Lo splint: un racconto di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco

«Vada e si ricordi di prendere lo splint. Se dovesse darle fastidio si rivolga al collega» dice lei in tono fermo.

«Ma, io pensavo che tu ed io…»

«Da domani sono in ferie» risponde in modo lapidario, mentre energicamente si insapona e sciacqua le mani».

Paonazzo in viso, distoglie lo sguardo da lei, si gira verso il muro e nell’angolo vede un ragno accanto a una preda imprigionata dai suoi fili viscosi.

Si tira su le mutande dove il lombrichetto moscio e gocciolante nel giro di pochi minuti, si incollerà ai peli pubici per formare un impasto appiccicoso e fastidioso come quello confezionato sapientemente dall’insetto: ogni movimento del bacino, gli ricorderà dell’accaduto, fino a quando non potrà sciacquarsi. In fretta si rassetta maglietta e pantaloni. Prende lo splint ed esce in silenzio, lasciando aperta la porta di quel piccolo bagno adattato a laboratorio.

Linda lo guarda allontanarsi, col culo sodo nei jeans, nota le ampie zone consunte dal sedile della macchina.

Ieri era entrato nel Front Office: uomo giovane con sospetta rizoartrosi al pollice dx.

Lei gli aveva preso i dati, l’anno di nascita rivelava che in realtà era abbastanza stagionato. Lo aveva studiato. Aspetto sbarazzino, sorriso malizioso, naso pronunciato, capelli cortissimi e pizzetto mefistofelico, collo lungo, corpo sodo, mani grandi solcate da turgide vene, dita lunghe e robuste: le sentiva già esplorare i suoi seni, un po’ denutriti vista l’età e l’allattamento. Con piacere aveva annusato l’odore acre, che sovrastava quello dolciastro di deodorante e dopobarba da pochi euro.

Guardandolo negli occhi aveva iniziato a flirtare: domande insinuanti che scivolavano nella vita personale. Sedurre, imbarazzare e umiliare era la cosa che le piaceva di più, lo faceva con uomini e donne.

«Mi faccia vedere la mano» stava bramando per toccare, tastare il terreno».

«Che bel pollice grosso» con la mano chiusa intorno al suo dito scendeva e saliva lentamente come se lo stesse masturbando.

Lui era in imbarazzo, dei piccoli tremiti involontari gli attraversavano il viso, mentre con la mano libera si grattava il corpo.

Linda era tutta rossa in viso, come una bambina ingenua che improvvisamente si rende conto di aver fatto una marachella.

Immersi nel gioco della seduzione non fanno caso alle punture di alcune zanzare tigre pasciute, intente a nutrirsi del loro sangue.

Non l’aveva messo in lista d’attesa. L’appuntamento era per il pomeriggio del giorno dopo.

«Le farò uno splint».

«Che cos’è?»

«Un tutore per il pollice. Dopo avrà meno dolore. Vedrà, le piacerà» disse, ammiccando.

«Lo spero».

«Venga preparato».

Quel pomeriggio si sente euforica. Camice aperto sulla maglia che fascia, sbottonata fino al pizzo del reggiseno pervinca, un colore che esalta quello della sua pelle. Gonna dal taglio sobrio, appena sotto il ginocchio. La faticosa scelta dello slip l’aveva fatta optare per un triangolo di pizzo che metteva in evidenza i glutei e creava l’effetto di una coscia più lunga. È avvolta da un effluvio speziato al sandalo: lo stesso che usa quando lei e il marito si recano in certi locali per scambisti.

Lui arriva con venti minuti d’anticipo. Lei si era lasciata il pomeriggio libero da appuntamenti. Lo fa sedere nel laboratorio. La luce bianchiccia diffusa dalle plafoniere rende l’ambiente ancora più fatiscente; evidenzia la polvere sulle scatole di cartone che contengono materiale, stanno addossate alle piastrelle azzurrine opache di vecchiaia che tappezzano il muro.

Con un tono ammiccante mentre prende la mano malata fra le sue:

«Ma di notte, nel taxi, cosa fa? Non si sente mai solo?»

Inizia a massaggiargli il dito con intenzione, non certo terapeutica, mentre lo scruta. Lui deglutisce la saliva parecchie volte. Sente un certo imbarazzo nel trovarsi in primo piano il seno di lei.

Il luogo angusto le dà modo di strusciarsi, in apparenza casualmente, mentre prende le misure, taglia, conforma e smussa lo splint per il pollice.

«Ma le sono capitati clienti strani? Magari qualcuno che c’ha provato?»

«Sì, certo. Basta non cedere e far capire che sei a lavorare».

«Dai, mi vuoi dare a bere che uno come te non ha mai ceduto a proposte, specie se sono piacevoli?» Passa al tu e lo guarda sorniona, mentre pensa: Quanto fai il santarellino. Voglio vedere quanti minuti ci impiego.

«Qualche volta è capitato, ma spesso l’offerta non vale la fatica» Ma ci prova o prende per il culo?

Vorrebbe sistemarsi nelle mutande: l’erezione è aggrovigliata ai peli del pube che tirano, non senza un certo fastidio doloroso. Certo che la maggior parte delle quarantenni ha fame di sesso, hanno quelle belle passere, morbide e accoglienti. Chissà come sarà la sua. Mi piace. Chissà se riesco a conoscerla meglio una sera di queste.

Adesso un ginocchio di lui si trova tra i suoi, bollenti. Ad ogni movimento sussulta.

Lei lo guarda e gioca a fare l’ingenua. Sente il caldo dell’eccitazione salire a intervalli verso il viso che si accende e le conferisce l’aria da bambina timida nelle grinfie di un esperto.

«Adesso si prova».

Lui le porge la mano massaggiata, unta e sudaticcia.

«Non sul pollice!» a pochi centimetri dalla bocca gli sussurra «Te lo voglio provare sull’uccello».

Chiude la porta. Quando sarò sfatta ma ancora a lavorare qui dentro, almeno ci saranno questi ricordi a tenermi viva. Spostano lo sgabello in quello che fu un piatto doccia: l’unico spazio di quel bugigattolo dove ci si può muovere senza urtare nulla. Dalla finestra opaca filtra la luce calda dei pomeriggi di giugno. Dal buco tappato del vecchio scarico s’inerpica un sottile fetore di fogna, e il ragno nell’angolo con ritmicamente sta coprendo con il suo filo un insetto caduto nella tela. Particolari che nessuno dei due nota.

Cerca di stringerla per qualche effusione. Lei si divincola.

«No! Prima la prova».

Lui si slaccia la cintura, sbottona i pantaloni, mostra l’uccello non in piena forma.

«A giudicare dal naso pensavo di trovare più roba» dice con un po’ di delusione.

Fingendo di provare lo splint, comincia a toccare quel pezzo di carne caldo, peloso, sudaticcio, che puzza di piscio e sapone intimo da discount. Le piace sentire quella giovane vitalità che risponde alle sue attenzioni.

Lui le sbottona la camicetta e il reggiseno. Accarezza i seni, li trova appetitosi. Bacia e mordicchia i capezzoli, mentre le mani li accarezzano con vigore.

Le piace sentirsi toccare da quei palmi ruvidi, mentre con le dita continua a giocare con il pene oramai quasi del tutto in tiro. Getta lo splint sul tavolo e con la mano inoperosa s’introduce sotto la maglietta per sentire la pelle tesa e muscolosa.

La tira a sé e la bacia; gli piace quell’odore che ha addosso. Lei invece è disturbata dal sapore di kebab e cipolla che proviene dal suo alito: Cazzo, ma una gomma al mentolo prima di arrivare la potevi anche masticare!

Stacca la bocca e guarda il birillo teso e pulsante, vorrebbe sentirne il sapore ma l’aroma che emana la fa desistere. Le piace sentirlo tra le mani: sente che sta possedendo quel tassista che la guarda e mugola mentre cerca di spingerle la testa affinché glielo prenda in bocca, ma resiste fermamente: dovevi venire profumato decentemente, tamarro. Per chi mi hai preso?

«Sei arrivato preparato con i preservativi?»

«Certo, lo prendo?»

«Aspetta non è ancora il momento, voglio ancora trastullarmi con questo cosino che hai tra le gambe».

«Te lo aspettavi più grosso, ma non mi pare ti dispiaccia» dice compiaciuto con voce roca.

«Comunque, l’importante è che funzioni. Hai proprio un bell’obelisco» dice, mentre pensa: Ora vediamo di darti il colpo di grazia.

Improvvisamente le mani di Linda si ritrovano impregnate dallo spruzzo caldo e lattescente.

«Finito? Duri un po’ pochino, mi pare» mentre sente che le proteine contenute nel liquido appiccicoso sulla mano cominciano a rapprendersi. Eccoti servito.

«Scusa, magari ci rifacciamo la prossima volta» dice con timoroso.

«Paganini non replica!»

Linda, ora sulla mano ha una patina fastidiosa che emana odore di cipolle e cumino. Tra dieci minuti ha finito il turno di lavoro. Sta arrivando la squadra delle pulizie. Prima di uscire sente il bisogno di rinfrescarsi la vagina. Eliminare ogni traccia. Tenere i ricordi.

Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco

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