Natale alla Snai, parte II – un racconto di Giulio Armeni

L’ala destra della Snai è per veri dipendenti del gioco. È qui che il cartello dell’ala sinistra dovrebbe stare. Qui viene trasmessa, in loop infinito, la versione virtuale del campionato italiano di calcio; chi non riesce a resistere un’intera settimana, qui troverà un’eterna domenica. Le squadre sono le stesse, i giocatori pure. L’unica differenza consiste nel loro teatro: la grafica in alto parla di un suggestivo SNAI Stadium; forse principale luogo d’aggregazione d’un’utopia di nome Snaipolis: una città immaginaria che coincida col proprio stadio, i cui cittadini, gli Snaipoletani, trascorrano la loro esistenza in un costante intrattenimento privo di sonno.

A tifare uno di questi match è venuta, forse della vicina e ruspante San Basilio, una comitiva di coattelli, una di quelle che il sabato sera si portano da bere sui notturni per farsi da capolinea a capolinea senza scendere mai. Coperti da capo a piedi da tute attillate, uno di loro porta alla vita un marsupio tarocco di Gucci; si volta per un attimo verso di me, e io d’istinto stringo più forte la giocata che ho in mano. La partita è un trionfo di tiri a fil di palo, rovesciate parate in acrobazia, traverse impattate all’ultimo secondo; è come un porno da cui è stata tagliata ogni umanità, ogni tempo morto o tenerezza, lasciando solo lo spettacolo. Non c’è appiglio nel mondo degli uomini, per ipotizzare il risultato finale, nessuna profondità psicologica da sondare: nessuna ex bandiera che al momento del rigore potrebbe esaltarsi o calciare alle stelle per l’emozione. È il fomento testosteronico: i ragazzi gridano, si arpionano le braccia tra di loro; ma l’algoritmo ha già stabilito da principio il risultato finale, e si trastulla con la loro adrenalina con la crudeltà di certe giostre estreme, o del gatto col topo. Uno dei ragazzi, il più piccoletto, osserva muto e aspetta il finale girandosi tra le dita la zip del marsupio dell’amico. Forse è l’unico a non avere ancora l’età per giocare. Mi ricorda di quando ero piccolo e andavo a casa di un mio cugino più grande con la play, per guardarlo giocare a giochi che a me erano proibiti. Anche lui si mangia lo schermo con gli occhi.

Ogni volta che finisce una partita, così come una gara di cani o di formula 1, la coda del tuo occhio percepisce dei focolai di bianco intorno a te, e tu ti giri d’istinto, come quando una luce fuori campo attira d’improvviso la tua attenzione. Fai in tempo a veder galleggiare, accanto alla mano di ciascun giocatore, una nuvoletta di carte, che poi si posa delicatamente al suolo. C’è una strana festosità in questo susseguirsi di scommesse perdute, come dei petardi di carnevale, ma senza suono. Ogni giro dell’algoritmo è una nuova scarica di nevicate.

I cestini esistono, sì, ma sono ignorati; o meglio, sono pieni a metà, usati con parsimonia. Non so se su questa convenzione non scritta del poter buttare le carte per terra si fondi tutto il fragile equilibrio del Punto Snai: forse senza di essa la gente esploderebbe di rabbia al terzo giro di scommesse, e si lancerebbe coi pugni contro i vetri infrangibili degli impiegati rintanati, e le loro spiegazioni spaventate e ovattate non servirebbero a convincerli che il nemico non sono loro, ma un algoritmo invisibile. Al contempo, però, dopo una vita passata a tenerti sempre in mano le scartoffie – perché se no chi pulisce, la mamma? Chi pulisce, la bidella? Chi pulisce, il comune? – un posto dove puoi nuotare senza colpa tra pallottole di carta ti rende felice come quelle sale d’attesa con palle colorate in cui sognavi di vivere da piccolo. Forse è per questo che certa gente vive alla Snai: è un’amorevole sala d’attesa in cui perdersi.

Un posto perfetto in cui perdersi ma senza alcun amore o felicità è l’estremo angolo destro. Lì puoi trovare quattro/cinque slot machine male illuminate, quasi nascoste; eppure, hai l’impressione che siano molto meno innocue di quanto il loro aspetto dimesso faccia apparire. Dev’essere così, se si trovano proprio lì, al termine ultimo di quella scia di cometa di crescente abbrutimento che tu hai tracciato per orientarti. Secondo quella logica, questo dovrebbe essere il luogo dove l’algoritmo regna incontrastato; dove non c’è più neanche lo sforzo di intrattenerti con dello spettacolo, né la pretesa di cucire un vestito, seppur squallido, alla nuda verità della sorte e della probabilità. La prima slot si chiama SONNY BONO, ambiente gangsteristico. Il corpulento mafioso – piacere, Sonny Bono – vestito in stile anni ’30, tiene il canonico sigaro tra i denti, e sulla sua spalla s’appoggia civettuola la sua pupa, con una sigaretta con bocchino tra le dita, in equilibrio su una gamba sola – l’altra è arcuata come se si volesse infilzare il sedere col suo stesso tacco la sua pelliccia bianca è bombata da un paio di enormi seni disegnati da una qualche equazione di un programma grafico. Di queste slot mi ha sempre colpito l’esotismo dei loro guardiani – il regale Montezuma, Barbanera, il Conte Dracula – sempre accompagnati dalle loro controparti femminili – la Messicana, la Piratessa, la Vampira; è crudele che a custodire queste macchine, così spesso vincolate alla clausura d’una sala buia e alla fissità d’uno sgabello, siano sempre degli esponenti di questi mondi favolistici, lontani nel tempo e nello spazio; dei mondi tristissimi, a guardare meglio, mondi fatti di seni infiniti, con scollature ampie quanto vuoi e sempre portate al limite, ma capezzoli nascosti che non si sveleranno mai. È la frustrazione, la vera legge di questi mondi. Un continuo e ritmato Tam, Tam, Tam, attira il mio sguardo verso l’ultima slot di sinistra, di nome NAPOLEON. Di spalle, lo zuccotto d’un rumeno senza volto continua a smozzicare frasi e battere il palmo sopra un pulsante, sempre lo stesso. Tam, Tam, Tam, e ogni Tam un altro giro di slot, e stivali e baionette e altri manufatti napoleonici non si decidono ad allineare. Sullo zuccotto c’è una scritta; aguzzo la vista, pensando a una marca, e invece ci trovo cucito

NOME E COGNOME

Rimugino qualche fantasiosa ipotesi su come un rumeno possa essersi appropriato di uno stock di zuccotti del genere. Mi viene la curiosità di guardare NOME E COGNOME nel volto; in fondo ho sempre il biglietto tra le dita, che attesta il mio status di giocatore, e non di spia. Ma un paio di Tam assestati con rinnovata violenza m’incoraggiano alla retromarcia. Forse è giusto così. Non penso ci sia spazio per gli uomini, in questo cantuccio. Neanche bestie, nemmeno immaginarie. Solo oggetti, simboli e cifre, e chi si spinge da queste parti spera di vederli allinearsi in costellazioni che li conducano fuori di qui. Tra queste macchinette perfino le cartacce per terra si diradano, finiscono per sparire, perché dei desideri non rimane neanche la buccia.

Dalla parte opposta del mondo, il ragazzo dell’Eccellenza albanese aspetta solo che l’arbitro fischi. Il primo piano presenta una carnagione scura, una frangetta seghettata male assortita e due occhi grandi e incavati. Non penso sia consapevole di muoversi all’interno dell’amore, di essere destinato a non perdere mai, di cascare sempre in piedi. Dopo esser stato a lungo naufragato tra le slot, il mio sguardo, nel posarsi su una goccia di sudore che gli traballa sulla fronte, trova un sollievo speciale, un qualcosa di umano a cui aggrapparsi. Tutti ci s’incantano: biscazzieri, filosofi, inservienti, pischelletti. Seppur nella bassa definizione, quella goccia trema e brilla per noi come una stella.

Non ho mai giocato una schedina alla SNAI. Non conosco davvero l’amore o la mania di queste persone, posso solo immaginarli. Probabilmente i miei ritratti sono stereotipi non più credibili di Sonny Bono o del Pirata Barbanera; forse le storie che proietto su di loro sono più virtuali e decise alla partenza di questi match simulati, di queste gare truccate. O forse, in verità, sento la loro malattia così simile alla mia che ho semplicemente paura di ammalarmi per contagio. La mia prima giocata sarebbe la più classica delle prime sigarette a cui non penseresti mai possano seguirne delle altre, e invece… poco male. È una viltà che mi ha preservato da tanti vizi.

Ho in mano il biglietto, decido di leggerlo. Il mio predecessore, il mio gemello perduto, s’era giocato un paio d’ore fa, alle 16.14, una partita di calcio e una gara di galoppo – entrambi del settore virtuale puntando su risultati molto precisi. Per 1 euro che aveva scommesso, in caso di vittoria gliene sarebbero tornati 2359, più 13 centesimi. L’arbitro fischia, il rigorista parte. Prima di aprire la porta a vetri, appallottolo il desiderio e lo restituisco al pavimento. Un attimo prima che il giocatore impatti il pallone, quella porta me la sono chiusa dietro. Talenti, lucine, mercatini, chihuahua col cappotto. Anche per oggi, vigilia di Natale, qualcun altro ha perso al posto mio.

Talenti, 24 dicembre 2018

 

Giulio Armeni

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