Nessuno abita più qui (parte 2/3) – un racconto di Andrea Herman

(Qui la prima parte)

Uso gli ultimi buoni spesa. Ringrazio la cassiera e carico la borsa nel cassone. Salgo per la Sparavalle sbavando nafta. Vado con calma, cullato dal ronzio del motore. Il Ventasso sparisce in un tornante e riappare nell’altro. In mezzo ai filari, spunta il profilo del Cusna. Le montagne segnano il confine del mondo che ci è concesso. Oltre le cime si perdono illusioni rattrappite, giovinezze mai vissute, sogni che sfilano via come i paesi al di là del parabrezza.

Supero Busana e Ribasatta. Dopo Acquabona incontro un nero che cammina sul ciglio della strada. Indossa un cappello sportivo, porta a tracolla una sacca di tela rossa. Sente il rumore dell’Ape e si volta. È un ragazzo giovane, avrà si e no vent’anni. Sfoggia un bel sorriso e alza il pollice per fare l’autostop.

Accelero, lo supero. Alzo lo sguardo verso lo specchietto retrovisore. Lui fissa stranito l’Ape che scivola via, la prospettiva di riposare le gambe. Si rassegna subito dopo. Riprende a camminare, come se niente fosse successo. Lo vedo farsi sempre più piccolo: un puntino lontano che si confonde con il bosco alle sue spalle, fino a diventare una macchia indistinta, e dopo una curva scomparire.

Arrivo a Collagna, mi fermo dal bar. Il Becco fuma dall’ingresso con in mano una balotta di bianco. Gratta il naso pieno di capillari rotti e segue i miei movimenti come fosse davanti a una bestia mai vista. Getta il mozzicone, apre la porta e fa segno d’entrare. La richiude appena prima che possa farlo. Scatarra per terra, ghigna compiaciuto del suo scherzo. Riapre la porta, la tiene sospesa per ripetere la fola: prima tu. No, prima tu. Prego, ci mancherebbe. Figurati. Lascia fare.

La cosa va avanti un minuto buono. Poi una macchina passa e suona il clacson. Il Becco si distrae, ne approfitto per sgusciare dentro.

Ordino una grappa e conto i soldi che mi sono rimasti. Il barista versa da bere e la lavastoviglie borbotta. Alcuni clienti giocano a briscola, altri li osservano. I più ammazzano il tempo con gli occhi attaccati ai giornali. Ogni tanto qualcuno si alza per andare a pisciare, o getta un paio di euro nelle macchinette. Le scritte jackpot brillano a intermittenza, si riflettono sul metallo degli sgabelli di pelle nera. C’è chi vince, chi perde. Tanto o poco non fa differenza. Ritorneranno alla prossima paga, fiduciosi di ottenere il lasciapassare per un futuro abbondante, può darsi migliore.

Il Becco guarda di sbieco le monete che tengo in mano, torna alla carica.

«Cosa faresti se fossi ricco?», chiede. «Se avessi i milioni, o perché no? I miliardi. Che cosa faresti?»

Resto in silenzio, immobile come una pietra. Seguo un’ombra che si muove di fuori. Riconosco Minghino che traffica dai bidoni della spazzatura. Ha un cappello logoro, due vecchi calzini sbrindellati al posto dei guanti. Raccoglie un pezzo di pane rancido e inizia a masticare. Poi si mette a sbirciare dalla finestra: calca il viso che compare e scompare sul vetro, dietro una patina di fiato.

«Ti ho fatto una domanda», dice il Becco alitandomi sul collo.

Pago il bicchiere, ricaccio le monete in tasca. Guardo il suo naso rosso, lungo e ricurvo come quello di un rapace.

«Schifo», dico.

Il Becco manca l’appoggio dello sgabello. Picchia il gomito sul marmo del banco e rompe un bicchiere. Solleva la manica della camicia per vedere se si è tagliato. Mostra una croce celtica tatuata sull’avambraccio.

«Mi farei schifo», ripeto, «proprio come ora».

Il Becco fa una grassa risata, chiede cosa prendo da bere. Gli rispondo che sono a posto così. Inizia a fare il verso e a muoversi come un pollo. Lo ignoro ma lui s’incattivisce, scatta senza ragione. Mi dà del finocchio, del pezzente, e dio solo sa cos’altro. Biascica troppo perché lo si riesca a capire. Il barista raccoglie i vetri, continua a servire. La lavastoviglie si ferma e squilla la fine. Qualcuno strozza un tre con un asso, un altro volta pagina sulle notizie sportive. Guardo di fuori, Minghino è sparito. Di lui rimane solo un ricordo appannato sul vetro.

«Non sono come lui». dico.

«Lui chi? Cazzo dici, frocetto?», fa il Becco.

Esco, mi segue. Incespica un paio di volte, continua a fare il verso del pollo. Prova a raggiungermi ma riesco a montare sull’Ape e mettere in moto. Lo guardo agitare le braccia come fossero ali spennate. Poi anche lui sparisce, come il resto. Allora mi lascio portare dalla strada, pensando solo a guidare. Incontro qualche gatto smunto, un tasso, un cinghiale grigio. Supero la chiesa e il cimitero. Ogni tanto butto l’occhio sopra il limitare del bosco. Un tramonto slavato resiste a stento sulle cime delle fagge: raggi rossi-dorati, ultimi fuochi sommessi che bruciano il giorno trascorso.

La figlia della Dirce ha parcheggiato in mezzo al vicolo e blocca il passaggio. Faccio il giro dalla provinciale, sbuco dai Beddori. Raccolgo la spesa dal cassone e mi lavo la faccia alla fontana. Chiudo gli occhi e l’acqua gelida mi sferza la pelle come un ceffone. Ascolto dei belati lontani, l’abbaiare di Tom e il fischio di Geremia. Ogni tanto sbraita dietro al gregge per farsi seguire.

«Toh! Dai! Toh! Toh!».

Ripenso alla promessa del giorno prima, mi chiedo se sia stato solo un momento di stanchezza o qualcosa di più. Immagino me e Tom, soli, a grattarci via le pulci a vicenda. Ha parlato di seimila euro, più altri risparmi. Quindicimila euro in tutto. Una ricompensa sufficiente per desiderare la morte di un uomo, anche considerando il cane.

Riapro gli occhi e mi trovo davanti un pollo che scappa dietro un cantone. Scoppio a ridere, dimentico i miei pensieri. Entro in casa e sistemo la spesa. Prendo l’attizzatoio e smuovo il manto di cenere grigia nella stufa fino a far riemergere le braci. Ci butto sopra la legna.

Geremia arriva un quarto d’ora dopo con Tom al suo fianco. Bussa al solito, si siede composto. Ha il volto rilassato e con una voce tranquilla parla del più e del meno. Gli verso da bere e provo a tornare sull’argomento del giorno prima.

«Non c’è niente d’aggiungere», dice, «proprio più niente da dire».

Si arrotola la barba attorno a un dito. Finisce il bicchiere e sfrega le labbra per pulirle dal fondo del toscano. Poi dà un’occhiata veloce a fornelli e dispensa.

«Adesso sì che ragioniamo», dice.

Subito dopo è dall’uscio che si batte la mano sulla coscia.

«Tom. Andiamo su, ormai l’è ora».

Il cane si mette ritto sulle zampe, ma non si muove.

«Forza, Tom! Che ti prende? Dai che si va».

Tom resta immobile: il muso rivolto alla finestra, come fosse imbalsamato. Ha le orecchie all’erta, la lingua serrata tra i denti.

«Devo venire lì? Che c’hai perdio! Muoviti, forza!».

Geremia lo prende per il collare, fa per trascinarlo fuori. La luce azzurra del televisore della Dirce gli illumina il viso. Poi un’altra luce, questa bianca, si fa sempre più intensa.

Geremia mi guarda stranito, ci affacciamo entrambi alla finestra. Vediamo una macchina che risale a fatica il vicolo. Subito dopo ne arriva un’altra. Dalla prima scendono quattro persone, dalla seconda tre. Hanno le braccia incrociate, parlano poco o non parlano affatto. Bussano alla porta della Dirce, la figlia esce ad aprire. Si getta tra le braccia di un uomo, lo bacia e lo stringe. Stessa cosa fa con un altro. Tom inizia a ringhiare. Geremia prova a tranquillizzarlo, sempre tenendolo per il collare. Le persone puliscono i piedi sullo stuoino, sfilano lente dentro casa e si chiudono la porta alle spalle. Tom soffia e tira come un indemoniato, per poco non manda Geremia a gambe all’aria. Dietro la tenda s’intravedono sagome tinte d’azzurro, sembra che fluttuino per la stanza senza consistenza: come spettri o pensieri. Poi una donna – forse la figlia, forse no – caccia un urlo, scoppia a piangere. Tutti accorrono a consolarla, mentre Tom gli fa eco con un lungo latrato. Geremia quasi lo strozza, ma non riesce a zittirlo. Il suo pianto si confonde con quello della donna accerchiata dal gruppo di persone. Solo un uomo resta in disparte, si sposta davanti al televisore. Resta qualche secondo immobile a fissare lo schermo. Una lacrima gli scende sul viso mentre passano la pubblicità di una crociera. La voce squillante dell’annunciatore ripete: la felicità è qui, benvenuti alla felicità.

L’uomo asciuga la lacrima e si ricompone. Fa un respiro profondo, chiude per un attimo gli occhi. Tira fuori qualcosa dalla tasca e lo mette via subito dopo. Tom finalmente si calma. Geremia lo molla ed esce di casa. Cammina per il vicolo e va a bussare alla porta della Dirce. L’uomo sente il rumore, è il più vicino all’ingresso. Qualcuno gli chiede di vedere chi è. Lui annuisce, sembra contento di avere un compito da svolgere, anche se è una cosa semplice come quella. Liscia la giacca e ravvia i capelli con la mano. Prima di andare ad aprire, spegne il televisore.

Geremia torna dopo pochi minuti, rimane in silenzio. Mi volto verso la stufa e trovo un fumo denso, senza calore. Aggiungo altri ciocchi di legna.

«Un ciocco non fa fuoco, due ciocchi ne fan poco».

Tom avvicina il muso in cerca di una carezza. Controllo che la valvola dell’aria sulla cappa sia aperta. Sembra tutto a posto.

«Tre ciocchi un fuocherello, quattro un fuoco bello».

Osservo la coltre informe: una nera assenza in attesa di una fiamma creatrice.

«Cinque un fuoco da signore, sei. Cos’è che ne facevano sei?»

Ripeto di nuovo la filastrocca, provo a ricordare come finisce. Anche Geremia cerca qualcosa da dire. La legna ancora non prende.

Fine seconda parte

Andrea Herman

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