La telefonata di Yawp: lamentazioni di un editore povero con Antonio Lillo

Antonio Lillo (1977) vive e lavora a Locorotondo, in Puglia, dove dal 2013 è direttore editoriale di Pietre Vive, casa editrice specializzata in poesia e arte. Ad oggi ha pubblicato, alternando poesie e racconti: L’innocenza del male (LietoColle, 2008); Viva Catullo (Favia, 2011); Dal Confino (Pietre Vive, 2013); Rivelazione (Pietre Vive, 2014); Bestiario Fiorito (Pietre Vive, 2016); Inventario dei sogni (Pietre Vive, 2017); La nostra voce non si spezza (Stilo, 2018). È inoltre autore, per il teatro, dell’atto unico Fiat Umbra (2010) per la regia di Carlo Formigoni; del monologo Grasso (2011) per la regia di Elisa Gestri; e dello spettacolo per bambini L’albero di Iqbal (2014) scritto con e per la regia di Francesca Montanaro. Recentemente ha pubblicato, sempre per Pietre Vive: Limonio, una raccolta di poesie che però è anche una ironica lamentazione del proprio mestiere: l’editore. E, leggendo i numerosi sketch in prosa che accompagnano il testo, verrebbe da aggiungere: un lavoro terribile. Il nostro Antonio Merola ha cercato allora di fare il possibile. Ma sembra che Lillo sia ormai inconsolabile.

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YAWP: “Ciao Antonio, benvenuto su Yawp Poesia! Buttiamoci a capofitto nel libro. Alessandro Canzian (Samuele Editore) ha recentemente dichiarato su Poesia del nostro tempo che: «A una vecchia edizione di Pordenonelegge coi colleghi si ipotizzava di fare un libro con le storie degli editori, anche se in effetti verrebbe fuori un’opera particolarmente drammatica anche se divertente». Le cose potrebbero essere due: o quell’amico eri tu e hai deciso di fare da solo, oppure li hai entrambi battuti sul tempo”.

ANTONIO LILLO: “Non vado mai a Pordenonelegge. Anche perché non mi invitano.” “…Poi Alessandro Canzian è un grande amico, ma sono onesto, il primo ad avere avuto l’idea di raccontare certe storie, prima di me o di Alessandro, credo sia stato Giovanni Turi con Vita da Editor, un blog in cui racconta, con aplomb molto inglese, le sue vicissitudini come editor”.

YAWP: “Ma quando un editore di poesia sceglie di entrare in campo anche come poeta significa che siamo proprio messi male? Come a dire: siccome non mi arriva ciò che vorrei leggere e pubblicare, allora me lo scrivo da solo!”

ANTONIO LILLO: “In verità scrivevo già molto prima di fare l’editore, né avevo alcuna voglia di mettermi nei guai fino a questo punto. È stato un amico a chiedermi di aprire con lui la casa editrice. Io sapevo che sarebbe stata una gran rottura di scatole. Il mio amico allora mi ha quasi menato per costringermi, così è finita che ho accettato. Dopo l’apertura l’amico è scomparso e io mi sono tenuto le rotture”.

YAWP: “«Secondo il mio amico Toni un mio racconto chiamato Lettera a un editor più che a un altro è stato scritto da me stesso a me stesso, perché sono un personaggio bipolare: in realtà l’autore che c’è in me vuole e cerca ripetutamente di uccidere e soverchiare l’editore, che resiste e per vendetta lo schernisce nei mille ritratti di sfigati che ronzano intorno alla casa editrice. Interessante teoria, su cui sto ancora rimuginando» (da L’autore e il suo doppio in Taccuino dell’editore). Per cui, in base a ciò che mi hai detto finora, Toni non riceverà una risposta nemmeno oggi?”

ANTONIO LILLO: “A questa rispondo con un apologo di Bertolt Brecht a cui però sostituisco i nomi:

«Un giorno un signore che non conosceva di persona Antonio Lillo ma ne aveva sentito parlare, lo incontrò per strada e gli disse: — Ho sentito parlare di lei, ma non sono riuscito a capire chi lei sia veramente. Chi è lei Antonio?

Antonio lo guardò per alcuni istanti in silenzio e poi rispose: — Se vuole sapere chi io sia, rivolga questa domanda a Toni!»”

YAWP: “Pubblicare i tuoi libri con il tuo marchio è una scelta di comodo oppure una dimostrazione di fiducia?”

ANTONIO LILLO: “Assolutamente di comodo”.

YAWP: “A dispetto del modo ironico in cui delinei la scena poetica contemporanea, dopotutto mi piace considerarti un ottimista. Nel n. 93 della rivista «Atelier» dal titolo Salviamo la grande poesia Giuliano Ladolfi scriveva nell’editoriale di apertura che: «Condivido il parere di Alfonso Berardinelli secondo cui «i veri narratori e i veri poeti in ogni generazione non sono più di un paio di dozzine e i libri degni di essere letti ancora meno». Per Pietre Vive curi iCentoLillo dove, cito testualmente, l’obiettivo è quello di «pubblicare almeno 100 nuovi poeti nel panorama italiano». I conti non tornano”.

ANTONIO LILLO: “Lo hai detto prima tu, sono un ottimista. O perlomeno lo ero mentre scrivevo il testo di presentazione di Pietre Vive, anno 2013. Appena ho cinque minuti lo rivedo con la calcolatrice di Berardinelli alla mano”.

YAWP: “Però dal sito leggo anche: «Vi si pubblica solo su invito». Tu racconti tutte le straordinarie idiozie che fanno i poeti nel proporti i loro testi e che tu racconti nel tuo libro. Ma ti dimentichi di quella principale: perché si ostinano a mandarteli, se la dichiarazione di partenza è questa?”

ANTONIO LILLO: “Perché la maggior parte dei poeti è così abituata a leggere ciò che si nasconde nello spazio vuoto fra le righe che spesso si dimentica l’evidenza del nero su bianco”.

YAWP: “Credi ci sia un problema di professionalità nelle nuovi generazioni? Non parlo ora di qualità della scrittura: ma della maniera in cui si avvicinano al mondo editoriale. Lo conoscono, loro che vogliono fare gli autori di versi?”

ANTONIO LILLO: “Per quel che ne penso io, la professionalità, quando si parla di poesia, è spesso considerata come l’amore di Troisi: un vuoto a perdere. Perché parliamo di un ambito letterario talmente minuscolo e insignificante da non poterti cambiare la vita, e dove imporsi una qualsiasi forma di disciplina è sempre una rottura in più che non porterà a grossi risultati. Per questo te la scansi, e ognuno fa quel che gli pare con molta autoindulgenza, ma spesso senza amore.” “… A parte la facezia, chiunque si avvicina al mondo editoriale per la prima volta non lo conosce e si crea delle aspettative che poi dovranno necessariamente venire a patti con i limiti di un sistema che è più grande di noi, editori e autori, e ci schiaccia tutti allo stesso modo.” “… I più giovani, è vero, hanno più fame di emergere, sono ambiziosi, furbi, a tratti arroganti e spesso tollerano con molta fatica sia i tempi editoriali sia il lavoro di editing e le eventuali critiche. Da ex giovane, però, mi sembra una cosa abbastanza naturale. Qualche volta, scalpitando, possono diventare antipatici e/o stronzi. In questo caso servono spalle larghe e mani larghe e pesanti. Io per fortuna sono allenato (vedi risposta alla domanda due) e peso 90 chili”.

YAWP: “Certo, però, se l’obiettivo è anche fare testi che non mirino ad alcuno «scopo di lucro», non capisco perché lamentarsi…”

ANTONIO LILLO: “Quando dici “lamentarsi” ti riferisci di certo alla poesia che dà il titolo al capitolo, Lamentazioni di un editore povero. Ti rivelo una cosa: il titolo riprende soprattutto quello di un libricino di traduzioni, ormai introvabile, Lamento di una guardia di frontiera di Tonino Guerra, la cui poesia omonima è la traduzione di una celebre poesia di Ezra Pound.” “… Nella poesia di Pound si parla di un soldato di stanza in una zona di frontiera sotto assedio. La guardia vede apprestarsi i barbari che presto distruggeranno ogni cosa ma, mosso dal suo senso del dovere, non fugge, sta lì in attesa della propria inevitabile fine, descrivendo il suo mondo che scompare nella violenza, nella brutalità e nel sangue. Quella è la vera lamentazione, dedicare tutta la propria vita, il proprio talento e il proprio impegno, anche a costo di grandi sacrifici, a una causa che sai già destinata alla fine e al fallimento, e per cui non ti ringrazierà nessuno perché a nessuno importa niente, presi come sono dalle proprie miserie.” “… La fonte è quella e puoi trarne le tue conclusioni, poi certo io non riesco a essere così intensamente tragico. Anzi, sono due anni che tutte le mattine mi alzo, mi guardo allo specchio e mi chiedo: “Ma chi me lo fa fare?” Poi vado a prendere il caffè con il geometra dello studio di fronte e lui mi dice che tutte le mattine si fa la stessa identica domanda, e questo mi conforta molto”.

YAWP: “A parte le incoerenze, che feedback ricevi ogni giorno con Pietre Vive? Quali sono i testi che stanno andando meglio? E quali quelli che stanno incontrando un favore critico che ti soddisfa?”

ANTONIO LILLO: “Anche io sono pieno di incoerenze, per cui spero mi vengano perdonate come io le perdono agli altri”. “… I testi che in assoluto sono andati meglio, parlando di equilibrio fra vendite e favore critico sono stati sicuramente Wunderkammer di Carlo Tosetti [di cui ci eravamo già occupati su Yawp qui, n.d.r.] e Ordine e Mutilazione di Elena Zuccaccia. Poi c’è Il mondo come un clamoroso errore di Paolo Polvani che vende con costanza e Nulla sanno le parole di Daniela Gentile, che è uscito dopo, quindi non è comparabile sul piano delle vendite, però sta ricevendo i giusti riconoscimenti. Molto favore critico ha ricevuto Il rigo tra i rami del sambuco di Emilia Barbato. Di contro, lo segnalo con convinzione, L’adatto vocabolario di ogni specie di Alessandro Silva è un grande libro d’esordio che avrebbe meritato maggiore attenzione”.

YAWP: “Ciò che colpisce in Limonio sono le parti in prosa, dove perlopiù racconti le avventure e le sventure di un editore «povero» alle prese con scribacchini strampalati. Si tratta di un libro ibrido, perché a mio avviso sono più simili a degli sketch che a dei poéme in prose non trovi anche tu? Come mai questa forma?”

ANTONIO LILLO: “In realtà non c’era nessuna premeditazione artistica o letteraria nella mia scelta, sono paginette nate di pancia, dalla gioia o perfidia di raccontare ciò che faccio, giorno per giorno, a chi mi chiede che cacchio fa un editore a parte grattarsi e bearsi coi libri degli altri.” “… Ho cominciato scrivendo dei semplici post su Fb in cui raccontavo i miei incontri più stralunati e i post hanno riscosso un certo successo. Mi chiedevano anzi di raccogliere le storie migliori e di pubblicarle. Così, visto che stavo lavorando a un libro di poesie e raccontini sui gatti, è finita che prima ho messo insieme i raccontini dei gatti con quelli degli autori strampalati, poi ho tolto quelli dei gatti e sono rimasti gli autori strampalati. Dopo quelli pubblicati, però, visto che purtroppo non sono diventato ricco e non ho smesso di fare quello che facevo, ho scritto altri raccontini e quindi, mi sa, sarà un lungo work in progress”.

YAWP: “Io te lo dico: questi sketch mi ricordano un po’ il Woody Allen dei libri Effetti collaterali e Citarsi addosso, ma non emozionarti: solo un poco. C’è qualcosa di Bukowski anche, secondo me. Forse se avesse fatto l’editore, chissà. In generale, ci vedo molto un tono americano. Hai dei modelli o ti sei alzato una mattina incazzato e hai deciso di scrivere del perché fossi incazzato?”

ANTONIO LILLO: “Voi di YAWP siete i primi ad aver impostato una intera intervista su quei raccontini, in effetti. Lo apprezzo, anche perché in genere il mio lato comico non piglia così tanto o addirittura mi viene rimproverato dai colleghi. I poeti italiani preferiscono piangere in letteratura e poi andare fuori a consolarsi a cena. Se li fai ridere prima gli smonti la cena, e questo non è molto patriottico”. “… Gli americani li ho letti molto in passato, e Allen è un mio modello da sempre, a cominciare dalla montatura degli occhiali. Però come modelli dichiarati, ti stupirò, ti cito Ore d’ozio del monaco Yoshida Kenkō e Il vecchio con un piede in Oriente di Tonino Guerra. Più che a incazzarmi, insomma, ambisco a quel tipo di leggerezza”.

YAWP: “Qui e là trova posto anche il dialetto. Immagino sia quello della tua città natale? Credi che i dialetti vadano preservati in poesia?”

ANTONIO LILLO: “Sì, il dialetto in cui scrivo è quello di Locorotondo. E sì, credo che i dialetti vadano preservati.” “… La parola dialettale, come qualsiasi lingua, ha una storia sonora legata al paesaggio in cui si muove. Prima ancora che al significato delle singole parole, il suono, il modo in cui articoli quel suono, è interconnesso al luogo. Secondo me preservare il dialetto non è tanto una questione di ricerca del codice linguistico di un paese o di ferrea conservazione delle antiche parole, ma una lotta per preservare quel suono particolare che è il suono della propria terra e della propria storia. E lo dico perché quel suono io l’ho perduto quando ero ragazzino e davo retta a chi mi insegnava, mentendo, che il dialetto è la parlata dei cafoni. Una volta perduto ritrovarlo è difficilissimo. Ora sto provando a riappropriarmene con tutte le mie forze, ma parlo il dialetto imbastardito degli emigranti che tornano a casa dopo anni di esilio”.

YAWP: “Facci una previsione. Che cosa servirebbe per dare una bella scossa alla poesia italiana? Un enfant prodige? Una comune strategia di marketing? O…?”

ANTONIO LILLO: “Di enfant prodige ce ne sono anche troppi in giro, mi pare. E di qualcuno, confesso, devo ancora capire il valore o più semplicemente che sta dicendo. Poi per me non ci sono troppe cure di marketing possibili. Forse perché credo che prima di provare a venderle, le cose le devi conoscere.” “… Quindi ti deluderò e ti risponderò con le solite banalità: maggiore apertura, non solo formale, ai nuovi linguaggi; meno sudditanza alla poesia degli estinti, soprattutto se vivono da Roma in su; e sempre e sempre e sempre più poesia nelle scuole, ma fatta bene, col cuore, e possibilmente coi vivi. Anche se per questo bisognerebbe tornare a monte, ai massimi sistemi, a cosa è e a cosa dovrebbe essere la Scuola, ma questo è già un altro discorso”.

YAWP: “Voglio farti licenziare. Chi sono i poeti degli ultimi anni che avresti voluto pubblicare tu, ma che invece hanno pubblicato altri?

ANTONIO LILLO: “È molto difficile che riesca a licenziare me stesso, anche perché sono il mio unico dipendente”. “… Ti dico però due poeti che avrei voluto pubblicare: il primo è Antonio Bassano, che ha scritto un solo bellissimo libro, L’imperfezione dei cardini, pubblicato nel 2009 da Le voci della luna, e poi si è letteralmente eclissato dalla scena editoriale; il secondo è Simone Cattaneo, che penso conosciamo tutti. Il suo Peace & Love, pubblicato nel 2013 da Il ponte del sale, fra centinaia di titoli che ho letto negli ultimi anni, è uno dei pochissimi – due o tre in tutto – a rientrare nella mia personale casistica Berardinelli sui libri degni di essere letti per ogni generazione. Ora bisogna vedere se Berardinelli è d’accordo con me.

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Dalla sezione Lamentazioni di un editore povero:

GIUSTIFICAZIONE ALLE MIE LAMENTAZIONI DI EDITORE POVERO

Se sono povero e lo dico a voce alta
non è che mi lamenti disperato. Non piango
in vista del suicidio. Ma ne rido a modo mio
per stemperare il senso di ingiustizia.
L’italiano medio invoca il mio successo editoriale
e non ammette la sconfitta del mio conto
che non va di pari passo alla poesia.
E non capisce il senso della mia lamentazione.
Poiché il male di uno – in questo caso – è collettivo
in ogni mio: «Sono poverino!»
(povertà che vivo a testa alta
perché nel mio lavoro metto tutto
a volte prima degli affetti e faccio libri
non guerre non palazzi e se il popolo non legge sono cazzi
solamente suoi) in ogni mio: «Sono poverino!»
non c’è nascosto un: «Ah, me miserino!»
ma un più maturo: «Noi, popolo di stronzi!» riassuntivo.
Ché la miseria è comune e non fa sconti.

Taccuino dell’editore

7. Prima del buio

Breve intervista a Carlo Formigoni

Siamo seduti nell’aia, poco prima del buio. Parliamo quasi senza guardarci, due voci sotto i fari. Carlo mi dice: «Son vecchio, spero ormai di farcela a ridare al teatro quanto mi ha dato». Gli dico: «Hai dato tanto al teatro anche tu». Ma lui mi risponde: «Non basta, non basta mai, perché il teatro a me ha dato tutto. Tutto». E si guarda le punte delle mani fredde, manomesse, sconsolato. «C’è solo da accettarlo» gli dico, «quando il corpo cede al tempo, la lucida rassegnazione diventa un’arma». «Sto provando coi rimedi naturali», aggiunge, come per svagarsi dal pensiero. «Fai bene» gli dico. Sentirlo lo rincuora. Mi dice che c’è ancora da lottare, per i teatranti, per i poeti. «C’è da insistere, insistere e non fermarsi. Recitare, replicare, perché solo i testardi vincono le loro battaglie». Gli racconto di mio nonno che testardo godeva di ogni attimo, anche vuoto, come se fosse il più prezioso. «È vero» mi dice, «anche io l’altro giorno son stato al mare, ed era così bello, così intenso, che il sole mi ha ferito il cuore, e mi son detto basta, basta, è l’ultima volta che lo vedo». Lo preserva per sempre, adesso, nella sua perfezione. Mi congeda, dunque, con affetto. «Dottor Lillo, ci siam detti tutto».

13. Il poeta parcheggiatore

Termina la presentazione dell’ultimo libro da noi pubblicato, quando vicino al tavolo con le copie in vendita si avvicina un tipo alto, grigio, silenzioso. Si presenta: «Ciao, sono un poeta anch’io». Lo fraintendo, credo voglia propormi un manoscritto, gli chiedo: «Quindi, vuoi farmi leggere qualcosa?». Mi risponde: «No, veramente volevo sapere se compravi il mio libro, costa solo quattro euro». Mi viene da ridere: «Affare fatto!». E ne compro una copia, me la faccio autografare. Mi racconta di sé: «Sono un poeta ma per vivere faccio il parcheggiatore, sono un poeta parcheggiatore». «Una sorta di Bukowski» gli dico. Gli si accende lo sguardo. «Precisamente» mi fa. «E quindi, quando scriverai il prossimo che fai, me lo fai leggere quello?». «Più che altro, visto che sei attento alla poesia, preferirei vendertelo» dice.

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