Mina – un racconto di Mihai-Bogdan Ionescu-Lupeanu

Si chiamava Mina.

Ogni mattina al risveglio vedeva sua madre nella lunga camicia da notte, con i capelli sciolti, inginocchiata davanti alle icone.

Mi addormento con difficoltà e dormo profondamente, senza sogni, amore mio! Dove sei?! risuonava come una litania la sua voce, un bisbiglio.

Dall’icona, Santo Mina la guardava in silenzio. Man mano che andava avanti nella preghiera, il suo respiro si faceva affannoso, il petto si gonfiava e i capezzoli prominenti e le grandi areole violacee trasparivano sotto il bianco della camicia.

Tutti ridevano di lui. Non aveva amici. Era orfano di padre, quello che le prendeva sempre. Più che altro giocava da solo, tra le rovine di un conac*. Si costruiva i giocattoli solo lui sapeva come, con quello che trovava lì, tra cantine e soffitte in cui sapeva intrufolarsi come nessun altro. Le scale erano crollate, le assi del pavimento dei piani avrebbero potuto cedere in qualsiasi momento.

A volte arrivava fino alla chiesa di Santo Mina-Vergu. Aveva sentito che nessuno usciva da lì scontento, che se hai perso qualcosa e preghi con molta fede di fronte alla sua icona, di fronte alle reliquie, la troverai.

Anche sua madre rivolgeva preghiere all’icona del santo. Una volta, l’aveva sorpresa a prostrarsi di fronte alle icone, immersa nei suoi pensieri.

Suo padre era scomparso prima della sua nascita. Una sera, non era più tornato a casa. Al mattino era andato al lavoro col berretto calcato sugli occhi e il portapranzo in mano. Era giorno di paga. Dopo la fine del turno è entrato in una taverna, insieme a un compagno di lavoro. Ha bevuto una birra Lüther, una sola, poi è andato via con una sigaretta nell’angolo della bocca. Prima di varcare la soglia, si è voltato come ad abbracciarli tutti con lo sguardo e ha portato due dita alla visiera. È passato piano accanto alle finestre. Ha proseguito in discesa lungo il Dâmboviţa, insieme alle acque sporche, a valle, verso casa. Camminava col sole basso alle spalle, la sua ombra si allungava di fronte a lui e questo è tutto. Non è mai arrivato a destinazione. L’ultima persona ad averlo visto è stato l’invalido che aveva la tabaccheria vicino al Palazzo di Giustizia; da lì si è diretto a casa, nella stessa direzione che imboccava ogni sera, dopo aver preso il pacco di tabacco e le cartine. Non è mai più arrivato. L’ha cercato la polizia, l’hanno cercato i colleghi di lavoro e i vicini, sua moglie, la madre di Mina, reggendosi il pancione di quasi otto mesi con entrambe le mani. Si è messa a correre da tutte le parti, disorientata, fino a svenire e poi alcuni vicini l’hanno riportata a casa in braccio.

A novembre, l’otto, è nato Mina. Tutti si aspettavano l’avrebbe chiamato George o Gheorghe, come suo padre, o almeno Mihai o Gabriel, come i Santi Arcangeli del giorno in cui era nato, ma sua madre l’ha consacrato a Santo Mina con cui aveva i suoi conti in sospeso. Santo Mina le avrebbe restituito suo marito disperso, se no, avrebbe guidato il ragazzo che portava il suo nome sulle tracce del padre, fino a ritrovarlo.

Lo aveva cresciuto pensando a questo. E sebbene fosse l’unico figlio e non sembrava ne avrebbe avuti altri, e nemmeno poteva, visto che respingeva quanti aspirassero alle sue grazie, non l’aveva viziato. Lo vestiva, lo nutriva, lo mandava a scuola ma lo lasciava anche a scorrazzare liberamente per strada. Quando non era a scuola, Mina poteva essere ovunque: lo incontravi al cimitero Șerban-Vodă, sapeva in che giorni si distribuivano coliva* e ciambelle sul vialone che portava fuori città o in piazza Obor, al mercato coperto o alla stazione. Conosceva tutta la città e la città conosceva lui; faceva attraversare la strada alle signore anziane oppure le aiutava con buste più grande di lui. In chiesa si sentiva meglio che ovunque; dalla Schitul Maicilor fino alla chiesa Dobroteasa e da lì, fino alla Santo Ștefan e alla chiesa Boteanu, i preti lo chiamavano per nome. Per Mina ovunque era come a casa; solo nella sua non si sentiva a casa. Dalla strada imboccavi un passaggio stretto tra due botteghe, al piano superiore c’erano gli appartamenti dei proprietari e alle spalle, in un cortile selciato, meschino, due piani di camerette in affitto che affacciavano tutte su lunghi balconi, penzolanti tutt’intorno al cortile. Su per una scala marcita si raggiungevano questi balconi dove, tutto il santo giorno, c’erano casalinghe a spettegolare, bambini a giocare, uomini che avevano perso il lavoro ad aspettare che la provvidenza ne offrisse loro un altro, mentre bevevano țuica* dalla mattina alla sera.

Sua madre era bella. Quando la sera tornava a casa, potevi vedere gli occhi degli uomini brillare della notte come quelli dei gatti. Protetto dall’oscurità, qualche ragazzino levava un miagolio, accompagnato dalle risate soffocate dei compagni meno coraggiosi.

Quando lo incontravano da solo, uno di quelli gli stringeva un braccio intorno al collo, prendeva la sigaretta tenuta dietro l’orecchio come fanno i duri, l’accendeva strusciando la testa del fiammifero su un qualche muro, come aveva visto al cinema, alle proiezioni mattutine cui si permetteva di entrare, e gli domandava così, come si fa tra amici:

Dimmi un po’, con chi se la fa tua madre?

Innervositi dal fatto che Mina non rispondesse e che non si mostrasse spaventato o cedesse al dolore delle mani che quelli gli torcevano o del collo, da cui lo tenevano stretto, continuavano: “Quanto chiede eh, tua madre per un pompino?” oppure “Vedrai quanto piacerà a tua madre quando glielo metterò dentro fino al midollo. Griderà come una cagna e ne vorrà ancora dopo che l’avrò riempita di sborra. Me la farò fino a quando lascerà la scia come una lumaca! Hai sentito?! Che ne dici?”.

Mina non diceva niente. Preferiva girovagare in altri posti o passare il tempo tra le rovine, in cortili abbandonati dove avevano trovato rifugio moltissimi cani randagi, che avrebbero fatto a pezzi chiunque altro. La gente non aveva il coraggio di avventurarsi lì, se non in gruppi numerosi e con manici di scopa o pale in mano, le pietre le trovavano per terra; ma questo accadeva di rado. In quel posto ci andavi per un motivo, come sarebbe recuperare materiali da costruzione tra le rovine o per spartire il bottino di qualche furtarello oppure, i ragazzi, per bere lontano degli occhi dei genitori o con qualche prostituta che vagava per il quartiere dopo il tramonto, di regola una che non aveva gli atti in regola, invecchiata e talmente disperata da entrare tra quelle macerie e farsi mettere a giro da qualche adolescente ubriaco, con il rischio di buscarle senza vedere nemmeno un soldo. Nell’arco di due o tre settimane dopo un’impresa del genere, potevi sentirli i temerari, a bestemmiare contro chi aveva ancora bisogno di una donna nella vita, mentre si tenevano stretti a un cancello e pisciavano o viceversa. Era apparsa la gonorrea dalla Russia. I meglio informati dicevano fosse la peggiore. Che fosse stato così, Mina non poteva saperlo.

In una cavità di difficile accesso, c’era la caverna di Alì Babà. Era lì che nascondeva i suoi tesori. Quand’era più piccolo, ne aveva mostrati alcuni al signor Nicu. Il signor Nicu era l’invalido della Grande Guerra che aveva la tabaccheria. Sua madre, a pagamento, faceva le pulizie da lui, e certe volte metteva qualche cucchiaiata di cibo in più in una scodella e mandava Mina a portarglielo. Quand’era di buon umore, dopo una sorsata di rum, il vecchio si accendeva una Regala* e raccontava del fronte; se superava il limite, la storia si concludeva immancabilmente con: “Ed è stata così tutta la mia vita, scalognata! Ero invalido, povero me, e mi ci ha messo il diavolo su quel treno per Iași e sai cos’è successo? Che ho preso il treno con cui c’è stata la più grande catastrofe della storia delle Ferrovie Romene. Lo capisci?! Si vedeva Iași, fanculo alla fottuta Iași, e il treno a valle, bang! La catastrofe ferroviaria di Ciurea. Più di mille morti. Quando ho aperto gli occhi e ho visto le fiamme, ero certo di essere morto e di essere andato a finire all’inferno”.

Gli aveva mostrato con orgoglio una Croce di Ferro di III classe.

Bella, ma tienila nascosta! Oppure è meglio se la butti via, che questi hanno perso la guerra, maledetti bastardi, e i russi non hanno senso dell’umorismo.

Poi gli ha fatto vedere tre cartucce ossidate, tenute con una lamella arrugginita. Il vecchio le ha tirate, la lamella si è rotta, le ha osservate con attenzione e ha detto:

Queste sono nostre, dell’altra guerra, per il Mannlicher romeno. Queste le ho sparate anch’io.

Più tardi, Mina avrebbe trovato anche altre cose ma le avrebbe tenute solo per sé.

Camminava per strada e si chiedeva cosa avrebbe detto la gente se avesse saputo cosa portava in tasca; certe volte, aveva l’impressione che un uomo dall’aspetto coraggioso, come nei film americani, gli sorridesse con complicità, come se sapesse.

Nel frattempo, continuava a vagare per la città in lungo e in largo. Sua madre gli aveva dato una fotografia del padre. La portava con sé ovunque, si sentiva come un detective. Sapeva che presto o tardi l’avrebbe trovato. Lo troverà e tornerà a casa tenendolo per mano. Allora nessuno riderà più di lui, non ci sarà più nessun miagolio dietro sua madre, sarà difeso anche lui qualcuno.

Aveva scoperto che il rudere più grande all’interno del cortile abbandonato apparteneva a un conac costruito prima che Ioniță Tunsu e la sua banda di briganti dettassero legge a Bucarest e nei boschi circostanti. Gli anziani del quartiere dicevano che di sicuro lì c’è un tesoro nascosto. E, secondo la persona e il momento, le storie cambiavano: alcuni dicevano che i nobili l’avevano nascosto per paura dei turchi, poi erano scappati e la loro stirpe era stata cancellata dalla peste e dal colera seguiti alla rivolta, oppure che molto prima che la casa andasse in rovina, con gli sbirri alle calcagna, Tunsu avrebbe nascosto lì il denaro di una rapina e si sarebbe ucciso a tradimento a Grozavești, prima di tornare a recuperare il bottino, o anche che qualcuno l’aveva fatto quando i tedeschi erano entrati nella capitale, durante la Grande Guerra.

La storia non era molto importante, c’era un tesoro lì, di questo era certo. Così Mina ha cominciato a fare ricerche approfondite. Ha trovato qui una pala arrugginita, lì un piccone storto con il manico fradicio, più in là un martello per muratura che al proprietario non serviva più e si è messo al lavoro. Ha cercato negli angoli più reconditi, nei luoghi più sinistri e difficili da raggiungere ma niente. Ha trovato bottoni di rame, alcune monetine d’argento bucate del 1906, una lama di coltello, cocci. Perseverava.

Suo padre era una fotografia. Non riconosceva nessun legame tra sé e l’uomo della foto. Nella loro cameretta buia avevano uno specchio, e alle volte attaccava la foto sul margine; con un occhio guardava l’immagine riflessa sulla superficie sporca e con l’altro la fotografia sbiadita. Niente.

Ha cercato anche nel suo conac, in una camera alta con il cielo per soffitto. Le tegole erano saltate da molto e le assi del pavimento erano crollate. Un cumulo di calcinacci, su cui crescevano alte le erbacce, era al centro di quello che sembrava essere stato un salone.

Aveva sudato e ora se ne stava in cima all’ammasso di terra. Aveva sistemato su un mattone un pezzo di specchio e la fotografia. Cercava somiglianze tra sé e l’uomo della fotografia. Il sole intanto si era annidato nel pezzo di specchio e lo accecava. Gli facevano male gli occhi.

Ancora un coccio ha riflesso il sole. No, non è un coccio, è una fede d’oro! L’ha raccolta dal suolo. All’interno del cerchietto d’oro, l’osso rinsecchito di una falange umana è rimasto in equilibrio precario per un istante, poi è caduto a terra.

Era davvero al culmine dell’eccitazione, anche se non conosceva il significato del termine e neppure il senso di quell’indurimento nelle braghe, di cui non si era nemmeno accorto sulle prime. Non aveva nemmeno capito esattamente quella falange cosa potesse essere. Solo quando ha scoperto la cassa toracica e il cranio, si è fermato per la paura.

Dovevano essere stati i banditi, avevano ucciso qualcuno e l’avevano lasciato a custodire il tesoro. In tutti i libri sui pirati andava così. Aveva sentito che i tesori sono tutti maledetti.

Ha preso l’anello ed è fuggito via. Non si è fermato se non dopo aver richiuso alle sue spalle la porta della loro cameretta, tutto sudato, con gli occhi sgranati e le spalle incollate alla superficie di legno. Sua madre non era ancora tornata a casa. Non ha mangiato nulla. Si è lavato con l’acqua del secchio, si è messo il pigiama e quando ha cominciato a farsi buio, si è infilato a letto, nell’angolo, con il lenzuolo tirato su, fino alla testa. Respirava piano, in modo regolare. Lo avresti detto addormentato. Così ha creduto sua madre e ha iniziato a spogliarsi, ha messo la camicia da notte e si è inginocchiata di fronte al comodino. Ha acceso un moccolo di candela e, a mani giunte, ha iniziato a pregare. Quando ha sollevato lo sguardo, ha visto Santo Mina che le sorrideva bonario dall’icona e poi, quando si è piegata per spegnere la candela, ha visto la fede accanto al portacandela.

Grazie! rideva e baciava la fede che teneva tra le dita.

Mina, Mina! Svegliati! L’anello…

Sì, mamma, l’ho trovato…

Andiamo, forza! Portami da lui.

È buio adesso, domani!

Adesso, Mina, adesso!

Sono usciti così. Sua madre ha messo una vestaglia sulla camicia da notte, lui la giacchetta dell’uniforme scolastica, l’unica che aveva.

A cuccia Mura! Fermo Mussolini, sono io!

I cani avevano iniziato ad abbaiare loro contro ma quando hanno sentito la sua voce, si sono ritirati nelle loro cucce.

Luci e ombre dai buchi delle finestre del conac.

Sono le fiamme del forziere!

Dov’è? Portami da lui!

Di fronte al cumulo di calcinacci e terreno, ardeva un fuoco.

Qui, a metà della collinetta! si è arrampicato a quattro zampe. Le ossa sbiancate erano dappertutto.

Sei venuta, passerotto?! Da quanto ti aspetto al varco! Ora non scappi fino a quando non ne dai anche a noi un pezzettino.

Dal buio è venuto fuori Gore insieme ad altri tre. Erano tutti delinquenti. Uno teneva in braccio una ragazza di quindici anni. Era nuda, tremava tutta, aveva un occhio nero e giù dal labbro scendeva un rivolo di sangue che ha pulito con la lingua. Un’analisi sommaria del tatuaggio e del trucco, ti avrebbe fatto pensare al mestiere più vecchio del mondo.

Io sono il primo, ragazzi!

Con questa che ci facciamo?

Che si fotta. Ci siamo riscaldati con lei. Abbiamo una primizia qui.

Te l’avevo detto io, Gore, che Mina è un bravo ragazzo, guarda, ci ha portato la madre direttamente all’uccello.

Ha ha!

L’altra donna ha raccolto i suoi abiti laceri, sparpagliati ovunque, ed è fuggita a gambe levate nella notte.

Per pochi istanti non si è sentito altro che la legna a scoppiettare nel fuoco, i rametti e le pietre sotto i piedi della ragazza in fuga, poi brontolii, i latrati dei cani e le urla della donna, che avresti potuto immaginare dilaniata. Quei quattro hanno scrutato la notte in quella direzione. Hanno riso. Poi hanno iniziato a stringersi intorno alle nuove vittime. Sogghignavano. Gore ha iniziato a sbottonarsi i pantaloni.

Da quanto aspettavo di scoparti femmina! Non mi credevate, eh, quando dicevo che io questa me la faccio?!

Mina non lo vedevano nemmeno. Si era acquattato contro una parete e non sembrava nemmeno lui quando ha tirato fuori dalla tasca il suo avere più prezioso: una bomba a mano. Ha tirato la sicura. L’ha sbattuta contro un muro prima di lanciarla nel fuoco, accanto al quale sua madre era stata buttata a terra e tenuta ferma, mentre Gore cercava di farsi strada tra le sue cosce.

Mina ha perso un braccio. È morto di setticemia dopo qualche giorno. La storia è stata un caso banale nella rubrica Notizie varie dell’edizione serale del giornale. Era il dopoguerra e ogni giorno c’era un bambino rovinato dalle munizioni abbandonate.

Chi ti ha raccontato questa storia?

L’invalido. Si è confessato sul letto di morte. Io ho ascoltato di nascosto. Nessuno l’avrebbe mai sospettato! Ha ammazzato il marito per tenersi la moglie.

Quello storpio del cazzo!

Mihai Bogdan Ionescu-Lupeanu

Trad. Clara Mitola

Courtesy of Emilia Mirazchiyska

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*conac: si tratta di un’antica residenza nobiliare, situata normalmente fuori città e in cui abitavano signori feudali, nobili o proprietari terrieri.

*colina: è un tipico dolce a base di grano bollito, preparato per le commemorazioni funebri o i funerali.

*țuica: bevanda alcolica tradizionale, la țuica è una sorta di acquavite a base di frutta.

*Regala: è una marca di sigarette senza filtro, assai diffuse nel periodo interbellico, caratterizzata dal colore dorato della cartina.

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