Non importa ormai vivere bensì la vita: poesie edite di Juan Carlos Mestre

Proporre un poeta spagnolo ha un significato ben preciso: in primo luogo è il tentativo, riuscito, di allacciarsi alla vasta e variegata tradizione ispanica; e in secondo luogo l’estro di apportare testimonianza di voci che, altrimenti, non avrebbero modo di poter accedere in Italia. Juan Carlos Mestre è sicuramente uno dei poeti più significativi del nostro tempo e la sua opera pare risentire della forte tradizione spagnola e non solo per quanto concerne lo stile, i colori, lo slancio drammatico dei suoi versi. Della Spagna diventa cantore di vicissitudini storiche, dei profumi, sino a ricreare con nostalgica nota musicale una propria geografia interiore, un proprio percorso ontologico. Ecco allora il paese, l’infanzia, l’attaccamento alle proprie radici, la ricostruzione della propria famiglia, il distacco della Spagna cattolica e contadina dal resto della civiltà europea. E questo pare alla fine essere l’elemento determinante della raccolta, il senso all’opera. Ecco allora che l’ultima sezione La tomba di Keats segna il netto distacco con l’Europa, edifica una propria dimensione che alberga solo nel ricordo e che in esso attinge dando voce a un labirinto di poesia e passione.

 Dalla nota di lettura di Iuri Lombardi a Juan Carlos Mestre, Non importa ormai vivere bensì la vita, a cura di Tomaso Pieragnolo (Arcipelago itaca, 2019)

 

Dalla sezione Antifona dell’autunno nella valle di Bierzo:

RITRATTO DI FAMIGLIA

Ciego de Ávila, provincia di Camagüey, isola di Cuba.
Mio nonno suonava il clarinetto
e aveva una cintura con una fibbia d’oro.
Questo succede nel 1920, davanti a una tela dipinta
con palme e uccelli che avrebbero dovuto essere multicolori.
In una strada dell’Avana, appena giunto da Vigo,
Leonardo Mestre comprò alla sua fidanzata un pettinino di
tartaruga.
Stanno i due, il languido d’occhi e con un vestito di lino,
lei, sotto la luce dei tropici, è bella e mi guarda.
Hanno conosciuto l’ampio cielo
e i grandi pesci dei mari,
la loro gioventù è fortunata
come l’avventura che stanno per scoprire.
Allora si misero in posa per la fotografia
e con essa, come chi è allegro e vinto dall’amore,
entrano nel fascinoso sogno della vita.
Ormai nulla poteva separarli, solo loro sanno
perché fu quello l’istante preciso del miracolo.
Potrei continuare questa storia
ma non so se nel 1920 c’erano Chevrolet a Cuba.

*

ANTENATI

I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a quell’intemperie il nome della necessità,
chiamarono la fame muraglia della fame,
alla povertà posero il nome di tutto ciò che non è estraneo alla
povertà.
Poco è ciò che può fare un uomo con il pensiero della fame,
appena disegnare un pesce nella polvere dei cammini,
appena attraversare il mare in una croce di legno.
I miei antenati attraversarono il mare sopra una croce di legno,
ma non chiesero udienza, cosicché vagarono per le pratiche
come i ricci e i coccodrilli vagano per i sentieri dei villaggi.
E giunsero agli arenili,
negli arenili la terra è brillante come squame di pesce,
la vita negli arenili ha solo lunghi giorni di pioggia e poi
lunghi giorni di vento.

Poco è ciò che può fare un uomo che solo ha avuto nella vita
queste cose,
appena restare addormito sdraiato nel pensiero della fame
mentre ode la conversazione dei passeri nel granaio,
appena seminare legna di fiore nel lenzuolo degli orti,
andare scalzo sulla terra brillante
e non sotterrare in essa i suoi figli.
I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a quell’intemperie il nome della necessità,
attraversarono il mare sopra una croce di legno.
Allora posero nome alla fame perché il padrone della fame
si chiamasse signore della casa della fame
e vagarono per i cammini
come i ricci e i coccodrilli vagano per i sentieri dei villaggi.

Poco è ciò che può fare un uomo con le briciole della pietà,
mangiare pane bagnato nei giorni di pioggia ai quali seguiranno
lunghi giorni di vento
e parlare della necessità, parlare della necessità
come si parla nei villaggi
di tutte le piccole cose che si possono avvolgere
con cautela in un fazzoletto.

***

Dalla sezione La tomba di Keats:

In questo giardino borghese dove la solitudine è la nuova salute
dell’uomo,
l’anelare impuro che sotto la tomba finge un firmamento effimero.
Qui dove il prudente esiste come una spiga isolata
e annuncia nella campana le sue lacrime l’angelo,
qui assieme al mulino dove la donna e il satiro
intuiscono la loro materia armonica e maligna.
Qui la gravità dell’avido e il giubilo del padrone
sono un meccanismo vano davanti al pettirosso esatto
e bara di un aquila è il disusato cielo dei forti.
Tu sai che non ti appartiene la brevità di questa visione,
giri la testa, un volgare ronzio ha invalidato le rose,
come febbre violenta le pietre parlano l’idioma del numero.

Tu conosci il deserto di rocce che incendia la saliva,
il meteorite che irrita con il suo renitente azzardo i baci.
Hai visto il cucchiaio d’acciaio che sostiene il chirurgo davanti al
cranio della geometria,
la bellezza decaduta nelle intelligenti mansioni.
Bevi come il debole, attendi quella sete come il contadino il grano,
l’abolizione del dio del sacrificio, l’abolizione del lutto della Storia.
Nulla può l’uomo contro la sua farsa inutile,
nulla l’illusione e il suo pruneto, nulla lo stupore del cielo,
nulla la moltitudine che vive nell’instabile costa del sacrificio umano,
la generazione del mare, i discendenti di un animale sacro,
nulla un giorno di armistizio a cui segue un altro giorno di battaglia,
nulla il sopravvissuto che entra nel’oblio come una torcia che si
spegne,
nulla il perforato che è organo di paglia dove conclude il vento.

*

Addio Roma, addio dolorosa luce indecifrabile,
addio eloquente sogno, splendore senza notte, uragano d’astri,
addio funebri corone che dormite nelle eclissi, cintura degli archi,
addio annuvolato regno dell’autunno, guanto al rovescio, addio
notturno sole anziano,
addio sillabe dell’acqua, arbusto immateriale delle statue,
addio alloggio dell’amore, vanno a separarci, addio
desiderio, addio
cielo profano,
gettate le risa al fuoco, chiudete la luce nuda con lucchetto,
non importa ormai vivere bensì la vita, non importa ormai morire
bensì l’umano,
chi taglierà il fiore infermo delle strade, quali lupi vecchi,
quali occhi curvi sotto l’ulcerata carne dei vivi,
verso quale tesoro di lapidi e cenere andranno i disuniti passi
dell’impostore e del pacifico anonimo,
a quale recinto di pali, a quale tatto di città il dissotterrato domatore
dell’amarezza,
oh Roma senza motivo, Roma annusata dal funebre muso del
granchio,
Roma smembrata dente a dente,
chi dalle gru dell’intersogno, chi dal gran timore del forzoso mare,
tutto si tradisce, tutto ciò che si ama prima o poi si perde,
addio stella nera del pianista, addio urgenza della terra,
l’alcova è vuota, invano l’ipotesi del cigno assieme alla carne morta,
invano ormai la brina, la nube invano, la mappa dei venti:
Qui giace qualcuno il cui nome fu scritto nell’acqua.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *