Merola VS Franchini:La raccolta dei pommidori – il racconto a quattro mani più lungo di sempre

Abbiamo deciso di tentare un esperimento. Abbiamo sequestrato i nostri caporedattori e gli abbiamo ordinato di scrivere un racconto insieme: credevamo, infatti, che fosse il modo migliore per mettere pace nella redazione. C’era una brutta aria. Sgradevole, a dire il vero; per tutti noi. Così Antonio Merola ha scritto questo passaggio. E Michelangelo Franchini dovrà fare lo stesso. Guideranno a turno – anche se nessuno dei due ha ancora la patente. Chissà dove arriveranno. L’importante, è che sia lontano da qui. Almeno per un po’. Voi non ditegli niente, perché non sanno di essere ripresi – o pubblicati… pubblicati è meglio.

Istruzioni per l’uso: il racconto più lungo del mondo verrà aggiornato periodicamente, a cadenza irregolare. Per continuare a leggere, non dovrai fare altro che scorrere la pagina in basso fino al punto in cui sei rimasto fermo la volta precedente. Ogni puntata è pensata per essere letta in meno di qualche minuto. Leggila in metropolitana, in bagno o su una panchina… o, insomma, dove ti pare. 

*

«Non volevo dire questo» o almeno credeva di non volerlo dire, ma ormai sembrava troppo tardi, così aggiunse qualcosa che nessuno poteva considerare come una nuova stronzata: «Ma uccidere una gallina non è come uccidere un uomo». Stabiliamo il luogo una volta per tutte: una campagna straniera, almeno per la prima voce. Siamo fuori città, questo è chiaro come il sole che brilla a trentacinque gradi. Sudano. «Ora vedrai» fa l’altro: «Ora vedrai…» È lui che guida, d’altronde. A destra, l’orizzonte mostra solo campi coltivati. La prima voce ha una maglietta con sopra scritto: «il canto del gallo è una poesia». Ma l’altro è un pragmatico. Così ora indica proprio là, a destra: «Eccoli, i tuoi pomodori dimmerda!» «Cazzo, Gianlù. Tutto sto’ casino, solo perché ho detto che…» «Seguimi». Accostano sullo sterrato. Scendono. Gianlù apre il bagagliaio, poi estrae una teglia coperta da uno strato di carta stagnola. «Ma che è?» «Pollo… arrosto». Che buon odore che ha, il pollo arrosto. Dalle piante di pomodoro, sbucano una trentina di teste nere. «Qualcuno ha fame, ragazzi?» I negri si fanno intorno a loro. Qualcuno ha delle cesoie, sono enormi e gli pulsano le vene dei muscoli. «Mangiate». «Gianlù, ma sei scemo?» Gli butta il pollo a terra. Quelli si lanciano, chi può cerca di strappare con le mani il pezzo più grosso. «Aspetta. Sta’ a vedere… Maddù, avete fatto la cosa?» «Nel sonno, G.». «Magnifico. Dobbiamo portarlo in cucina». Sembrano la guardia di Giulio Cesare che attraversa il Rubicone. E infatti, perché non dirlo: «Alea iacta est». Rapidi, rapidi entrano nel casale, ognuno con il proprio pezzo di pollo. «Aiuta Maddù, avanti». «Io non faccio niente, Gianlù: anzi, vaffanculo!» «Ce n’è anche per te, dopo». Ma Maddù non ha bisogno d’aiuto, riesce a sollevare il morto da solo. Se lo carica in spalla, seguito dai negri, da Gianlù e da… insomma, anche dall’altro. Lo adagia su una sedia, in cucina. Poi gli ficca una coscia di pollo in bocca. La banda di negri fa lo stesso. «Bene, ragazzi. Prendete quello che vi spetta, poi fuggite nella notte. Dovete andare a nord… sempre dritto». Maddù lo abbraccia. Dice una frase nella sua lingua che non ricordo, un proverbio forse. Infine, si dilegua con i compagni. «Gianlù…» «Tu non hai visto niente, siamo intesi?» «Ok». Pare, però, che abbia ancora qualcosa da aggiungere:
«Gianlù…»
«Che vuoi, adesso?»
«Posso liberare le galline, già che ci sono?»
«Hanno appena ucciso un uomo: possono andare dove vogliono».

*

«Dobbiamo proseguire, ci siamo già fermati per pisciare». Tamburella le dita sul volante, imita il ritmo della radio, canticchia: «We’re on the road to noooowheeere! Come on insiiiiideee!», ma quello stronzo continua a dare manate al finestrino «Smettila, cazzo, accosto!» appena il tempo di aprire lo sportello. «Scendi, mio padre mi ammazza se ‘sta macchina non ritorna perfetta». E qui onomatopee gutturali a esemplificare l’attività di pulizia gastroesofagea dell’organismo dell’amico. Per il resto, sole cocente, cicale – o grilli? Chissà. Rumori di macchine, puzza di benzina e concime, brandelli di voci. Passano troppo velocemente per poterle discernere, però ci sono. Padri di famiglia, ragazzi in vacanza, donne sole. Qualcuno non arriverà (due ragazzi, stando al giornale locale). Poi, il silenzio. Si fa per dire, naturalmente, il silenzio non esiste, in questo caso è l’assenza del rumore, di uno specifico e poco gradevole rumore indicato prima, a far sì che Robi smetta di concentrarsi sul paesaggio e torni a prestare attenzione all’amico, Mauri. È seduto sul terreno – non c’è il guardrail, per strano che possa sembrare – ha la testa tra le mani. Fermo. Robi aggrotta le sopracciglia, sbuffa. Scende dalla macchina e raggiunge l’amico. Rimane in piedi per un attimo, sperando di esercitare una coercizione silenziosa che però, pare, non funziona. «Dai». Gli mette una mano sulla spalla. Quello tira su la testa, guarda nel vuoto per un attimo. «Dai, continua, adesso non è il caso di pensarci, dopo ci penseremo. Adesso dobbiamo pensare a divertirci» dice, senza troppa convinzione, «Dobbiamo pensare al mare, a bere…», «Galline…», Robi guarda l’ora sul cellulare, «Sì certo, qualche ciaciona sgallettata in vacanza, bella strafatta, disinibita, una di queste troiette sfacciate col piercing al naso e i tatuaggi degli aironi che…», «No, galline…» – all’improvviso, senza apparente ragione alcuna, senza che nulla lo preannunci, Mauri ha in braccio una gallina. Gallina, pollame. La roba nel vassoietto bianco del supermercato. Amadori. Cosce e petti. Qui invece la gallina è intera – cruda. Seduta, pare. Piuttosto comoda, sulle gambe di Mauri. «Perché ho una gallina in braccio Robi?» La più immediata delle domande. Robi neanche risponde, ovviamente. Si limita ad alzare la testa e constatare che lì attorno ci sono altre galline. «Saranno scappate da qualche parte?» Mauri riesce a rialzarsi, spostando la gallina, facendosi beccare le dita. «Che facciamo le portiamo?», Robi si gira esterrefatto: «In macchina? Sei fuori?»
«Ma e se vanno in strada?»
«E se non ci vanno poi comunque muoiono e ce le mangiamo, oppure se le mangia una volpe o un cinghiale, che cazzo ne so». Sale in macchina sbattendo la porta. Mauri sta per salire, si ferma un istante. «Robi? Le galline non le portiamo quindi?»
«No, ti ho detto di no, a che serve?»
«Ok ma… invece il negro lo portiamo?»
Robi si gira. Il negro accenna un sorriso. Robi un saluto imbarazzato.

*

Laggiù, ci si va solamente per le vacanze. Ma non Maddù. Lui c’era andato per una ragione precisa: raccogliere i pomodori. E nemmeno Bartolo: se si trovava là, era perché voleva combattere assieme a Gianlù. One Step For Animals era stata chiara: «Un essere umano medio mangia più polli in sei mesi di quanti manzi mangerà nell’intero corso della sua vita». Peraltro, Bartolo lo sapeva, i peti delle vacche inquinano più di una decappottabile – anche se la prima volta che lo aveva letto, gli era sembrata una fesseria. Soprattutto per uno che da sempre aveva vissuto nel triangolo industriale. Specie per chi, come lui, amava dare fuoco alle macchine. Anche se, a dire il vero, questo passaggio lo eliminerei, perché non vedo come potrebbe tornarci utile. Comunque sia, Bartolo ora aveva aderito alla causa di Gianlù, che era poi anche la causa di Matt Ball: «Smetti di mangiare pollo, non importa cosa mangi al suo posto!» Ecco il motivo per cui gran parte delle sue giornate le trascorreva, assieme agli altri volontari, nella speranza di fare cambiare idea alle persone fuori a quei fast food. Ci tengo a dire una cosa, prima di andare avanti: mentre mi fido di One Step For Animals e di Matthew Bell, non posso dire lo stesso dei particolari fast food che abbiamo qui tirato in ballo. Per cui ipotizzo che il modo migliore di proseguire sia che ognuno di noi possa riempire come meglio crede la soluzione «quei». Una storia, del resto, può essere incrociata da vari punti di vista. Uno di questi potrebbero essere i punti cardinali. Potremmo per esempio dire che mentre Bartolo da nord era sceso verso sud, Maddù aveva considerato quel sud come il proprio nord. E che mentre ora Maddù scopriva che esisteva un nord ancora più a nord di quel sud, la gallinella fuggiva ancora più a sud di dove si trovava. E che infine Gianlù da lì non si era mai mosso – e forse non lo avrebbe fatto mai, almeno finché non avrebbe convinto tutti a smettere di mangiare pollo. Come se non bastasse poi laggiù la vita dei vegetariani era diventata impossibile. L’associazione clandestina di Gianlù aveva infatti lanciato un nuovo monito: «I pommidori sudano nero – i polli sudano bianco».

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