira e le sorregge la nuca con la mano sinistra, poi palmo, polso, avambraccio, gomito, attira nuovamente Marta a sé. Accompagna la sua gamba verso il basso e con la mano libera la aiuta a distendere le gambe piegate. Con la gamba sinistra riporta la sua gamba fuori asse nella posizione giusta. Continua a tenerla vicina a sé con un braccio solo mentre Marta apre la bocca e posa tutti i denti sulla sua pelle senza mordere davvero. Si svincola dal braccio di Cristiano con delicatezza rimanendo in contatto con i denti che non aggrediscono la carne. Chiude gli occhi e li riapre improvvisamente. Lo morde con forza fino a lasciargli un segno piuttosto vistoso sul braccio e si ritrae con un balzo agile all’indietro. Cristiano contrae appena i muscoli del viso e si porta una mano al braccio ferito. Si piega in avanti e come un toro carica in avanti. Si carica Marta su una spalla, si ricarica risucchiando tutta la sua energia premendole i palmi delle mani sul retro delle cosce nude.
Marta scivola verso il pavimento, esegue una brevissima verticale usando il retro del corpo di Cristiano come una parete su cui appoggiarsi poco prima di lasciarsi cadere lateralmente, atterrare sui piedi e tirarsi su, in piedi, appena qualche centimetro dietro Cristiano. Posa una mano fra le sue scapole, lui tende un braccio e lo lancia con forza all’indietro con la palese intenzione di colpirla. Piega il gomito e si volta per poterla colpire con la mano opposta. Marta valuta la situazione il più velocemente possibile e poi decide di gettarsi in terra. Atterra sul culo.
“Che problemi hai?!” urla. Cristiano la guarda, non dice e non fa niente. “Cazzo potevi colpirmi davvero!”
“Tu mi hai morso,” la sua voce è totalmente piatta.
“Era un fottuto scherzo!”
“No.”
“Sì, invece! Tu eri pronto a spaccarmi la faccia.”
“Lo sono ancora.” Cristiano afferra la fruttiera di porcellana e rovescia tutto il contenuto sul tavolo senza preoccuparsi di niente. La alza sopra la testa, Marta si raggomitola velocissimamente coprendosi la testa con le braccia. Con un rumore atroce la fruttiera si rompe in mille pezzi nel momento in cui tocca le piastrelle del pavimento. Marta urla quando un frammento di porcellana le si conficca inevitabilmente in un piede. Urla di dolore e contrae i muscoli facciali portandosi entrambe le mani al piede colpito.
Cristiano la guarda dall’alto. Quando Marta comincia a piangere dal dolore urlandogli di aiutarla, Cristiano scoppia a ridere. Dopo venti secondi si accascerà in terra e morirà ridendo.

Sara Giudice


Annotazioni:

Questo lo tenevamo in serbo per qualcosa, e finalmente c’è l’occasione di metterlo. Non è un racconto convenzionale, ma è ben costruito ed è raro che queste due componenti s’incontrino.
L’atmosfera teatrale che aleggia è una naturale conseguenza dell’aver spogliato la scenografia. Non ci sono ambienti, anzi no, c’è qualcosa di meglio, dei non-ambienti. Un cubo spazio-temporale in cui lo spazio-tempo non procede. Capovolgimento della regola narrativa che vorrebbe che si esplicitassero il prima possibile le informazioni vitali, tra cui la motivazione del personaggio, anche questa assente. È un pensiero casuale, totalmente svincolato. Il numero è indecifrabile e quell’indecifrabilità è l’inizio di tutto. Insondabile. Basta col chiodo di Cechov, andiamo un po’ avanti. Azioni semplici, quotidiane, narrativamente non-rilevanti, si legano ai pensieri della protagonista. Un lungo paragrafo improvviso che rivela l’intimità del personaggio in modo quasi invadente, per poi sparire lasciando dei residui nella descrizione di altre piccole azioni completamente prive di riferimenti narrativi: non portano in avanti alcun tipo di trama e sono pertanto indecifrabili. Si fatica infatti, ripensando alle distinzioni di Barthes tra indizi e informanti, a collocarli.
E infatti Marta cammina in tondo. Leggere è alienante, e quest’alienazione forse è proprio il risultato maggiore che si potrebbe aspirare a ottenere scrivendo di un personaggio depresso – tanto che all’inizio pare la stanza stessa possa risolversi in una simbologia della prigionia, ma appena formulata la scappatoia, il racconto se ne smarca subito. Marta non mangia una pesca, prima è un frutto sferoidale, Marta è distante, serve un passaggio ulteriore, e noi siamo ugualmente distanti.
Le cose cambiano quando entra in scena un secondo personaggio. La confusione non viene risolta, tutt’altro. La stasi raggiunge il climax: stanno fermi per dieci minuti. La sessualità implicita diventa conflitto, ma il conflitto è scenografico, non si parla. Non ne conosciamo le ragioni, ci limitiamo a vederne gli effetti fisici, esasperati, irreali. Nel caso non fosse stata chiara la dimensione meta del racconto, qui appare palese: la storia d’amore ridotta ad alcuni movimenti, una trasformazione che in un attimo ribalta tutto: allude senza dire, senza caratterizzare, dei due sappiamo poco e quel poco non è narrativamente importante (lei ha gli occhi azzurri ed entrambi dormendo si sfilano i calzini).
C’è bisogno di spiegarlo? Sarah Kane l’ha già mostrato abbastanza bene, io credo. Rivolgetevi a lei se avete dubbi su questo. Quello che sembra questo racconto è l’alter-ego di un racconto, il suo rovescio meta, che come un calzino mostra tutte le cuciture e l’assurdità costitutiva dell’oggetto.
Qualcuno sicuramente mi chiederà, come spesso accade: davvero pensi che l’autrice volesse dire questo scrivendolo? Che pensasse questo? La risposta è la solita: non lo so e non m’interessa. Non mi preoccupo di cosa volesse dire, di cosa pensasse mentre scriveva, o del perché: mi preoccupo di cosa ha scritto.
I pensieri di un autore mentre scrive sono affari suoi, così come la sua biografia. Appartengono a lui e a lui soltanto; il testo, al contrario, non appartiene a nessuno.

Michelangelo Franchini

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