La telefonata di Yawp: sulle tracce di Gaio Valerio Catullo con Alessandro Fo

Alessandro Fo (Legnano, 1955) insegna Letteratura Latina all’Università di Siena. Dopo avere già affrontato diverse curatele come la traduzione di Il ritorno di Rutilio Namaziano (1992), l’Eneide (2012, con note di Filomena Giannotti) e Apuleio, Le metamorfosi (2010) e La favola di Amore e Psiche (2014), tutte pubblicate per Einaudi, e con alle spalle la gigantesca esperienza poetica delle raccolte Otto febbraio (Scheiwiller, Milano 1995), Giorni di scuola (Edimond, Città di Castello 2000), Piccole poesie per banconote, (Pagliai Polistampa, Firenze 1° gennaio 2002), Corpuscolo (Einaudi 2004), Vecchi filmati (Manni 2006), Mancanze (Einaudi 2014), Fo si confronta infine con il poeta classico per eccellenza: Gaio Valerio Catullo. Le poesie (Einaudi, 2018).

YAWP: “Mi piacerebbe cominciare con una immagine di Catullo nel proprio tempo: nonostante sia legato a un circolo letterario privato, si può dire che ci troviamo davanti a un poeta ampiamente letto già tra i suoi contemporanei? E che cosa significa «successo letterario» nella Roma di allora?”

ALESSANDRO FO: “Non parlerei di un circolo letterario privato, ma di una cerchia di amici che amano la poesia, le scrivono e la fanno appunto ‘circolare’ fra loro. Non saprei rispondere circa il «successo letterario» modernamente inteso; diciamo che Catullo dovette riscuotere subito un certo «successo» per la portata innovativa della serie di poesie d’amore che veniva ‘organizzando’ in una storia, nonché per lo spirito brillante – a volte icastico, e sempre incisivo – con cui ‘commentava’ la vita sociale dell’epoca”.

YAWP: “Catullo potrebbe essere definito erotico. Ma gli esseri umani si amano in ogni epoca allo stesso modo? Oppure ogni tempo ha il proprio amore? E in questo caso, si potrebbe parlare di una filologia dell’erotismo?”

ALESSANDRO FO: “Forse gli esseri umani non si amano mai nello stesso modo nemmeno singolarmente presi all’interno di una stessa epoca e area geografica. Un nuovo settore scientifico-disciplinare con questa titolatura «filologia dell’erotismo» desterebbe un certo qual scalpore, e sarebbe forse meno insensato di tante fantasiose trovate che hanno voluto leggere, dietro oggetti innocenti della poesia catulliana – quali passeri, unguenti e noci – ardite implicazioni sessuali. Ma temo che crollerebbe sotto lo stesso peso del numero degli aspiranti docenti”.

YAWP: “Se dovessi andare a ripescare una traduzione di Catullo, quale lavoro hai trovato particolarmente felice?”

ALESSANDRO FO: “Ho sempre amato la traduzione di Enzo Mazza (Guanda 1962), per un suo tono garbato e composto (con qualche eccesso di compostezza, forse, nei carmi più scurrili, dettato però dal comune sentire del tempo, e dallo stile personale del poeta). Per altri rispetti non mi sono dispiaciute le traduzioni di Mario Ramous (Garzanti) e di Luca Canali (Giunti) e, per il registro comico-satirico, quella di Gioachino Chiarini (Frassinelli)”.

YAWP: “Non è la prima volta che ti confronti con un classico [n.d.r. Per Einaudi Alessandro Fo ha tradotto e curato Il ritorno di Rutilio Namaziano (1992), l’Eneide (2012, con note di Filomena Giannotti) e Apuleio, Le metamorfosi (2010) e La favola di Amore e Psiche (2014)]. Che cosa significa ritradurre il già tradotto? E una simile esigenza ha a che fare solo con la filologia?”

ALESSANDRO FO: “Naturalmente non finiremo mai di ri-tradurre: ogni epoca ha il suo gusto linguistico e stilistico, e in ogni epoca chi ama la poesia sente il bisogno di farla propria e di parteciparla agli altri tramite la traduzione. L’esigenza non ha a che fare solo con la filologia. Direi che ha piuttosto a che fare con l’amore. L’amore per un mondo, che si desidera mediare, o per una singola personalità, verso cui ci si può sentire irresistibilmente attratti. Poi, per ogni traduttore, ogni autore tradotto presenta sue differenti ragioni di fascino. E può avvenire di trovarsi a porre mano a un lavoro per un incarico esterno, la sollecitazione di qualcuno che ha riposto fiducia in te per dar voce a quello scrittore, o invece per insopprimibile desiderio personale di ‘entrare nel fiume’ di quello specifico canto”.

YAWP: “Vorrei che ora parlasse il professore: in seguito alla tua esperienza all’Università di Siena, quale credi sia il rapporto con la classicità delle nuove generazioni? Se un classico rimane un classico, ciò non è sempre vero per i lettori”.

ALESSANDRO FO: “Fortunatamente, i corsi di lettere classiche sono ancora affollati, e seguiti da frotte di ragazzi sensibili e appassionati. Magari vi saranno testi antichi che si presentano meno immediatamente fruibili per il lettore odierno; ma Catullo ha naturalmente molte frecce al proprio arco per arrivare dritto alla sensibilità di oggi senza paura di inciampi”.

YAWP: “Curatela di stampo filologico, ma con Einaudi. Credi che conciliando il lavoro del professore con quello del poeta, anche la filologia possa assumere una valenza artistica?”

ALESSANDRO FO: “Ho sempre creduto che una ‘buona filologia’ possa assumere un valore artistico. Tante volte mi sono imbattuto in saggi che schiudevano prospettive così nuove e penetranti nei riguardi di ciò che studiavano, da farsi poesia sotto gli occhi del lettore. Comunque, non vedo contraddizione fra il cercare di fare le cose seriamente e l’uscire in una sede non esclusivamente scientifica, ma con Einaudi: anzi, credo che le due cose vadano insieme di conserto. Einaudi è anche, ma non esclusivamente, un editore divulgativo. Nel caso di Catullo ho forse ‘forzato’ un po’ i confini; ma su quel pugno di celebri versi si è formata nel tempo una montagna di osservazioni e i diversificati punti di vista, a cui almeno un’occhiata è preferibile darla. E alla fin fine, anche in considerazione di quanto l’autore è studiato nelle scuole, credo che, ammesso che questo mio sia stato un «peccato», potrebbe essere rubricato fra quelli veniali”.

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