La telefonata di Yawp: alcune Ipotesi di felicità di Alberto Pellegatta

Alberto Pellegatta, classe 1978, esordisce con la raccolta poetica Mattinata larga (LietoColle, 2002). L’ombra della salute (Mondadori, 2011) è però da molti considerato l’esordio ufficiale, avvenuto nella collana dello Specchio per volontà di Maurizio Cucchi. Continua a scrivere, confermando uno stile e un laboratorio certosini. Nel frattempo, cura anche la collana Poesia di ricerca per Edb Edizioni Milano, dove accosta autori italiani e internazionali in una sola pubblicazione. È il 2017 quando pubblica il suo ultimo lavoro, Ipotesi di felicità (sempre nello Specchio Mondadori). Il nostro Antonio Merola l’ha intercettato in Spagna, dove ora vive occupandosi di arte contemporanea.

*

YAWP: “Ciao, Alberto. Benvenuto su Yawp Poesia. Dove hai detto che ti trovi ora esattamente?”

ALBERTO PELLEGATTA “Grazie a voi per la chiamata. Mi trovo a Barcellona, la prodigiosa città delle prime rivendicazioni sindacali e delle principali avanguardie spagnole. Dall’università in poi sono sempre stato bilocato tra qui e Milano, per il lavoro, certo, ma anche per l’ambiente – una mentalità accogliente e rispettosa della diversità, mentre da noi… Vivere all’estero, in traduzione, allena a cambiare il punto di vista, e la sintassi, inoltre si impara che, spesso, se una frase suona male è anche sbagliata”.

YAWP: “Ma qualcuno laggiù sa che in Italia pubblichi poesie per la Mondadori? Te lo chiedo perché se già qui da noi la poesia ormai è considerata quello che è, un genere a margine, mi chiedo quale considerazione abbiano in Spagna della poesia italiana contemporanea. Ci leggono? Dì la verità”.

ALBERTO PELLEGATTA “Sono appena uscite alcune traduzioni da Ipotesi di felicità sulla storica rivista «Quimera». Non amo le presentazioni, mi piace lavorare in incognito, esaurire il mio compito con la scrittura, quest’anno però mi hanno invitato, insieme a Nanni Balestrini e Vivian Lamarque, a Cosmopoetica, il Festival internazionale di Cordoba che coinvolge migliaia di spettatori. C’erano molti giornalisti e le interviste hanno inondato i media. Gli spagnoli leggono più di noi, conoscono e stimano i nostri poeti, mentre noi ignoriamo i loro. Da noi la poesia è stata emarginata, in Spagna non così tanto”.

YAWP “Del resto, diciamocelo: qui arriva pochissimo anche da parte loro. Che ne pensi tu della poesia spagnola contemporanea? Insomma, esiste una scena poetica? Dai, facci qualche nome. Tanto per fare un dispetto a… Madame de Staël? E anche a Cesare Viviani, visto che ormai sembra che nemmeno i classici noi giovani ci filiamo più”.

ALBERTO PELLEGATTA “La scena poetica spagnola è più ampia della nostra. I premi più importanti finanziano le edizioni dei giovani autori, le università li cooptano; giornali e televisioni sono dirette da trentenni. Esistono fondi per chi traduce dallo spagnolo e borse di studio per chi indaga la letteratura contemporanea. La poesia spagnola del Novecento è stata esemplare e, con Antonio Gamoneda e Leopoldo Maria Panero, ci ha accompagnati fino al nuovo millennio. I giovani poeti sono tantissimi, anche se, come da noi, la maggior parte ha una fragilità costitutiva (sociale? emotiva?) che si riflette sulla struttura dei testi”.


…In Italia si pensa solo all’orticello, tutto è provinciale, le università non fanno ricerca e i ruoli di potere sono spesso affidati ai meno competenti. Esiste un culto dell’ignoranza. Dall’estero le idee arrivano in ritardo di decenni, siamo sempre alla penultima moda, tutto viene dissanguato e reso inoffensivo. È possibile che con i tanti dipartimenti che si occupano di letteratura inglese (con soldi pubblici) abbia dovuto tradurre io, che non sono un anglista, Jack Underwood? Si tratta del più importante tra i giovani poeti inglesi, pubblicato per «Poesia di ricerca/Edb» poco prima che Faber&Faber gli stampasse due libri”.


“…Non serve prendersela con questa o quella generazione, meglio superare il concetto generazionale come abbiamo fatto con l’antologia
Velocità della visione per Fondazione Mondadori, basandoci sui libri usciti dopo il 2000. Parlare dei giovani in generale sa sempre di populismo letterario, meglio guardare alle singole opere, aiutare la circolazione del talento e svincolarsi dalle pose e dai tranelli commerciali. Dei giovani, che per mia esperienza leggono e sono preparati, dovrebbe piuttosto preoccupare una diffusa vena depressiva. Bisogna difendere la cultura e ripetere che la conoscenza è l’unica cosa che non ti possono togliere. Dopo che per decenni si è sostenuto che studiare non serve, che la filosofia, la geografia e la storia non aiutano a mangiare, i ragazzi si sono buttati nel mondo del lavoro senza spesso neanche conoscere i diritti acquisiti, costretti così ad accettare condizioni scandalose. Gli adulti dovrebbero dare il buon esempio e, oltre a invertire la logica dello sfruttamento, non dovrebbero accontentarsi di registrare il lugubre perimetro dei loro interni. Rileggiamo Foucault”.

L’industria editoriale procede per mode, per categorie di marketing. Il caso umano (civile o clinico) attira gli appetiti dell’editoria a svantaggio della ricerca più autentica. Non importa se i libri usano un vocabolario di dieci parole e una lingua che ricorda un epistolario adolescenziale degli anni Trenta. Nonostante la mediocrità che pervade ogni ambiente omologando tutto verso il basso, alcuni autori si distinguono per originalità e destrezza. Tra i poeti spagnoli di ultima generazione faccio due nomi, Erika Martinez e David Leo. Anche nella prosa, dopo Vila-Matas e il barcellonese d’adozione Bolaño, hanno nomi forti come Gines Cutillas, Isaac Rosa, Andres Neuman e Leonardo Valencia”.

YAWP: “Comunque un’altra cosa te la voglio chiedere subito: ma come diavolo ci sei finito a occuparti di critica d’arte?”

ALBERTO PELLEGATTA “Sono sempre stato un appassionato d’arte, ho avuto la fortuna di frequentare gli studi dei maestri della pittura milanese, quelli del Realismo esistenziale e della grande stagione dell’Informale. In Spagna ho visitato a più riprese Antonio Lopez, padre dell’Iperrealismo. Con loro ho potuto studiare dal vivo le collezioni imprescindibili della modernità in giro per l’Europa – a Zurigo, dove la fondazione Bührle, per fare un esempio poco noto, raccoglie capolavori di Gaugin, Picasso, Braque e Soutin, o a Winterthur, Parigi, Madrid. In Italia, oltre agli affreschi sparsi per tutto il territorio e alle pinacoteche, ci sono ricchi musei civici, non solo le grandi mostre di falsi”.

…Dopo diversi anni ho iniziato a scrivere per gli artisti che stimavo. Il mio modo di approcciare l’opera dipinta è piaciuto perché offriva una lettura partecipata e non accademica, senza sovrapporsi all’artista. Mi hanno coinvolto in giurie e curatele anche museali – al Museo della Permanente di Milano, per esempio, ho collaborato con il direttore Alberto Ghinzani. Ora mi concentro sui giovani artisti perché con Cristina Sissa, formidabile gallerista milanese, e Roberto Casiraghi, raffinato pittore e professore tra i più amati dell’Accademia di Brera, ho l’occasione di conoscerli all’inizio del loro percorso. Iacopo Pesenti, per esempio, è un talento che seguo da qualche anno, Matteo Naggi è uno scultore molto originale della mia età… Senza dimenticare chi ha qualche anno in più di loro, come Alessandro Verdi, il più giovane della scuderia di Giovanni Testori, Lorenzo Mazza, Nada Pivetta o Narciso Bresciani”.

YAWP: “È a dir poco evidente però che tu non consideri la scrittura artistica come una professione. A occhio e croce, hai fatto uscire un’opera più o meno ogni dieci anni. Come funziona? Hai un laboratorio coperto di fogli da cui salvi ogni tanto una poesia dal mucchio… oppure ne scrivi una e basta, per anni e anni, come una specie di maniaco della parola?”

ALBERTO PELLEGATTA: “Entrambe le cose. Sono decisamente maniacale nella confezione dei testi. Ogni singola poesia è piombata al millimetro, deve stagnare a lungo, stratificarsi, fermentare. La mia lentezza è proverbiale. Sono spietato: provo e butto molto. Ci sono poesie che necessitano di anni, altre che si scrivono da sole. Professionalizzare la letteratura è un’impresa al limite della truffa. Esistono spacciatori di formule che aprono scuole di scrittura (non si sa bene con quali titoli, visto ciò che scrivono) ma nessuno dice che la letteratura è una ricerca solitaria e ha bisogno di duro studio, non bastano i selfie sui social. Conta solo la qualità del testo”.

YAWP : “E allora la domanda te la faccio, preparati. Perché, mi chiedo… voglio dire, perché in Ipotesi di felicità hai inserito una appendice (La salute, 1996-2011)? Proprio tu, che non hai mai avuto nessun problema a pubblicare raccolte da poche pagine, ora decidi di punto in bianco di recuperare dei vecchi testi”.

ALBERTO PELLEGATTA: “La risposta è più semplice di quello che si possa sospettare. L’editore lo ha suggerito e l’ho trovato ragionevole, visto che i libri precedenti sono introvabili”.

YAWP: “Ipotesi di felicità. Come nasce, come si sviluppa. Qual è l’idea che regge la raccolta?”

ALBERTO PELLEGATTA: “Come hai visto, il libro ha una struttura articolata, a sbalzi, esagonale, e tuttavia la sinossi è semplice. Si tratta di un percorso dal sonno alla veglia, o dalla morte alla vita, con un intermezzo civile e un bestiario. Piccolo inciso: anche se sono nato in città e ho sempre considerato la natura un po’ noiosa e ripetitiva, preferendo il brulicare umano dei quartieri, accolgo gli animali nelle mie poesie perché aiutano a abbandonare una visione antropocentrica del mondo. Forse vengono da me per il cambio climatico ma, in ogni caso, una riflessione ecologica non è più procrastinabile. Potrei dire che le mie poesie non sono per soli umani”. “…Il cuore del libro è alla fine, con il poemetto in sei movimenti che dà il titolo alla raccolta e affronta la malattia terminale, cercando di superare il compiacimento novecentesco per il dolore. In questo aspetto prosegue un percorso iniziato con La salute.

©Photo by Dino Ignani

YAWP: “Mi hai già detto, in privato, che non riguarda te. Però quel verso: «Non lavorare è la mia poesia più riuscita – altri diventano poesie pensando di essere poeti», potrebbe funzionare per Alberto Pellegatta, di cui sembra una stringata nota biografica? Anzi, secondo me è il vero incipit della raccolta, questa seconda poesia. Ipotesi di felicità infatti propone continuamente un personaggio: te stesso. Se non fosse che è un te stesso sempre così impersonale, colto nell’atto di scrivere. Qualche esempio: «Sono da preferire le glaciazioni/ a questi calcoli diventati legna./ Così funziona il mio fracasso» (p. 17). «Fai bene a non parlare, le frasi/ non ti lasceranno più in pace» (p. 26). «A queste altezze è impossibile andare più veloci» (p. 54). «Non esco di casa da giorni, catalogo/ i colpi alle pareti dei vicini» (p. 31). E ancora qualche altro, dove parli invece dell’oggetto poesia e della lettura: «Se non fossero tempeste sarebbe solo una lunga digestione» (p. 15), «Misura i libri con altri libri – compendi// con narcotici» (p. 25), «capire è già una scelta/ se hai qualcosa da nascondere. Senza rimedio:/ menzogna e metafora usano lo stesso dizionario» (p. 55). Come mai hai deciso di raccontare il poeta al lavoro?”

ALBERTO PELLEGATTA: “Da tempo molti autori interessanti si concentrano sulla scrittura stessa, come gesto e come epistemologia della sorgente intellettuale. Se esiste un ruolo del poeta, è quello di mantenere in salute il linguaggio”.

…A volte è il poeta al lavoro, di volta in volta però sono personaggi differenti. Qualcuno, certo, può assomigliami ma ciò che scrivo non è mai un calco delle mie vicende. Il piacere della scrittura parte proprio da lì, dalla volontà di creare qualcosa che non c’è. Mi interessa la realtà che improvvisamente vira in direzioni insospettabili e lascia intravedere una trama misteriosa. La cronaca e la biografia non mi interessano, sono discipline nobili ma hanno fatto molto danno in poesia. Scrivere un diario andando a capo sarebbe un insulto all’intelligenza del lettore, come fermare qualcuno per strada e dirgli cose di nessun interesse. La realtà, complessa e frattale, entra nei versi per essere trasfigurata, a volta completamente rovesciata. Detto questo, sarebbe poca cosa l’opera in cui non entrasse almeno un po’ della vita di chi l’ha scritta”.

…Mi sono sempre interessati i linguaggi umani, a partire da quello architettonico – cruciale per la sua capacità di essere filosofia applicata, condizionando la vita umana nelle stanze degli appartamenti o nelle soste quotidiane dentro le infrastrutture. Se non avessi avuto un padre architetto, e quindi troppe aspettative, avrei dato sfogo alle mie fantasie volumetriche”.

YAWP:

“Invece che lasciare a altri –
invidiosi o stregati – il compito
di scrivere una motivazione
preferisco dirvi io stesso perché
prendere in considerazione il mio lavoro.

Pare che più avanti tu lo dica chiaro e tondo, come funzioni: «La successione improvvisata ti lascia insoddisfatto/ abituato a una tessitura più chiara dell’infanzia» (p. 65) se con quel ti ti riferisci a te stesso e non al lettore. Cos’è, innanzitutto, una critica alla critica di oggi?”

ALBERTO PELLEGATTA: “È un altro esempio di ciò che dicevamo. Le due poesie che citi, ancora una volta, parlano di linguaggio: nel primo caso, la parola diventa un fiume giallo interrato, mentre nella seconda, partendo dal paesaggio e stringendo sul soggetto, prendo le misure al verso, evocando l’inganno musicale. Molta critica non ha la necessaria sensibilità artistica per avvicinare la poesia. Dovrebbe fare un bagno di umiltà e dismettere le pose adolescenziali, iniziare a sostenere la qualità indipendentemente dalle simpatie. Il livello culturale è calato anche nelle accademie e sui giornali. Nello sconfinato sottobosco del terzo millennio, domina l’invidia per il talento”.

YAWP: “E, per rimanere sulla forma, in effetti il tuo stile sorprende chi legge perché progredisce attraverso una successione di immagini improvvise, dissociate, direi disordinate… se non temessi che tu lo scambiassi per un insulto”.

ALBERTO PELLEGATTA: “Lo prendo invece per un complimento. Nella teoria della complessità, il disordine è fondamentale. Un caro amico, inoltre, dopo aver letto il mio primo libro, disse: si intravedono i tuoi amori disordinati. Effettivamente sono le mie letture eclettiche a creare questo effetto: storie che iniziano a metà e non finiscono, immagini che possono essere simultanee e divergenti… In questo libro, però, rispetto alle poesie precedenti, disinfettate e sempre in bolla, ho deciso di fermarmi prima del traguardo, di lasciare intravedere il backstage, l’oscura fonte dei ritmi”.

YAWP: “C’è però la componente «dove l’autore viene a porsi come una sorta di sottile spia del proprio gesto poetico, ma senza alcun cedimento di sapore metaletterario» come scrive qualcuno, perché non sappiamo chi sia, sull’aletta. E ne parlavamo proprio sopra. Cioè: è vero che a una prima lettura ci si concentra sulle immagini. Ma a un certo punto, per qualche motivo, viene fuori il lavoro decennale che c’è dietro la scrittura: tutto pare così perfetto e al posto giusto che quasi visualizzi la forma della poesia, intendo proprio la maniera con cui è messa sulla pagina. Cioè, di nuovo: è come se a un certo punto il lettore lasciasse perdere le immagini, sebbene sembravano tutto fino a poco prima, per concentrarsi esclusivamente sulla forma linguistica, sul come è fatta la poesia”.

ALBERTO PELLEGATTA: “Infatti, non c’è nessuna belletta letteraria, chi ha scritto la prefazione in aletta è molto informato. Mi interessa che i lettori entrino nel laboratorio, che i testi si prolunghino dentro di loro. Le parole sono uguali per tutti, ma solo il poeta le combina dando loro consistenza. Sono contento che il mio proposito sia riuscito, che emerga la struttura della poesia – in architettura tali pratiche sono comuni. Per me ogni singolo testo è un libro. La sfida è stata quella di creare un organismo che permettesse alle poesie di convivere”.

YAWP: “Sai, una volta Iuri Lombardi mi disse: «Devi imparare a gestire il verso lungo. Fa la differenza tra un poeta e un poeta esordiente». Tra le varie sezioni, colpisce in particolare Zoologiche: un bestiario che fa pensare subito a Apollinaire e una forma, quella del poema in prosa, che in generale ti aggancia alla poesia francese, soprattutto ottocentesca. Però, qui e là, utilizzi spesso il verso lungo; così lungo che diventa, già prima di Zoologiche, quasi il margine forzato di una prosa. Mi chiedo allora: si tratta davvero di poemi in prosa o di una padronanza assoluta del verso lungo?”

ALBERTO PELLEGATTA: “Sei stato il primo a sottolinearlo. Alcuni di quei testi sono lunghi ipermetri, non prose. Il prosimetro mi ha sempre attratto, per la sua capacità di ampliare i fiati e allo stesso tempo di accelerare la visione. Le indicazioni che ci vengono dal passato -per lo meno da Baudelaire, se non da Boccaccio- sembrano indicare quel cammino di ricerca. Che non è affatto semplice e inganna molti sprovveduti. Dopodiché la libertà della poesia non accetta programmi, si svincola dalle mode e volutamente riaffiora in improvvise forme sincopate. Ma in generale, il verso breve va utilizzato con parsimonia, dove più pregnante, o dove l’andamento narrativo lo giustifichi con ironia. Stesso discorso per la rima. Se poi sei Lorca, va bene anche la rima.

YAWP: “Siamo quasi alla fine. Coraggio” (ridiamo).

ALBERTO PELLEGATTA: “Avanti!” (Lui di meno)

YAWP: “A un certo punto, nella sezione L’impronta della specie scrivi: «Non tutti verificano ciò che è stato fatto/ – qualcosa a vent’anni che neanche ci si accorge/ i primi movimenti del poemetto per la madre/ una decina di liriche piombate». E in effetti è così, il più delle volte. Cosa pensi oggi di ciò che hai già fatto: intendo di Mattinata larga. Lo consideri un esordio?”

ALBERTO PELLEGATTA: “Certo, e mi sorprende che a distanza di tanti anni ancora non mi deluda. Ero stato accorto, non avevo inserito troppi testi, ho sempre scartato molto. Conservo solo le poesie che mi convincono. Avevo diciotto anni quando ho scritto quelle di Mattinata larga, con tutta l’inesperienza e lo slancio del caso, ancora informe e magmatico ma abbastanza sveglio da sapermi fermare in tempo.

YAWP: “E ora uno sguardo al futuro: «Come scriveremo tra decenni/ – in codice, senza verbi -/ pressioni di cerbiatti sulla neve» predici in Lunga lettera a A. P. E la prima Ipotesi di felicità ribadisce: «impronta di animali sulla neve. Senza verbi/ funzionerebbe lo stesso, puro stile/ senza significato». Se tu fossi l’animale che lascia tracce sulla neve del testo, noi allora saremmo il cacciatore. Una scrittura meccanica, è questa l’ipotesi migliore di felicità?”

ALBERTO PELLEGATTA: “È vero, voi siete i cacciatori. Entrambi i testi, per ragioni diverse, si aggrappano al linguaggio. La prima poesia (ancora una volta A.P. non sono io, anche se apprezzo questa ambiguità) si sviluppa sul tema dell’identità, mentre la seconda esplora i limiti della parola abbandonando ogni intenzione programmatica, liberando la voce e lasciando che l’immagine emerga senza ragionamenti che possano variarne la temperatura: una tensione privata di scopo, vigilata ma in abbandono. Le mie immagini non derivano da visioni ma nascono dalla combinazione sillabica. Non devono obbedire che a loro stesse. Non si tratta di scrittura meccanica o automatica, tutt’altro, semmai di scrittura aderente. Il lettore e il critico potranno poi evitare di estorcere alle poesie un significato come alle elementari.” “…La felicità è la vita stessa, che coincide con l’abbondanza ricomponibile del reale. I ritmi del consumo hanno confuso le menti ma una semplice passeggiata rimane una delle principali esperienze di felicità umana”.

*

Breve antologia da Ipotesi di felicità (Lo Specchio, Mondadori, 2017):

Dalla sezione Pensare male:

Non lavorare è la mia poesia più riuscita – altri diventano poesie pensando di essere poeti. Sai, due genitori propizi, due case in due stati, due pulsazioni insieme e contrarie nel petto. Senza esagerare, perché troppe comodità impediscono i cambiamenti.

Non finisce qui. Si affaccia e si ritrae
solo per pronunciare meglio.

Fatevi picchiare, le vostre gambe
mi obbediscono come le gatte di Petrarca.

Their shrouds are bloody and their lips are wet.
Discreto come un traditore, il sesto da destra.

Grossi bovini intonano a menadito l’ultima estate felice.

Un’aria inutilmente pulita mi sposta verso la tosse di un bambino.

Il tuo silenzio fa il fumo di un piatto dimenticato sul fuoco.

Tutti gli uomini che ho visto scendere dagli autobus entrano dalla porta.

Rimangono, in contrazione, i pochi vocaboli
che il fuoco ha salvato: bilance truccate
e prati di salvia senza virgole.

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Dalla sezione Fine della geografia:

ANABASI

Invece che lasciare a altri –
invidiosi o stregati – il compito
di scrivere una motivazione
preferisco dirvi io stesso perché
prendere in considerazione il mio lavoro.
Non solo questo travestimento finale.
Magari gialla, come un fiume interrato, ma potabile.

O invece erano in gabbia gli uccelli?
Considerati i tuoi precedenti, anche
il cibo ti mangerà le frasi. Mediante ebollizione
le gocce più intelligenti dell’acqua
confermano: per vivere serve qualcosa di più.

***

Dalla sezione Zoologiche:

VISTA FELINA E ARTE POETICA

Di fronte alla foto in cui sorridiamo uniti dal talento, rin-
corre i topi sotto stelle rettangolari – imperversati spazi
percorsi da giraffe a tarda sera.

Distinto da ciò che ti circonda – se giro la testa ti dimenti-
co. Anche in questa poesia nasci e sparisci allo stesso tem-
po, e anche per questo ci invidiamo.

***

Dalla sezione Ipotesi di felicità:

Lasciare tutto in ordine per fare finta di niente –
pastiglie e terrazze meglio che fucili e rasoi.

Asciuga sotto cespugli di mirto.
Si inarca inconsolabile
l’azzurro ruffiano degli ospedali.
Non dorme mai
neppure quando cedono le bestie
sembra un cuore robusto.
La pena ha un orario di visite.
Non basta questa superficie
se pure si allungasse in un miracolo.
Troppo rudimentale, di poche pretese
ancora troppo acustica, ancora non
impronta di animali nella neve. Senza verbi
funzionerebbe lo stesso, puro stile
senza significato. Senza mani da lavare […]

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