Nella mia ora di libertà: Don Backy: il cantante-autore della musica italiana

L’osservatore che ha tramutato la vita in musica, parole ed immagini

Son narcisista/ un po’ anarchico, idealista
non vendo certo/ la mia cara libertà…
(Autoritratto, 2009)

Molti dei cantautori italiani della generazione del dopoguerra sono stati ragazzi spinti dal desiderio di esprimersi ed esorcizzare quella repressione che il conflitto mondiale aveva portato. Tanti di loro lo facevano mentre vivevano vite “normali”: si tirava avanti, ma sempre con quel senso di voler gridare ciò che si aveva dentro, rompere le barriere del quotidiano e arrivare a quanta più gente possibile. Ognuno lo faceva a modo suo e alcuni partivano dal nulla per tentare la via della musica. Tanto da succedere a Tenco, Nicola di Bari, finanche al professore-cantautore Lolli e ha coinvolto anche un altro importante contribuente della musica italiana, uno dei cantanti e autori (la distinzione delle due parole in questo caso è doverosa per ovvie ragioni che vedremo) che ha arricchito il repertorio musicale italiano con brani di un’intensità e uno spessore poetico tuttora rilevanti.

Siamo nel 1939, in un piccolo paese in provincia di Pisa, Santa Croce sull’Arno. Aldo Caponi è un ragazzo avvenente, schietto, poco più che ventenne, che divide la sua vita tra il lavoro nella conceria di pellami e la sua rock band, i Golden Boys. Si fa chiamare Agaton e i suoi idoli (a cui si ispirerà anni dopo per scegliere il suo nome d’arte definitivo) sono i fratelli Phil & Don Everly. Come ogni ragazzo di quegli anni, vive, respira e incamera il rock & roll tra le fibre del suo essere. Tenta la fortuna, si autoproduce e incide a Roma il suo primo singolo Volo lontano/Solo con te. La prima è un tipico twist anni ’60, in cui si intuisce il suo talento, ma anche la sua acerbezza. Il giovane Agaton vola poi a Torino e, insieme alla storica band (i Kiss), incide il secondo singolo, contenente anche una cover alla Everly Brothers di Non arrossire di Gaber.

Aldo Caponi, in arte Don Backy.

L’esperienza che gli cambierà la vita, però, arriva nel 1962 quando il provino di La storia di Frankie Ballan/Mi manchi tu viene presentato ad Adriano Celentano da Detto Mariano, come potenziale candidato da arruolare tra le fila della casa discografica “Clan di Celentano”. Adriano respinge l’offerta per due volte e si convincerà poi a produrlo solo perché il disco piacque all’allora fidanzata Milena Cantù; non scatterà però mai, tra i due, quella scintilla che dovrebbe esserci tra collaboratori.

Da questo momento, Aldo Caponi incontrerà il bello e il brutto, ma la collaborazione con il Clan, per certi aspetti, rappresenta il periodo più fertile. Anzitutto, è in questo periodo che il Clan sceglie il nome di Don Backy (considerando che Celentano aveva proposto Cocco Bacillo, si può dire che gli sia andata più che bene!). Il “don” deriva dal nome di uno degli Early Brothers, mentre il resto è frutto della tendenza dell’epoca a rendere tutto anglofilo. Tuttavia, il giovane Don Backy viene inviato al primo Cantagiro con La storia di Frankie Ballan, una ballata che narra di un ragazzo/ che cercò felicità e che le donne anche se brutto, ahimè / riusciva a conquistar. Il tono narrativo lascia intuire che Frankie scappa con una ragazza trovata in un locale, finché si rende conto che lei non lo ama ed è costretto a riportarla a casa. Nei versi, seppur animati da una melodia allegra e “rockeggiante”, si intuisce tutta la delusione/illusione di Frankie nel constatare la dura realtà e la grande difficoltà di trovare la felicità.

Il brano, comunque, arriva al nono posto. La presenza di Don Backy al Cantagiro è bissata nel 1963 con Amico (cover di un brano di Burt Bacharach) e l’anno dopo con Io che giro il mondo (cover di I think I’m gonna like it here di Elvis). Aldo Caponi, a questo punto è entrato nell’ingranaggio del Clan e continua a contribuire alla casa discografica più da autore che da cantante. Tra i più famosi, c’è sicuramente l’adattamento di Stand by me di Ben E. King in Pregherò per Adriano Celentano, che Don Backy ha sempre considerato tra i suoi testi meglio riusciti.

Finora, però, il ragazzo è stato alle regole del gioco pur di realizzare il suo sogno e uscire dallo stantio dopoguerra. I brani presentati alle varie edizioni del Cantagiro lo hanno fatto conoscere al pubblico, ma non gli hanno dato mai il giusto riconoscimento, specialmente come paroliere. Camminando all’ombra di un gigante come Celentano, che con la sua verve era capace di sfondare lo schermo, salpa a mete più ardite: il Festival della Canzone Italiana. Nel 1967 (una delle edizioni del Festival tra le più tristi della kermesse), Aldo sale sicuro e determinato sul palco in coppia con Johnny Dorelli e presenta quello che è non solo il suo capolavoro, ma una colonna portante della canzone italiana: L’immensità.

È qui che si fa il salto di qualità, che avviene l’emancipazione. È più facile ascoltare e lasciarsi trascinare da questo evergreen piuttosto che commentarlo e cercare di spiegarne la perfezione musico-letterale, così come è impossibile restarne immuni all’ascolto. Scritta a sei mani con Detto Mariano e l’immancabile Mogol, Don Backy spiegherà anni dopo che «quando scrissi questa canzone, gli ho dato un taglio molto aggressivo perché più che una canzone io ritenevo fosse, potesse essere o dovesse essere addirittura un grido verso qualcuno che starà lassù o no, o almeno speravo ci fosse». E, in effetti, l’incedere della canzone è decisamente in crescendo. 

In questa, Don Backy comincia con voce ferma ma decisa (Io son sicuro che, per ogni goccia/ Per ogni goccia che cadrà, un nuovo fiore nascerà/ E su quel fiore una farfalla volerà) e chiude in un’esplosione vocale di liberazione verso l’universo, l’infinito o, appunto, l’immensità (E un giorno io saprò/ D’essere un piccolo pensiero/ Nella più grande immensità
Del suo cielo).

Il timbro vocale del cantante e autore pisano è stato sempre abbastanza sabbioso, cupo e relativamente esteso: una voce “rock col graffio” che andava discretamente per le sue prime composizioni/adattamenti rock & roll, ma che decisamente rianima e trasporta se applicata a un brano importante e di spessore come L’immensità. Nel brano, la sua voce sopporta la melodia e si integra a essa perfettamente, al punto che le note della coda finale sono eseguite sia con strumenti che con la voce. È come se la musica si affiancasse a quest’ultima per proiettarla, come un veicolo verso l’infinito. L’interpretazione da crooner di Dorelli contrastava altamente con quella intensa e vissuta di Don Backy e all’epoca gli ascoltatori diedero credito a Dorelli, preferendo maggiormente la sua versione. Nel tempo, però, la canzone è rimasta legata al suo primo autore e le persone hanno imparato ad apprezzare maggiormente la sua interpretazione, collocando il brano allo ottantesimo posto della classifica dei brani più venduti di sempre in Italia. Tuttavia, la canzone arriva nona e inizia a restituirgli la fatica della gavetta degli anni precedenti.

Nel frattempo, Don Backy si cimenta anche nella recitazione, interpretando un ruolo nel film di Totò Il monaco di Monza insieme a Celentano e successivamente altri in Super rapina a Milano, I sette fratelli Cervi e Banditi a Milano. La lista, in realtà, è ben più lunga e conta a oggi più di venti apparizioni cinematografiche in diversi film. Il ’67, inoltre, è l’anno di uscita del suo libro autobiografico Io che miro il tondo e da qui ci ricolleghiamo alla distinzione cantante e autore dell’inizio, in quanto Don Backy è il primo cantante in Italia a pubblicare un libro. Anche in questo caso la produzione letteraria si è estesa a nove pubblicazioni, comprendenti anche un altro talento di Don Backy: il fumetto. Il ragazzo partito dalla provincia di Pisa è riuscito a dare sfogo anche all’arte figurativa, pubblicando diversi fumetti. Tra questi, alcuni riferiti al Clan, e uno intitolato Sognando (2005), che riporta a uno dei suoi successi musicali, di gran spessore artistico e poetico. Il brano, pubblicato nel 1971 e reinterpretato magistralmente da Mina nel ’76, è una denuncia alle condizioni delle persone con problemi mentali nei manicomi.

All’epoca dei fatti, la Legge Basaglia per la chiusura dei manicomi non era stata neanche concepita, ma Don Backy decide comunque di sfidare l’opinione pubblica con un brano delicatissimo che narra le sensazioni contraddittorie di segregazione (Se sento voci, non rispondo,/ io vivo in uno strano mondo/ dove ci son pochi problemi,/dove la gente non ha schemi) e di delirio (E spacco tutto ciò che trovo/ Ed a finirla poi ci provo /Tanto per me non c’è speranza/ Di uscire mai da questa stanza) di un uomo impazzito per amore (Le mani forte adesso mordo/ e per un attimo ricordo/ che un tempo forse non lontano, /qualcuno mi diceva: ‘t’amo’), rinchiuso in una camera del manicomio, del suo rapporto con secondini e paramedici, che dovrebbero prendersi cura di lui (io non capisco i miei guardiani, /perché mi legano le mani). Cura che suona quindi molto più come una prigionia nella quale i “carnefici legalizzati” si avvicinano all’abuso dei poveri alienati. La musica e l’arrangiamento fanno solo da tappeto, in quanto la potenza delle parole e delle rime utilizzate colpiscono l’ascoltatore dritto in faccia come un pugno sferrato con un guanto di velluto. Un’azione audace, che non gli permetterà di presentare il brano a Sanremo, data la scomodità del tema trattato, ma che gli renderà giustizia nelle vendite e nella storia della musica italiana – anche grazie alla voce della Tigre di Cremona.

Copertina di Sognando (2005) di Don Backy.

Oltre il 1967, Don Backy è tornato altre volte al Festival, nel 1969 in coppia con Milva presenta Un Sorriso, una canzone raffinata, dai suoni vagamente “spagnoleggianti”, che narra poeticamente della fine di un amore e 1971 con Bianchi cristalli sereni, un brano che ha echi nel modo di cantare e nello stile della musica di Tenco. Nel 1968, però, visto il successo de L’immensità, il Clan decide di tornare al Festival. Don Backy scrive e presenta ai direttori artistici due brani. L’uno, Canzone, verrà proposto alla Vanoni, ma poi ingiustamente assegnato a Celentano (in coppia con Milva) e raggiungerà il terzo posto; l’altro, Casa bianca, verrà fortemente scelto dalla Vanoni in coppia con l’esordiente sarda Marisa Sannia e arriverà secondo.

In un colpo solo, come titoleranno i giornali dell’epoca, “Don Backy vince il Festival senza cantare”. Ovviamente ,l’interpretazione di Milva si stacca nettamente dal contesto per tecnica ed espressione da quella di Celentano (il quale non si presenterà neanche per riproporre il brano dopo la proclamazione finale, lasciando Milva in evidente imbarazzo) rimane una perla della storia del Festival, ma la diatriba legale su Canzone e altri brani scritti per il Clan porterà purtroppo a controversie legali che, dopo anni, daranno ragione al ragazzo di S. Croce sull’Arno. Casa bianca, invece, verrà reinterpretata da I Camaleonti, da Gianni Nazzaro e addirittura in francese da Dalida.

È questo un pezzo di alto livello musicale, scritto da Don Backy durante una sua visita al paese natale, dove una conoscente gli suggerisce di raccontare della casa dei nonni paterni distrutta dai bombardamenti. Ne esce una ninna nanna nella quale la piccola protagonista identifica inconsciamente la casa bianca con la propria gioventù. Nella voce, un filo di malinconia per la paura più grande dei bambini, ossia l’ineluttabilità di dover lasciare la giovinezza e crescere, divenire adulti, perdere il candore (Quella casa bianca che/ non vorrebbero lasciare / e’ la loro gioventù / che mai più ritornerà..).

La produzione musicale, letteraria e teatrale/cinematografica di Don Backy non si è fermata a tutt’oggi, nonostante la veneranda età di più di 70 anni. L’ultimo lavoro Pianeta donna (2017) è un album incentrato sull’universo femminile e include anche brani molto significativi. Candida, una canzone in pieno stile “donbackyana”, racconta con delicatezza e poesia dell’emancipazione sessuale di una ragazza (Lascia che sciolga i tuoi capelli/ sarà il vestito tuo più bello/ su vieni amore, non tremare/ vieni a sbocciare). Ma ciò che resta e che lega tutti i pezzi del puzzle che compongono questa opera magnifica è la schiettezza e la sincerità con cui un giovane ragazzo partito da un paesino di provincia abbia sfidato cose più complesse e grandi di lui senza mai perdere l’autenticità e la genuinità che lo contraddistinguono, senza mai scendere ai compromessi che l’industria discografica italiana a volte pretende.

Come racconta nei versi riportati in apertura e tratti da Autoritratto (2009), si può affermare che Aldo Caponi si è dovuto abituare a camminare “sul bordo del cerchio”, ha dovuto rinunciare a molto, ma mai alla propria onestà e dignità. Si è dedicato ad arti espressive diverse e ha spaziato tra tanti temi, facendolo sempre semplicemente guardandosi intorno. Come un osservatore attento, ha tratto ispirazione da ciò che la vita gli poneva davanti, bello o brutto che fosse. E solo un artista a tutto tondo, abituato a catturare emozioni, parole e immagini avrebbe potuto filtrare e ricomporre tutto questo in autentici e genuini capolavori che toccano e toccheranno anche in futuro l’animo di chi sa ascoltare senza tradire mai la propria rispettabilità.

Alessio De Luca

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