L’uomo che diventò donna di Sherwood Anderson: il cavallo come critica al mito americano

C’è una espressione che non posso fare a meno di ritenere sbagliata fino alla radice. Fa più o meno così: «era un uomo o una donna del suo tempo». Sono convinto infatti che l’empatia non dipenda affatto dalla cultura, ma che sia al contrario una qualità umana che ha sempre fatto l’uomo, uomo. Per questo motivo quando mi sono ritrovato davanti un paragrafo come: «Ma con un negro non si può essere amici intimi quanto con un bianco uguale a noi. È per via di qualche ragione che non si può capire, ma c’è. Si è parlato troppo della differenza tra i bianchi e i negri, e ci si sente entrambi in imbarazzo. Comunque, è inutile anche provarci, e immagino che sia Burt sia lo sapessimo bene, e così mi sentivo parecchio solo» (p. 17) o anche «quel tipo di donna che si trova adesso e che dice sempre “Valgo quanto un uomo e farò quello che fanno gli uomini” segue una pista sbagliata se desidera veramente tenersi “agganciato”, come si potrebbe dire, un individuo che appartenga tutto a loro» (p. 49) in un racconto di Sherwood Anderson appena pubblicato da Elliot (trad. di Gabriele Baldini, 2019) mi sono detto senza pensarci due volte: bravo, ecco che sei appena stato ingannato dal titolo, L’uomo che diventò donna. Oppure: Sherwood te l’ha bella che fatta!

Fin dalle prime pagine, dedicate alla vita di un hobo adolescente mediate dalla voce narrante che coincide con il protagonista e che adesso, sappiamo, è diventato uno scrittore di successo e vive con la moglie Jessie, capisco di stare leggendo un vero racconto americano. Gli ingredienti del resto ci sono tutti. Eppure, continuo a leggere per capire quando succederà il fatto da cui la storia per ora sembra lontana: la narrazione infatti si ferma sul periodo in cui il giovane ragazzo lavora come tuttofare al servizio di uno scommettitore che ha investito tutto nella corsa dei cavalli. Con lui c’è Tom Means, un altro hobo che sogna a sua volta di fare lo scrittore. Ed è quando Tom pronuncia questo efferato discorso a proposito del cavallo Lumpy Joe, che per la seconda volta Sherwood Anderson mi frega:

«Dio ci aiuti, Herman» diceva, afferrandomi per un braccio, «non ti prende alla gola? Dico, quando uno di quelli buoni, come quel Lumpy Joe di cui mi occupo adesso, si allunga all’inizio del rettilineo e si fa avanti, e tu lo sai che si fa avanti e sai che il suo cuore è sano e che è onesto e sai che non si lascerà battere, non ti ruba l’anima, Herman, non ti ruba l’anima come un diavolo?» (p. 10)

Preso così, se sostituite al cavallo, l’uomo, sembra l’elogio puro e sincero del mito americano. E forse è proprio ciò che Anderson vuole: che il lettore, cioè, si concentri sui cavalli. Non bisogna aspettare molto dopotutto per illudersi che la metamorfosi animale-uomo sembri compiuta: Pop Geers, uno dei migliori fantini in circolazione, si trova a partecipare alla stessa gara a cui si è iscritto anche il padrone dei ragazzi. È ancora una volta Tom a prendere la parola e, ancora una volta, ci aspetteremmo l’elogio del mito americano, la conferma che la metamorfosi sia compiuta e che Pop incarni al meglio il talento di Lumpy Joe… se non fosse che questa volta Anderson spiazza il lettore:

«Disse che l’ambizione della sua vita era di aspettare che Pop Geers morisse per scrivere un libro su di lui, e mostrare in quel libro che c’era stato almeno un americano che non aveva avuto l’ossessione di diventare ricco o proprietario di una grossa fabbrica o di essere comunque un maledetto personaggio importante. «Credo che gli basti starsene lì a sedere, in attesa che gli capi tino i grandi momenti della vita, quando sta portando una bestia veloce sul rettilineo e allora, maledetta l’anima sua, può dare tutto se stesso alla cosa che gli sta davanti» disse Tom, e si commosse tanto che cominciò a piangere […] Suppongo che Tom desiderasse provare, una volta diventato scrittore, quello che immaginava dovesse provare Pop quando il suo cavallo prendeva l’ultima svolta e davanti a lui si stendeva il rettilineo e se voleva che il suo cavallo vincesse bisognava riuscirci proprio in quel momento, subito» (p. 15)

A questo punto mi commuovo quasi anche io. Mi sembra che quanto avevo cercato di raccontare nella rubrica L’isolamento del romantico americano con cui vi ho rotto abbastanza le scatole per parecchio tempo a proposito del rapporto che c’era tra il self-made man americano e il fatto che, proprio in America, nascesse a tutti gli effetti la «professione dello scrittore» agli albori del Novecento, trovi una nuova conferma in queste parole: in qualche modo lo scrittore americano fa suo quel mito, confermandolo e allo stesso tempo ribaltandolo, appropiandosene fino a guardarlo con occhi romantici. Il successo dello scrittore non era il successo dell’impresario, ma era comunque successo.

Senonché, Anderson ci riporta al punto di partenza: Tom lascia il lavoro e viene sostituito da un «negro» esperto di cavalli, Burt. Il protagonista, che a questo punto potremmo forse chiamare Herman, si sente piuttosto solo, sia per la compagnia, sia per la propria timidezza che gli impedisce di spassarsela alla maniera dei suoi compagni. E così una sera decide di darci un taglio: dopo l’ennesima volta in cui tutti sono andati a divertirsi per bar, Herman scende la collina dove era stata montata la pista e si reca solo soletto a bere qualcosina. Qui, siamo già oltre la metà del racconto, guardandosi allo specchio il ragazzo si scopre una donna. Se l’ho detto così è proprio perché così Anderson racconta il fatto: come cioè se non c’entrasse proprio niente con la narrazione principale. E difatti, resta qualcosa che rimane a margine e che non viene ripreso per parecchio tempo. Il lettore viene distratto da una scena: nel bar entra un omone dai capelli rossi con un bambino in braccio e con un’aria alquanto buffa, che parla da solo o con il pargolo e che comincia a essere deriso dagli altri commensali – tutti brutti ceffi, pare.

Non racconterò che cosa succede, perché altrimenti mi troverei a dire proprio tutto tutto. Però è bene notare un particolare: Anderson riprende un vecchio paragone a proposito della calma che emanano le iridi degli animali in un bosco se illuminate dalla luce del fuoco di notte; ecco, l’omone dai capelli rossi ha la stessa calma negli occhi, nonostante sia «toccato». Spostiamoci di nuovo alla pista. Qui Herman subisce un tentativo di stupro da parte di due stallieri «negri» che lo hanno scambiato – non a torto – per una donna. Anche quegli stallieri hanno gli occhi calmi dell’animale nel bosco. Ma attenzione: Anderson ci dà un indizio importante. Il narratore, a un certo punto, esclama che adesso che è uno scrittore adulto ha preso totalmente le distanze da ciò che come ragazzo pensava a proposito di tutta la faccenda e dopo avere denunciato le differenze tra neri e bianchi che continuano ad ammorbare l’America del tempo, conclude: «Capite, adesso sono capace di riflettere su tutto questo con giustizia, mentre siedo qui in casa mia a scrivere e mia moglie Jessie è in cucina a fare una torta o qualcosa di simile, e posso dimostrare come i due negri che salirono nel fienile dove io dormivo fossero in qualche modo giustificabili e posso predicare come un angioletto su quello che tocca ai negri di questo paese. Ma vi dico una cosa: non la pensai così quella notte» (p. 47). E quasi a volere cancellare qualsiasi paragone tra mito americano tradizionale e cavallo conduce Herman in una delle scene più forti del racconto. Mentre scappava dagli stallieri, il ragazzo infatti trova scampo in un mattatoio abbandonato là vicino dove finisce con il muso a terra dopo essere inciampato in qualcosa:

«Era probabilmente lo scheletro di un cavallo, che giaceva là. Nelle città piccole come quella, prendono i cavalli morti, li trascinano in un campo fuori dalla città e li spellano per prendersi il cuoio, che vendono poi per un dollaro o due. Non importa quello che sia stato quel cavallo da giovane, è così che finisce di solito. Forse perfino Pick-it-boy oppure O My Mane una quantità di altri cavalli veloci e bravi, che ho visto e conosciuto in passato, sono finiti in quel modo» (pp.53-54)

Bisogna vederci chiaro. Per tutto il racconto, la metamorfosi di Herman ha un ruolo marginale. Ciò che però non è affatto marginale è il tema stesso della metamorfosi: solo che non riguarda la transizione improvvisa del ragazzo in una donna, ma i cavalli. O meglio, ciò che i cavalli in questa storia sembrano rappresentare: perché tanto l’omone dai capelli rossi, quanto gli stallieri hanno gli stessi occhi dell’animale? Permettetemi l’ultima citazione. L’ho lasciata apposta per questo momento, benché sia in realtà una delle prime scene del racconto. Dopo ogni gara, Herman deve fare camminare in circolo il cavallo che ha partecipato alla corsa in modo che gli si rilassino i muscoli tesi. Leggendola, concentrati come siamo nell’attesa della metamorfosi che il titolo ci ha suggerito fin dall’inizio, non ci rendiamo conto che forse è qui che si trova la chiave di lettura di tutta la faccenda. E, come chiave di lettura, è un colpo di grazia… a che cosa, giudicatelo voi:

«Talvolta, negli ultimi anni, ho pensato che i negri forse capirebbero meglio quello che mi sforzo di dire rispetto a quanto potrà mai fare un bianco. È qualcosa che riguarda gli uomini e gli animali, i rapporti fra di loro, qualcosa che forse non può succedere a un bianco se non quando sta deragliando un poco, come suppongo stesse accadendo a me. Credo che molti, fra coloro che si occupano di cavalli, provino questa sensazione. È una cosa del genere, forse: non è che, per caso, ciò di cui noi bianchi siamo tanto fieri, e a cui diamo tanta importanza, non valga poi così tanto, dopotutto? C’è forse qualcosa in noi che aspira a essere grande e importante e autorevole e non ci vuole lasciar vivere così, come può vivere un cavallo o un cane o un uccello. Supponiamo che Pickit-boy avesse vinto la corsa quel giorno. Gli capitava abbastanza spesso quell’estate. Be’, non era orgoglioso, come sarei stato io al suo posto, e nemmeno meschino da qualche parte nell’animo. Era semplicemente se stesso, e faceva quel che doveva fare così, con semplicità […]» (pp. 23-24)

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