Leif Blackwood: il mondo parallelo di Michele Petrillo

Michele Petrillo nasce a Mantova nel 1997 e vive in una cittadina del basso Lazio. Dopo un diploma artistico e un percorso accademico interrotto prima della fine, Petrillo ha già per le mani uno stile maturo. Quando gli è stato chiesto chi fosse, dopo nome e cognome, le sue parole sono state “sono dislessico, depresso e omosessuale. […] per anni ho dubitato persino di essere umano a tutti gli effetti”. Dice di voler trovare un focus per sé e per la sua arte, che, nella forma, pare non avere niente di nitido.

Giovanissimo, Michele Petrillo lavora su superfici irregolari, spazi occupati dai suoi protagonisti.

Le deformazioni delle sue opere sono le deformazioni del suo pensiero e del suo sguardo, influenzati dalla sua esperienza di vita, nelle sue sfumature positive e negative.

Parlare nello specifico dell’opera di Petrillo rischierebbe, in ultima istanza, di semplificare quello che è il prodotto di un processo interno, profondamente intimo, concretizzata veramente solo nelle opere stesse.

Sara Giudice

 

  • Leif Blackwood # 1

 

Ciò che provo a illustrare è un colloquio costante tra me e i miei pensieri. Sono stati d’animo e riflessioni che prendono forma tramite la linea. Sono quegli scarabocchi che una persona qualunque disegna distrattamente su un pezzo di carta quando si annoia; io ho soltanto provveduto a dargli un paio di occhi, se hanno bisogno di vedere, una bocca, se hanno voglia di raccontare, oppure delle radici, per quando si sentono strappati via dal vento e hanno bisogno di stabilità. Di un posto in cui si sentono protetti, magari che possono chiamare casa.

Gli alberi e le loro forme sono elementi che persistono in tutto ciò che faccio. Leggo sempre in loro, tramite il contorcersi dei rami, un animo inquieto. Come quando ci si ritrova a cercare qualcosa di fondamentale in una stanza completamente buia.

È da tempo ormai che convivo con la depressione e questo, inevitabilmente, ha influenzato ciò che disegno. Le persone continuamente mi fanno notare che ogni foglio che tocco viene contaminato da un’area di afflizione. Difficile da parte mia spiegare che ogni sguardo, ogni ramo o spazio nero, sono le frasi che non dico: “ho paura”, “non so che fare”, “ho freddo”, “sono solo”.

Per me è anche una sorta di auto-terapia, un mettere in chiaro certe emozioni che, se non vengono liberate dall’inchiostro, continuerebbero a volare vorticosamente dentro la mia testa, creando intorno a me una barriera di vetro nella quale non riesco a vivere il presente. Il vetro è spesso e non riesco a capire le voci che provengono da fuori.

Michele Petrillo

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