La telefonata di Yawp: sulle tracce di Leopoldo María Panero

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Leopoldo María Panero (Madrid, 1948 – Las Palmas de Canaria, 2014) è autore dell’opera più radicale della poesia spagnola contemporanea. Ha pubblicato più di cinquanta libri, tra poesia, saggistica e narrativa. A cominciare dall’età di vent’anni, la sua vita è stata un susseguirsi di violente esperienze, dai tentati suicidi alla dipendenza dall’alcool e dalle droghe, con ripeturi ricoveri in istituti psichiatrici per schizofrenia e paranoia. Tra le sue opere più importanti: Asi se fundò Carnaby Street (Llibres de Sinera, Barcelona 1970), Narciso en el acorde último de las flautas (Visor, Madrid 1979), Heroína y otros poemas (Libertarias, Madrid 1992), Piedra negra o del temblar (Libertarias, Madrid 1994), Teoría del miedo (Igitur, Tarragona 2000), Golem (Igitur, 2008). In italiano sono stati tradotti, sempre da Ianus Pravo, Narciso nell’accordo estremo dei flauti (Azimut, Roma 2005), Dal manicomio di Mondragón (Azimut, Roma 2007), Peter Pan non è che un nome. Poesie 1970-2008 (Il Ponte del Sale, Rovigo 2011, in collaborazione con Sebastiano Gatto). Nel 2011 è uscito il libro di Ianus Pravo e Leopoldo María Panero (testi originali in italiano) Senz’arma che dia carne all’imperium (Società Editrice Fiorentina). Quando Il cervo applaudito è apparso in Italia per le edizioni EDB a cura di Alberto Pellegatta e con disegni di Massimo Dagnino (2012) era inedito anche in Spanga. Tra le ultime opere di Panero, il poema viene scritto sotto dettatura e poi tradotta dall’amico Ianus Pravo, mentre il primo si trova nell’ospedale psichiatrico di Las Palmas di Gran Canaria. Così il nostro Antonio Merola l’ha raggiunto per farci raccontare che cosa significava avere a che fare con la poesia di uno dei più grandi poeti spagnoli contemporanei.

*

«Nessuno domani ricorderà che esisto
che muovo la mia mano sopra la carta»

Leopoldo Maria Panero, Il cervo applaudito

YAWP: “Ciao, Ianus. E grazie per avere accettato di raccontarci una parte importante di questa storia. La prima domanda che voglio farti è: come vi siete conosciuti tu e Panero?”

IANUS PRAVO: “Dovevo tradurre Narciso en el acorde último de las flautas. Prima incontrai, all’Università di Saragozza, Túa Blesa, il massimo studioso di Panero. Mi consiglió di portargli una stecca di Camel e non, come era mia intenzione, una bottiglia di vino. I farmaci che gli erano prescritti non gli permettevano di assumere alcoolici. (Poi lui cercava di fregare i medici facendosi regalare cioccolatini al liquore). Mi presentai all’ospedale psichiatrico di Las Palmas alle nove di mattina, lo andarono a chiamare, quando mi vide mi disse “Andiamo via, in città, qui è pieno di pazzi”. Stemmo insieme, vagando di bar in bar (beveva in continuazione coca cola e fumava le sigarette che gli avevo portato) fino alle otto di sera, quando dovette tornare al sanatorio. Nel pomeriggio, al Bar Charlestone di Las Palmas, fece una breve lettura di suoi testi. Nello scenario, si sedette sullo sgabello davanti al microfono, ma con le spalle rivolte al pubblico, e cominciò a bofonchiare: «Nulla di meglio che non essere udito. Nulla di meglio, in questa esibizione, che non essere visto. Che questa persona che rinnega se stessa, che questo testo che per celebrarne la morte istituisco, che tutto questo ti impicchi a un luogo che non esiste».

YAWP: “Spesso c’è, nei confronti delle patologie psichiche, una dose eccessiva di romanticismo. Panero ha trascorso una lunga parte della sua esistenza tra gli istituti psichiatrici e al tempo della scrittura del libro di cui parleremo tra poco, viveva nell’Istituto di Las Palmas di Gran Canaria, in cui si era fatto ricoverare volontariamente. Se volessimo trovare una soluzione sciocca, potremmo chiederci: è la scrittura poetica che ha portato Panero alla malattia mentale o è la malattia mentale che dona a Panero una tale capacità visionaria? Credo però che la questione sia più complicata di così. Da che cosa era afflitto Panero, per ciò che ne hai capito tu?”

IANUS PRAVO: “Quello che io credo è che Panero non fosse veramente folle, ma follemente vero. Per ciò che mi disse il direttore dell’Istituto Psichiatrico, il Dr. Segundo Manchón, non esiste alcuna diagnosi che definisca Panero come schizofrenico, o paranoico. Ciò che è successo, secondo me, è che Leopoldo, attraverso un’ordalia fatta di droghe, sessualità estrema e dedizione assoluta all’atto poetico, ha voluto consegnarsi alla fragilità e alla crudeltà dell’aion, il tempo stoico della creazione, rifiutando il chronos, il tempo sociale, l’istante concatenato all’istante successivo. Con lui ho scritto un libro dal titolo Senz’arma che dia carne all’imperium, edito in Italia dalla SEF e in Spagna da El Ángel Caído. Leopoldo ha rinunciato a ogni arma che potesse difenderlo dal potere sociale. Se ne avesse imbracciato una, avrebbe dato corpo a questa stessa autorità, vi sarebbe entrato in dialettica. Da qualche parte ho affermato che la poesia inizia dove finisce il filosofo e comincia il cretino. Egli ha scelto l’imbecillità, nel suo etimo: in baculum, senza bastone per appoggiarsi o difendersi. Ha scelto di morire alla società e vivere nella creazione. Diceva: «Non m’interessa il mondo del sorriso, m’interessa il mondo della parola».

YAWP: “Possiamo considerare Il cervo applaudito di Panero come opera ultima, una specie di testamento umano e poetico? E perché avete scelto di farlo uscire in Italia, prima ancora che in Spagna?”

IANUS PRAVO: “Il cervo applaudito mi è stato dettato espressamente per essere pubblicato in Italia dalla EDB. In seguito, El Ángel Caído ha manifestato il suo interesse per pubblicarlo in Spagna. Rispetto all’opera ultima, all’accordo estremo dei flauti, devo segnalare che successivamente alla pubblicazione del Cervo, l’editore Huerga y Fierro ha pubblicato Rosa enferma, pubblicizzandola come la sua ultima opera. In realtà la teneva nel cassetto da almeno cinque anni, aspettando trepidante la morte del poeta per pubblicarla”.

YAWP: “Quando introduci Il cervo applaudito, racconti: «In questi ultimi anni, dopo che un pazzo, nel manicomio di Las Palmas, gli distrusse la macchina da scrivere, Panero solo detta i suoi testi ai suoi pochi amici». Che cosa è successo con quella macchina da scrivere?”

IANUS PRAVO: “Lui mi raccontò che un pazzo nell’ospedale gliel’aveva distrutta a colpi di pugno. Altro non so”.

YAWP: “Tra quegli amici, a cui Panero dettava i propri versi, c’eri anche tu. Ma come avveniva la dettatura tra un poeta e un altro poeta? C’era totale passività da parte tua… o intervento, assieme a Panero, sui suoi testi? Lui aveva scritto, in un intervento a Nostra signora d’Auschwitz: «Ianus Pravo e Leopoldo María Panero: siamo rispettivamente Collodi e Pinocchio, e io, Pinocchio, sono il tuo assassino, Ianus, Collodi, come la parola è assassina della cosa»”

IANUS PRAVO: “Ci sedevamo a un tavolo della terrazza di un bar, gli ordinavo una coca cola, accendeva una sigaretta e iniziava a dettare. Io mi limitavo ad essere l’amanuense. A lui piaceva dettare le poesie, così amazzava il tempo. Diceva che eravamo io Collodi e lui Pinocchio: cioè lui era la parola, lui era l’opera, lui non era che il linguaggio. Io ero la vita, la cura materiale dello trascrivere, il sangue che la parola uccide, perché al sangue inadeguata”.

YAWP: “Sai, io mi sono fatto subito una domanda, a proposito di questa storia: è possibile che nessuno, in quegli anni, gli abbia ricomprato una macchina da scrivere? E la risposta che mi sono dato è stata questa: magari Panero aveva scoperto un dialogo ulteriore, oltre quello tra il poeta e il lettore, a opera compiuta. Magari Panero aveva cominciato a credere, da quel momento in poi, nel dialogo anche durante la fase della creazione poetica?”

IANUS PRAVO: “Panero negli ultimi anni era un uomo provato, gli riusciva di dettare i suoi testi, non di batterli a macchina o scriverli a penna. È vero che dettare a una persona era un modo per avere compagnia, e per farsi pagare sigarette e coca cole (mi chiamava Gesù Cristo quando gli pagavo le sigarette, e Anticristo quando gli pagavo il taxi per far ritorno al Sanatorio). Ma tutto questo non era dialogo. Nella prefazione a Senz’arma che dia carne all’imperium, il libro a cui ho accennato sopra e che consiste in poesie sue e mie che si alternano e, in qualche modo, prendono spunto le une dalle altre, Andrea Ponso aveva inteso molto bene l’impossibilità di un qualsiasi dialogo. La prefazione la intitolò Dandoci la mano: la mano mozzata: ci tendevamo mani di Muzio, alzate troppo tardi dalle fiamme del braciere. Nell’introduzione al libro, intitolata Del due e del cancro, Panero afferma che l’altro non esiste, non è che è il desiderio dell’altro: «La poesia di Ianus Pravo, di questa testa che spacca la mia testa, spaccata sulla mia testa, di questa testa che mi fa due, è soltanto la vergogna di esistere senza il prossimo, essendo solo due». E nella mia postfazione al libro, dal titolo Un corpo a due teste dalla fine del mondo, io descrivo la realtà di questo dialogo impossibile: «Ed io di fronte a lui… pro istituito allo sguardo fuorviato nelle spirali del fumo, io come lui, nulla a che vedere col desiderio della parola, tutto a che fare con la sua nostalgia. Votum in amante novum: vellem, quod amamus abesset. Un euclidismo delle linee degli sguardi, la negazione dell’euclidismo nel punto improprio di unione nell’infinito della pagina. Ma la pagina non esiste, è pietà fatta a pezzi dal nulla, tantissimi pezzi che offendono il nulla prima d’esserlo, il nulla. Tantissimi pezzi di pietà come baci di pietà, quae nec pernumerare curiosi possint»”.

YAWP: “Con Alberto Pellegatta, hai scelto di tradurre la parola spagnola poema con poema anche in italiano, anziché con il corrispettivo poesia. E Il cervo applaudito ha davvero la forma del poema, a leggerlo così com’è”.

IANUS PRAVO: “Quanto alla scelta di usare il termine poema invece di poesia, è una questione essenzialmente di suono: il suono labiale è più delicato e corporeo. Il carattere poi sostanzialmente ininterrotto e ossessivo della produzione paneriana sostiene questa scelta”.

YAWP: “Invece il titolo che avete scelto non è autoriale, ma rimanda a due versi del poema. Sempre nella pref. a Nostra signora d’Auschwitz, Panero ha scritto: «Il grido per cui il cervo è giudicato, come dice Ianus Pravo». A questo punto uso il plurale: che cosa significava «il cervo», per voi?

IANUS PRAVO: “Solo il titolo non è stato deciso dall’autore. Per me il cervo è animalità, carnalità, bellezza. Simbolicamente, sia nell’antichità che nel medioevo occidentale il cervo significa luce, elevazione, intermediario o messaggero tra gli dei e gli uomini. Proprio per questa sua valenza, in Panero assume un aspetto inquietante, di sfondamento dei livelli separati di realtà. Comunque, né in me né in Panero questa immagine, come altre, vuole dire, semplicemente dice: dice l’ascolto dell’udente.

YAWP: “Secondo me, ci sono alcuni accorgimenti tecnici che dimostrano come il poema non sia affatto il guazzabuglio di un pazzo. Prendiamo l’uso che Panero fa della citazione. Il cervo applaudito è quasi un poema corale, nel senso che è ricco di citazioni e rimandi espliciti e non ad altri autori. Panero segue tre fasi:

  1. nella prima, cita in lingua spagnola il passo di un altro autore e specifica che si tratta di un altro autore [per es. «ah los peces shakespearianos que aúllan en mi conciencia/ (cito a un poema de Yeats»];

  2. nella seconda, cita in lingua originale il passo di un altro autore, ma continua a specificare la fonte [per es. «by no meansan orderly Dantescan rising/ Pund lo dijo»];

  3. nella terza, cita in lingua originale, senza specificare affatto da chi abbia recuperato la citazione [per es. «Sally can’t dance no more», che viene addirittura da Lou Reed];

A queste, potremmo immaginare anche una quarta fase, che coincide con la scrittura del poema stesso, con l’assimilazione cioè dell’uomo Panero e del poeta Panero di tutto ciò che ha incontrato, letto o conosciuto. A me, immaginare una tale precisione, peraltro sotto dettatura orale, lascia sbalordito. Panero aveva un cervello capace di gestire tutta la struttura del suo poema, accorgimenti tecnici compresi, nella propria testa. Assurdo.

IANUS PRAVO: “Innanzitutto, ricordiamo con parole di Panero la sua visione della scrittura: «Noi scrittori ultimi o postumi, non siamo altro che correttori di bozze» e ancora: «L’atto previo alla scrittura è la lettura». Con parole di Thomas De Quincey: «Cos’è il cervello umano, se non un palinsesto naturale e poderoso? Il mio cervello è un palinsesto: il tuo cervello, o lettore, è un palinsesto. Sul tuo cervello sono caduti, con la dolcezza della luce, strati di idee, immagini, sentimenti. Ogni generazione sembra seppellire tutte le precedenti, sebbene in realtà nessuna si sia estinta». Sulla stessa onda anche queste considerazioni, sulla pittura, di Francis Bacon: «Il pittore ha molte cose nella testa, attorno a sè o nell’atelier. E tutto ciò che egli ha nella testa, o attorno a sè, è già nella tela, più o meno virtualmente, più o meno attualmente, prima che il pittore cominci il suo lavoro… Sichhé il pittore non deve riempire una superficie bianca, semmai dovrebbe svuotare, sgomberare, ripulire». Coscienza di ciò che già è stato scritto. Questo significano le continue citazioni di Panero, non civetteria culturalistica, ma parte integrante della sua creazione. Cancellare, raschiare il palinsesto. Modificare il già scritto, il già pensato, disprezzando, per ingenua o ipocrita, ogni speranza in un atto originale. Essendo l’origine un atto ultimo. Negli ultimi anni, dettando a me e ad altri i suoi testi, Panero lavorava sul palinsesto di se stesso, modificando e contraddicendo i suoi stessi antichi versi. Scrivevo, nella postfazione di Senz’arma: «Panero non mi guarda mentre detta, o dopo aver letto i miei versi. Di-verte da me lo sguardo. Si diverte nel fuori scena, nel mio osceno. Riverso in un immenso remake di versi, citazioni e autocitazioni in una nausea estatica zarathustriana sull’Eterno Ritorno dell’Identico». Dettandomi i suoi ultimi versi, Panero stava costruendo un’immensa figura retorica della logofagia, che Túa Blesa definisce come apside. Apside è un termine astrologico che designa ciascuno dei due estremi dell’asse maggiore dell’obita tracciata da un astro. Nella poesia di Panero l’apside è una unità testuale disseminata in due o più testi che presentano modificazioni, e tra i quali non si può individuare l’originale, essendo tutti dello stesso rango. Panero mi dettava tratti di antichi suoi testi, li corrompeva, li cancellava sovrapponendovi nuove immagini, e tutto risultava una “figura del tremore”, una vibrazione della memoria sul bordo dell’oblio. Un balbettío che è la sola lingua possibile di un Cristo a venire, come scriveva Paul Celan.

YAWP: “Altri accorgimenti, che ritornano in forma di ossessioni: termini come «il silenzio» o le numerose immagini in cui qualcuno o qualcosa si muove e prende vita sopra la pagina bianca. Perché cerca di fare convergere tutte le immagini del poema lì, verso queste due immagini principali?”

IANUS PRAVO: “La poesia di Panero è essenzialmente logofagica, è, a dispetto delle immagini violente e abbaglianti, una poesia del silenzio. Muove da una passione e rispetto profondo per la scrittura e il sentimento della sua insufficienza, la coscienza che il linguaggio è il carcere, e che, per dirla con Roland Barthes, il fascismo non consiste nell’impedire di dire, bensí nell’obbligare a dire. Per cui, una delle citazioni dantesche preferite da Panero era tacere è bello. Nel perimetro della pagina bianca Panero vive, va come colui ch’è fuor di vita, succhiando sangue umano, come scrive in Senz’arma: «… la pagina / che è l’unico Signore della mia anima / l’unico tetro Signore del mio sguardo / che pare a chi lo sguarda ch’omo sia…». Eppure, conclude: «ma la pagina non è un uomo»”.

YAWP: “Possiamo ammettere che Panero sia stato scoperto da Josep Maria Castellet, con l’antologia Nueve novísimos poetas españoles (Nove poeti spagnoli molto nuoviBarcellona, 1970)? Che cosa ha significato quella raccolta, per la poesia spagnola? E che cosa aveva, almeno secondo te, la poesia di Panero di «nuovissimo»?”

IANUS PRAVO: “La raccolta di Castellet fu importante perché si poneva l’obiettivo di valorizzare autori che mettevano in discussione il linguaggio, che, in diverse forme e con esiti differenti, si proponevano di disgregarlo e ricostruirlo, fuggendo dal realismo della poesia spagnola dei due decenni successivi alla guerra civile. Hem de fer foc nou,affermava in catalano Castellet, dobbiamo fare fuoco nuovo. Tra i nove novissimi c’era un Panero di cui era difficile indovinare l’evoluzione. Crescendo poeticamente ha dato ragione a questa definizione, per le ragioni che ho trattato qui sopra: coscienza del linguaggio come sangue e cenere, ricerca del silenzio, scavo del palinsesto per reiniziare un inizio già iniziato, disprezzo della comunicazione e devozione religiosa per lo stupor-stupro, e nessun risparmio di risorse per raggiungere la condizione di in baculum, la condizione di senz’arma che dia carne all’imperium.

YAWP: “A un certo punto del poema, Panero scrive: «Nessuno domani ricorderà che esisto/ che muovo la mia mano sopra la carta». Credi che sia davvero così, da quando Panero è scomparso?”

IANUS PRAVO: “Per me Leopoldo María Panero è il più grande poeta spagnolo degli ultimi sette-otto decenni. Uno dei più grandi d’Europa. Non ha di certo l’attenzione che merita. Spero l’avrà in futuro. Tuttavia, rifletterei sulla frase che di lui ho riportato all’inizio di questa intervista: «Nulla di meglio che non essere udito. Nulla di meglio, in questa esibizione, che non essere visto».


***

Poesie estratte da Leopoldo María Panero, Il cervo applaudito (EDB Edizioni, 2012):

Nessuno domani ricorderà che esisto
che muovo la mia mano sopra la carta
come un serpente per orrore degli uomini
per bruciare la lingua agli uomini
che si muovono lentamente sulla carta
dove giace il fantasma del mio pensiero

*

Il poema è un lago
dove finisce il cervo
applaudito soltanto dalla pagina
dalla pagina in silenzio dove muore il cervo
il cervo atroce della pagina
dove non ci sono io né c’è l’uomo 

***

Ringraziamo Ianus Pravo per questa intervista. 

Ianus Pravo è nato nel Veneto, ma vive a Barcellona, in Spagna, dalla fine degli anni ottanta. Ha vissuto anche in Argentina, Sudafrica e Israele. Ha pubblicato i libri di poesia: Mudrà (AM Edizioni Marotta, 2004), Nostra Signora d’Auschwitz (Azimut, 2007) e insieme a Leopoldo María Panero, Senz’arma che dia carne all’imperium (Società Editrice Fiorentina, 2011), tradotto in Spagna per l’editore El Ángel Caído, 2015), Banned (Cochonnerie Labile Collettivo, 2014). Ha pubblicato i romanzi: Moleskine dell’errore (NOon edizioni, 20149 e, con Claudia Libra, Carteggio d’inverno (Noon edizioni, 2016). Ha partecipato, come soggettista e attore, al film Banned (2013), di Irada Pallanca, e ai film, della stessa regista, Estantigua (2014) e L’ira della rosa (2016). Ha tradotto dallo spagnolo Narciso nell’accordo estremo dei flauti (Azimut 2005) Dal manicomio di Mondragón (Azimut 2007), e Il cervo applaudito (EDB Edizioni, 2012) di Leopoldo María Panero. Sempre di L. M. Panero, ha curato e tradotto, insieme a Sebastiano Gatto, Peter Pan non è che un nome, poesie scelte 1970-2009 (Il Ponte del Sale, 2011). Ha curato la traduzione in castigliano dei Canti Orfici di Dino Campana (Ediciones Caracol Nocturno, 1999).

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