Odi. Quindici declinazioni di un sentimento, a cura di Gabriele Merlini – recensione di Sara Gambolati

Odi, antologia a cura di Gabriele Merlini ed edita da Effequ, non è un’antologia di facile lettura per tre motivi.

Si avverte, nel leggerla, la sensazione dell’ottovolante, un attimo su poi giù a precipizio anche se questa è una caratteristica comune alla maggior parte delle raccolte di autori vari. Insidioso se non impossibile armonizzare le voci e gli stili: si sentono gli orchestrali che accordano gli strumenti nella buca, ma il concerto quando comincia?

Uno diventa inevitabilmente il preferito, gli altri rimangono figliastri.

La seconda difficoltà, a mio avviso, è esplorare a carte scoperte un sentire viscerale e connaturato alla natura umana, come l’odio. Il titolo spoilera già tutto, si sa di cosa parlerà ciascun racconto e qualsiasi effetto straniante è escluso sul nascere. Per quanto l’odio si concretizzi nel contesto di una narrazione, noi siamo all’erta, il male è scenico, è dipinto sulla pagina, sappiamo che appena svoltiamo l’angolo della storia ce lo ritroveremo davanti. È un male addomesticato che possiamo leggere tranquilli perché non ci scordiamo di muoverci all’interno di una finzione.

Terzo, ma questo è anche il valore aggiunto dell’antologia, si va abbastanza fuori dal cliché. Come ben spiegato nella postfazione di Vanni Santoni, gli autori provengono quasi tutti dal terreno ancora vergine delle riviste. In un periodo di saturazione del campo editoriale, la rivista letteraria, per lo più web, costituisce uno sbocco per la voce giovane e lo sguardo pionieristico. Questa raccolta potrebbe essere il trampolino dal quali gli autori, la maggior parte ancora in fase di esordio, si tufferanno in piscine olimpioniche, ma intanto ha il merito di averli estratti dal magmatico web per consegnarli alla pagina.

Si sa, il web è impermanente mentre la carta dura nel tempo ma la carta ha bisogno di essere svincolata dalle vecchie regole, ha bisogno di essere osata. Odi è una lettura che piacerà al mistico e un po’ meno al religioso, per intenderci, con buona energia potenziale.

Le storie, tra scenari a volte reali a volte futuristici, ci raccontano dell’odio del branco e del singolo, di gruppo e di coppia, odio per chi arriva da fuori e per chi invece se ne è andato, reattivo o gratuito, della porta accanto oppure straniero, dell’odio pasciuto dai media, di quello che è alimentato dal sogno infranto, socialmente accettato oppure deprecabile; ce n’è per tutti i gusti. In comune c’è sempre il puntolino freddo e nero nascosto nel cuore dell’uomo: un risoluto e sbrigliato desiderio di nuocere.

Tant’è che i racconti risultano odiosi e questo corrisponde, perfettamente, all’intenzione (chiusa che ho rubato alla prefazione dell’editore).

 

Sara Gambolati

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