Non ci volevo venire di Alessandro Galli

Locandina di Non ci volevo venire di e con Alessandro Galli

Non ci volevo venire è l’ultima fatica di Alessandro Galli, attore romano di lunga carriera. Nel piccolo Teatro Delle Ore di Marino, il monologo è stato adattato e allestito con cura e attenzione e ha permesso al pubblico di godere di un ottimo esempio di avanspettacolo di qualità.

 

Unico protagonista sulla scena, Galli è stato in grado di fare di se stesso (e della condizione dell’attore isolato) la più grande risorsa teatrale a sua disposizione: una sedia e un cappello sono gli unici strumenti che l’attore utilizza per narrare la propria storia e la storia dei personaggi che crea di fronte alla platea. Galli ragiona in scena sulla condizione dell’attore, del teatro e del ruolo dell’esperienza teatrale nella quotidianità dell’italiano medio e lo fa in maniera chiara e a tratti in maniera brutale. In queste condizioni, gli spettatori non possono che pensare due cose: “cosa sta succedendo?” e “dove stiamo andando?”.

La verità è che Non ci volevo venire non vuole andare da nessuna parte, se non a teatro. La messa in scena è un arzigogolato ragionamento, un intrecci che, da solo, rivela i giochi e i meccanismi di un ragionamento, una domanda, che anche il più viscerale dei teatranti si è posto almeno una volta nella vita: “stasera è necessario andare a teatro?”. La risposta è chiaramente affermativa: è necessario andare a teatro.

Con soluzioni semplici, che fanno riferimento a situazioni quotidiane, divertenti – in cui gli spettatori di mezza età si possono riconoscere e di cui i più giovani possono ridere senza reale coinvolgimento –, Non ci volevo venire permette anche allo spettatore più incosciente di recepire il messaggio, seppur in maniera incosciente. Non si perde, nel monologo di Galli, quella dignità che fa la differenza fra un attore che si lascia raccontare da una storia e un attore che ne racconta una; in questo caso, ci troviamo in una situazione al limite (come succede spesso a teatro), in cui il protagonista passa dall’essere narratore all’essere personaggio. A questo fine, una posizione diversa di un cappello può dare allo spettatore l’idea di trovarsi all’improvviso davanti a una narrazione diversa, che però non lo vuole portare da nessuna parte se non all’interno delle sue motivazioni. Perché si trova lì? Non sarebbe stato meglio andare a mangiare insieme ai propri amici, per non pensare? Si potrebbe dare un’altra risposta, e questa volta sarebbe negativa: non è possibile decidere di andare a non pensare, seduto al tavolo di un ristorante, perché è necessario andare a teatro, sedersi sulla poltrona rossa e pensare.

Così, il piccolo pubblico che il tre marzo si è riunito al Teatro delle Ore per assistere alla prima di Non ci volevo venire ha potuto avere un’occasione di scegliere di andare a teatro e godere di una messa in scena modesta (efficace proprio per questo) che ci ricorda che il Teatro non deve necessariamente essere Shakespeare o Ibsen, che la formazione culturale e intellettuale di un individuo può passare anche per prodotti artistici che si farebbe presto a denigrare – purché essi si prendano la responsabilità di parlare al pubblico, anche senza lasciare mai il posteggio che, se abbandonato, verrà perso per sempre.

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