Nella mia ora di libertà – Claudio Lolli: una voce come tante, ma a favore degli ultimi

Il cantautore “di nicchia” con un talento più grande dell’ego.

 

Non ho mai agito aspettando Godot, / per tutti i miei giorni aspettando Godot, /
e ho incominciato a vivere forte, / proprio andando incontro alla morte.
(Aspettando Godot, 1972)

 

È una sera come tante a Bologna. Nei pressi di via Castiglione, in quella che una volta era una cantina (alcuni dicono anche un bordello), gli artisti bolognesi in erba si contendono il palco libero della ormai famosa Osteria delle Dame. Mezz’ora a testa per esprimersi attraverso la musica cantautorale. Tra loro, un ventisettenne abbastanza introverso, accompagnato dalla sua chitarra, intona le sue composizioni. Parla di politica, parla di senso della vita, critica il clero, la vita militare e lo fa con disinvoltura e con la calma da diplomatico che solo uno come lui può mostrare. Sono gli anni in cui le radio passano con successo le canzoni tratte da Radici di un certo Francesco Guccini, tra l’altro proprietario a metà dell’Osteria delle Dame. Quella sera, però, è speciale: tra il pubblico sono seduti i talent scout di una grandissima casa discografica, la EMI, la stessa che ha pubblicato proprio Radici.

Ascoltano il giovane timido cantautore parlare di ciò che è quasi proibito accennare, armato solo di chitarra e voce. Decidono di convocarlo, accompagnato dall’amico Guccini, nella sede della casa discografica. Il giovane Claudio Lolli firmerà timidamente la produzione di quattro album tra il 1972 e il 1976. “Timidamente” perché parecchi anni dopo Guccini affermerà che «Claudio aveva una sana ossessione per l’egemonia dei padroni, da combattere a tutti i costi. E, per lui, quelli della EMI, una multinazionale, erano semplicemente dei padroni». Era questa la sua forza, la caratteristica che l’ha contraddistinto dal resto dei colleghi e che lo ha condannato all’underground musicale piuttosto che ai concerti nei teatri e nei palazzetti dello sport.

Ma a Claudio non importava, anzi gli permetteva anche di seguire la sua vera passione perché se da un lato la musica gli permetteva di esprimere le sue idee, dall’altro l’insegnamento gli permetteva di seminarle nelle giovani anime dei suoi studenti del liceo scientifico di Casalecchio di Reno (in cui insegnava italiano e latino). Il prof-cantautore che erudiva il popolo su come aprire gli occhi e gli studenti su come aprire la mente, che portava i quotidiani in classe e faceva trarre agli studenti le conclusioni.

Il primo album di Lolli fu pubblicato nel 1972: Aspettando Godot, che richiama il famoso spettacolo teatrale di Samuel Beckett, è un concentrato di argomenti in dieci gioielli che rappresentano buona parte dei suoi cavalli di battaglia. La title track che apre il disco, per esempio, è concentrata sul significato della vita, o meglio del carpe diem di Orazio e dello smettere di rimandare. Una ballata meravigliosa, di una semplicità e un’efficacia disarmanti, accompagnata musicalmente solo dalla chitarra e da un flauto, in cui il protagonista racconta la sua vita dalla nascita alla morte, analizzando tutte le volte che avrebbe potuto ma non ha agito aspettando qualcosa che in realtà non sarebbe arrivato perché inesistente.

Proprio come il significato della parola Godot, da molti interpretata come Go (in inglese “vai”) e dot (“punto” inteso come “fermo”), l’autore vuole indicare l’incapacità che abbiamo a volte di cambiare la nostra posizione, di procedere. Il rinviare per aspettare un momento che si spera sia migliore, ma che probabilmente non arriverà mai, mentre intanto si è perso l’attimo. Quello che sbalordisce, comunque, è che il messaggio passa al primo ascolto e senza bisogno di fondamenta musicali o voce notevoli, ossia per chi sa ascoltare assolve perfettamente al compito della canzone d’autore.

Il lato B del singolo Aspettando Godot è un altro momento di alto del disco omonimo. Michel, nome di un compagno delle medie di cui Claudio dichiarò essere “follemente innamorato” in senso platonico ed estetico, è un brano raffinato che racconta l’amicizia tra i due, sottolineando l’ammirazione di Lolli per il compagno di giochi (Ti ricordi Michel come era esclusiva / la tenerezza che ci univa / e accompagnò la nostra infanzia / fino ai giorni della nuova realtà), fino al triste epilogo in cui Michel perde la madre ed è costretto a tornare in terra natía, la Francia, ponendo fine alla loro amicizia. Claudio, però, non ha dimenticato le emozioni che ha provato ad un’età in cui si cerca di nasconderle e dimenticarle e ha rovesciato tutto in un brano che accarezza l’udito come farebbe una poesia. Uno spaccato di vita, quella di Claudio, che diventa un poema cantato di tutti.

Stranamente, il successo non arrivò con questo magistrale disco cantautorale, ma si manifesta (inaspettatamente anche per lo stesso Lolli) con quello che è considerato da molti il suo capolavoro. Ho visto anche degli zingari felici è un concept album ispirato all’attentato del treno Italicus dell’agosto 1974. Proprio il brano Agosto recita: Agosto. Che caldo, che fumo, / che odore di brace. / Non ci vuole molto a capire / che è stata una strage, / non ci vuole molto a capire che niente, niente è cambiato.

Una palese reazione della sinistra al neofascismo che incombeva con famigerati attentati contro Aldo Moro. Claudio non è più un ragazzo che urla inni all’azione (come in Aspettando Godot), ricorda l’infanzia (come in Michel) o inneggia alla lotta di classe (come in Borghesia), ma vive gli anni di piombo. E li sente sulla pelle. Il disco, diviso in due parti, cita il titolo del film del regista jugoslavo Aleksandar Petrović, utilizzando la metafora degli zingari felici per simboleggiare i giovani. Fu distribuito dalle radio indipendenti in tutta la Nazione, consacrando Claudio nell’Olimpo del cantautorato.

Degna di nota è la title track (riarrangiata nel 2003 da Il parto delle nuvole pesanti e poi coverizzata e rinfrescata nel 2008 da Luca Carboni e Roberto Senigallia), una lunga ballata di voce, chitarra, sax e persino un assolo di chitarra elettrica, che rappresenta un capolavoro compositivo (unico!) in cui Lolli miscela magistralmente lo stile cantautorale alla musica progressive (per intenderci, quella delle canzoni che durano anche 7-8 minuti e sono costituite per il 90% da arzigogolate e ricercatissime trame strumentali).

Anche in questo contesto Claudio dà il meglio di sé, inserisce un testo di valore e crea un’opera che anticipa i sit-in dei Ragazzi del ’77 e la rivolta alle porte, gli zingari felici anticonformisti che si rotolavano a terra in Piazza Maggiore. Riprendiamoci la vita, la terra, / la luna e l’abbondanza, parole forti cantate con un candore disarmante. Perché questo era Lolli: un suggeritore di pensieri che ci sussurra le verità (scomode) candidamente, con una dolcezza e una pacatezza come pochi, ma al tempo stesso anche un’efficacia come pochi. Claudio era per tutti, ma non di tutti.

Lo spirito indipendente ed anticonformista lo dimostrò anche quando impose alla casa discografica di vendere il disco a 3.500 lire anziché le canoniche 5.000. Dopo il successo di Ho visto anche degli zingari felici, decise di scindere il contratto con la EMI e pubblicò Disoccupate le strade dai sogni (1977), un album che toccava gli eventi di Bologna del ’77 e anche la vita personale dell’artista. Dieci pezzi tra cui bisogna ricordare Autobiografia industriale, invettiva sarcastica e tagliente contro l’industria discografica di un certo livello attraverso gli occhi di un poco più che ventenne che si ritrova a firmare un contratto importante. Anche in questo frangente l’umiltà e la semplice loquacità di Lolli non smettono di stupire: come prodotto, /non sono riuscito un granché,/ vendono certo, / molto più Jägermeister di me…

Il disco, però, non avendo alle spalle una major come la EMI e i suoi mezzi di distribuzione, non eguaglia il successo del precedente e anche un’ipotetica versione dal vivo si vanifica per il fallimento della piccola casa discografica Ultima Spiaggia.

Da questo momento c’è una tendenza al declino con pochi picchi di alto, tra i quali la laurea e l’inizio della carriera come professore di liceo. Ma la voglia di gridare alle ingiustizie è più forte della sua voglia di insegnare e il cantautore continua a scrivere per un progetto (poi non realizzato) di un concept album imperniato sul cinema, ma le cui canzoni saranno integrate in altre opere.

Tra queste la famosa Keaton, dedicata probabilmente al suo pianista, una persona con cui interloquiva spesso di tutto E di come era importante fra la gente, / Non essere solo musica e parole, / E di come era importante che la gente, / Non fosse una somma di persone sole, ma che al tempo stesso combinava anche molti problemi, oltre ad essere un tipo molto particolare, a quanto pare, perché quando toccava il pianoforte “metteva corpo e anima nelle mani”. La canzone verrà salvata ed  inserita con qualche piccola modifica nell’album Signora Bovary (1987) dell’amico Guccini.

Claudio si divide tra l’insegnamento e la musica, pubblica anche dei libri di prosa e poesia, collabora ai dischi di altri colleghi (Bonaffini, Il parto delle nuvole pesanti, Parodi), colleziona premi importanti (Premio Piero Ciampi, Premio Via del Campo e finanche il prestigioso Premio Tenco) e pubblica altri album: è la sua seconda vita artistica. Ormai temprato da anni di carriera a contatto con l’attualità, non è più il ventisettenne che si sgola sul palco si un’osteria e rilascia gioielli come l’album Dalla parte del torto (2000).

Ad aprilo c’è Nessun uomo è un uomo qualunque, una ballata semplicissima nella musica e nel testo, con cui Lolli, con la voce già raschiante intaccata dalla fatica del tumore che ce l’ha portato via, ci fa capire quanto in realtà non esista la “gente” (proprio la stessa che nomina in Keaton), ma piuttosto le persone con la loro storia, che non dovrebbe esistere la possibilità di non portare rispetto al prossimo, che ognuno ha una valigia […] piena / di un regalo rubato in fretta / di una rosa da portare a cena / a una moglie, a una donna che aspetta […] di un pigiama portato in galera / di una giacca voltata due volte. Un bagaglio, insomma, pieno di cose che non conosciamo e che andrebbero minuziosamente considerate.

Peccato che, nella nostra società, il concetto sia ancora molto ostico al punto che un uomo o una donna sono qualunque a condizione che non siano sotto le nostre case nella forma poco gradevole di un matto, un emarginato, di uno zingaro… Magari Claudio ci sta proprio suggerendo di cominciare a guardare chi ci passa accanto come esempi di unicità.

Alessio De Luca

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