La resistenza dell’immaginario – una recensione di Paolo Lago

Eheheh incredibile, siamo governati da teste di morto.

John Nada in Essi vivono di John Carpenter

 

Come dice Valerio Evangelisti nella prefazione a Immaginari alterati, l’immaginario è sicuramente uno degli odierni campi di battaglia in cui si richiede il maggiore impegno, da parte delle forze antagoniste, per cercare di modificare lo status quo. Per sottrarsi all’insinuante dittatura del capitalismo contemporaneo, l’immaginario può offrire notevoli spunti di resistenza perché resistere – ricorda sempre Evangelisti – non è mai inutile. Immaginari alterati, che ha come sottotitolo Politico, fantastico e filosofia critica come territori dell’immaginario, è un’ interessante raccolta di saggi, uscita recentemente per Mimesis, a firma dei redattori della webzine Carmilla online: Luca Cangianti, Alessandra Daniele, Sandro Moiso, Franco Pezzini, Gioacchino Toni. L’idea di fondo dei saggi è che l’immaginario ha rivestito e continua a rivestire non un ruolo secondario all’interno della società, semplicemente legato alla produzione di ciò che chiamiamo spettacolo; esso è invece importante nella struttura stessa della società e, all’interno di essa, può trasformarsi in uno strumento di radicale cambiamento dello stato di cose presenti. Emblematica, in questo senso, è la bella dedica «gli uomini e alle donne della Val di Susa che nella loro infinita resistenza hanno praticato e trasmesso immaginari altri rispetto a quelli del potere». Un esempio di creazione di un solido immaginario resistente contro le vuote imposizioni dell’economia capitalistica.

Sulla necessità di riorganizzare l’immaginario in funzione di una resistenza allo status quo insiste il primo saggio di Sandro Moiso, Ripartire dal ’68 (o dal 1848?), il quale, partendo dall’assunto che l’ordine dell’immaginario fonda il mondo, soprattutto sul piano sociale, invita a guardare all’esempio del ’68 e addirittura del 1848, non per attingervi slogan e frasi ormai imbalsamate ma per comprendere «la fantasia e la capacità di immaginare ciò che è altro rispetto a questo miserabile esistente» messe in atto da tali movimenti. Il saggio successivo, dello stesso Moiso, si incentra sull’analisi dell’America contemporanea, su come sia stato possibile, cioè, che il grossolano progetto di Trump abbia potuto incontrare il favore di milioni di cittadini americani. Se un tempo gli Stati Uniti, nell’immaginario italiano del periodo postbellico, incarnavano un mondo nuovo, pieno di istanze libertarie, attraversato da ferventi fenomeni culturali e letterari (si pensi soprattutto all’antologia Americana curata da Elio Vittorini nel 1941) tanto da essere definiti come una sorta di nuovo «Oriente magico» ed «esotico», adesso sembra che siano attraversati da una «grande fascinazione proletaria per il fascismo». Quest’ultima si nasconde proprio nel «concetto di lavoro inteso come partecipazione alla creazione della ricchezza della Nazione», un lavoro sinonimo di fatica e di sfruttamento produttivo. Non è un caso che, in Italia, un movimento come quello del Settantasette – che aveva fatto dell’immaginario e dell’immaginazione una vera e propria bandiera resistente – contestasse, contro la logica dell’operaismo, proprio il lavoro salariato (la possibile resistenza per un mondo migliore, come cantava Gianfranco Manfredi in Ma chi ha detto che non c’è, «stava anche nel rifiuto del lavoro»). L’autore si addentra in una acuta disamina storico-sociale dell’universo americano rilevando come, alla base del mito capitalista del lavoro, stia invece un eroe proletario, quel John Henry eroe del folklore operaio e afroamericano degli Stati Uniti. Quasi un antesignano del russo Stachanov, John Henry è un mitico operaio nero che ha sfidato le trivelle azionate a vapore nelle operazioni di scavo delle ferrovie, vincendo ma morendo all’istante per un attacco cardiaco. Fondato sul lavoro, il mito americano ha continuato a sussistere nell’immaginario collettivo fino a oggi, scarsamente scalfito dalla cultura di massa a eccezione di alcune opere letterarie o filmiche, spietate e sarcastiche nei confronti di questo perdurante mito.

Il saggio successivo, Le Lenti, lo specchio e i vetri della finestra, è di Franco Pezzini ed è incentrato sul fantastico come linguaggio-laboratorio e macchina per pensare. Pezzini, anche in passato, ha posto già al centro dei suoi saggi una riflessione sul fantastico e l’immaginario «come macchine per pensare»: basti ricordare soltanto, fra i suoi numerosi lavori, Victoriana, sulla produzione letteraria, artistica e sociale – nonché sull’immaginario – della società vittoriana e Fuoco e carne di Prometeo, sul Frankenstein di Mary Shelley. Il saggio pone l’importanza sul fantastico – che «non è tanto un contenuto, quanto un modo di narrare e di guardare» – soprattutto quello italiano degli ultimi anni. Il fantastico, inteso come letteratura fantastica, in Italia, è stato spesso tenuto ai margini dai grandi marchi editoriali ma, ciononostante, gode di ottima salute grazie alla piccola, vitale editoria, come ad esempio CS Llibri di Silvia Treves e Massimo Citi. Un grosso editore come Mondadori, poi, dà spazio al grande ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti, cominciato all’inizio degli anni novanta con Nicholas Eymerich inquisitore. Si tratta della ricostruzione di un’epoca, il Medioevo, realizzata con spessore, al cui interno possiamo ritrovare conflitti sociali e istituzionali, problemi filosofici e teologici, profili di personaggi storici. Il tutto è presentato al lettore come un affascinante immaginario capace di attirare l’attenzione anche di lettori estremamente lontani dal mondo e dall’ideologia dell’autore. Perché, infatti, una fondamentale potenzialità del fantastico è quella di creare immaginario, di creare cioè una sorta di linea culturale che si diffonde nel comune sentire per mezzo dell’immaginazione. D’altra parte, il fantastico è sempre stato soggetto alla critica di «non essere una cosa seria», di far parte di una sottocultura o di una cultura di serie B. Saper utilizzare il fantastico come macchina per pensare significa poi smantellare vuoti e preconfezionati involucri di pensiero su singoli autori, come ad esempio su Lovecraft o Tolkien. Lo scrittore americano, infatti, è stato fatto icona, anche in Italia, di una destra conservatrice, in base soprattutto a meccanismi di tipo ideologico. Ma è la scrittura, in primis, a dover essere posta sotto la lente: così facendo si può liberare questo importante autore di letteratura fantastica da cattive incrostazioni preconfezionate, come ha cercato di fare Paul Roland col suo volume biografico Il sogno e l’incubo. Vita e opere di H.P. Lovecraft, o Wu Ming 4 con Liberare la Terra di Mezzo, in riferimento all’icona di Tolkien come autore “di destra”.

Luca Cangianti, nel suo saggio Fantamarx. Critica dell’economia immaginaria, assumendo un prospettiva decisamente insolita, si propone di analizzare Il Capitale di Karl Marx come se fosse un romanzo fanta-horror. Infatti, Marx possedeva un solido bagaglio letterario e poetico, oltre che filosofico e, all’interno di esso, la letteratura gotica e fantastica riveste sicuramente un ruolo di primo piano. «Per capire Marx» – scrive Cangianti – «ci piaccia o no, dobbiamo affrontare specchi magici, vampiri, lupi mannari, fantasmi e altri mostri dell’immaginario fantastico». Il nucleo profondo dell’opera di Marx vuole infatti dimostrare come sotto l’apparenza di una società libera come quella del capitalismo si celi in realtà un terribile mostro. Il capitale intende svelare e mostrare la vera realtà un po’ come accade al protagonista del film Essi vivono (They live, 1988) di John Carpenter che, grazie a un paio di occhiali da sole, riesce a vedere il mondo che lo circonda per come esso è veramente: al posto dei cartelloni pubblicitari egli può leggere scritte del tipo «obbedite», «spendete», «non pensate» e la vera natura delle banconote, sulle quali è scritto «sono il tuo dio». Una scena del film, tra l’altro, ha offerto l’estro grafico per la copertina del libro, sul quale si vede un personaggio elegante col volto di teschio sormontato dalla scritta «OBEY» («Obbedite»). Infatti, gli occhiali da sole permettono al personaggio di poter vedere anche la vera natura degli sfruttatori (i ricchi, i governanti, le forze dell’ordine): al posto del viso essi mostrano un teschio in quanto si tratta di capitalisti alieni giunti sulla Terra per poterla sfruttare indiscriminatamente. L’immaginario marxista ha quindi funzionato fino al cinema (Cangianti mostra infatti anche altri esempi di film), generando una storia messa a punto dal genio di Carpenter, del resto profondamente critico in ogni sua opera nei confronti della società capitalistica americana. Quella rappresentata in Essi vivono è la metafora della nostra società, del mondo capitalista ormai estesosi pressoché a tutto il pianeta. Gli occhiali da sole sono una sorta di “oggetto magico” che permette la presa di coscienza e, di conseguenza, l’unione con altri che sono riusciti a vedere, a uscire dalla caverna (notevoli sono le somiglianze col mito platonico della caverna) per poi organizzare insieme una rivoluzione (ecco la coscienza di classe).

Se gli esseri umani “addormentati” e inconsapevolmente sfruttati dagli alieni possono essere considerati una sorta di zombie, è proprio la figura dello zombie ad assumere una posizione di rilievo all’interno dell’immaginario collettivo contemporaneo, come dimostra Gioacchino Toni nel suo interessante saggio Zombie (e) immaginari. Metafore politiche della figura del living dead. Di ascendenza haitiana, la figura dello zombie entra a far parte del folklore statunitense ed europeo grazie al libro The Magic Island (1929) di William Seabrock e al film L’isola degli zombies (White zombie, 1932) di Victor Halperin. Lo zombie muta poi grazie al cinema di George A. Romero diventando il classico morto vivente in avanzato stato di decomposizione. La figura dello zombie racchiude in sé le ansie e le angosce della società contemporanea, non da ultimo quella mostrata dalle masse nei confronti della distruzione del pianeta da un punto di vista ecologico, pervase dall’idea che ormai sia troppo tardi operare qualsiasi cambiamento. All’interno della società neocapitalistica, lo zombie si configura poi come una massa indifferenziata, lontana dal benessere che caratterizza la società occidentale: in questo modo, ad esempio, sono percepiti i migranti «che vengono bloccati alle porte delle fortezze occidentali». I morti viventi sono quindi una potente riproposizione contemporanea del meccanismo del capro espiatorio, come è stato tratteggiato da René Girard. Come scrive Toni, «gli zombie sono dunque da eliminare: solo liberandosi di questi esseri mostruosi si può sperare in una rinascita della civiltà. Lo sterminio appare come l’unica soluzione, gli zombie sono presentati come surrogati di vite umane, in tal modo si giustifica la violenza dispiegata nei loro confronti. Gli spettatori provano piacere nell’assistere all’eliminazione degli zombie sullo schermo e ciò fa dei morti viventi il capro espiatorio: un colpevole consustanziale alla sua colpa». Ma la metafora dello zombie investe anche gli esponenti delle ricche civiltà occidentali: basti pensare agli zombie che entrano nel centro commerciale in Zombie (Dawn of the Dead, 1978) di Romero, metafora dei consumatori ormai ridotti a automi. Oppure, lo zombie può essere chiamato in causa anche per mostrare il totale asservimento al lavoro sbandierato dalla società contemporanea: un lavoratore disumanizzato e meccanizzato si trasforma inevitabilmente in living dead. Infine, come suggerisce l’autore, probabilmente il vero zombie contemporaneo non è da ricercarsi nelle creature traballanti di molto cinema horror, bensì nell’essere umano completamente sottomesso agli effetti dei media e degli audiovisivi.

Il saggio di Alessandra Daniele che chiude il libro, dal titolo La verità è nell’occhio di chi guarda. “Chi controlla la percezione della realtà, controlla la realtà”, come mostra lo stesso sottotitolo tratto da Philip Dick, è incentrato sul controllo dei media da parte del potere. Con il tono mordace e satirico che contraddistingue i suoi interventi su Carmilla, Daniele intende mettere a nudo gli apparati di potere, siano essi la presidenza Trump, il governo italiano o le varie scelte politiche ‘disumane’ messe in atto da diversi governi. Si comincia con una analisi pungente della presidenza Trump, la quale «sta defacciando l’America», cioè sta strappando agli USA «la maschera di benevolo protettore del mondo» mettendo a nudo il vero volto mostruoso del «colonialismo stragista», un po’ come gli occhiali da sole del già citato Essi vivono. Ci si sposta poi su un versante più specificamente italiano, in uno scenario in cui un nuovo partito politico, Sincerità Italiana (SI) viene votato semplicemente a causa della sua “sincerità”, poiché dice apertamente agli elettori di essere colluso con tutte le mafie, coi servizi deviati e di voler distruggere il paese sotto ogni aspetto: sociale, ecologico, politico. Poi, incontriamo un minipremier giocattolo, un pupazzetto che si muove a comando e un mondo sospettoso nei confronti di chi non rispetta le feste comandate della religione cristiana, prontamente accusato di terrorismo. Tanti scorci distopici e potenziali della realtà che viviamo ogni giorno: Alessandra Daniele è bravissima nel creare questi mondi potenziali, queste realtà parallele in cui l’immaginario gioca una ironica danza macabra con i terribili paradossi che quotidianamente emergono dalla società e dalla politica.

Certo, non basta davvero questo rapido excursus per apprezzare interamente Immaginari alterati: è necessario leggerlo e meditarlo. Perché affronta una tematica attualissima: un vero e proprio scontro tra immaginari, tra quello del potere e quello che resiste. Se ogni giorno veniamo bombardati dai media e dai social con immagini e frasi che vorrebbero uniformarci a una visione unica, acritica e senza pensiero della realtà, adesso più che mai dobbiamo costruire un immaginario resistente fatto di pensiero, critica ma anche di cultura, bellezza, capacità di organizzarsi e di stare insieme, tutti elementi lontani anni luce dagli attuali apparati di potere politico ed economico. Leggere, capire, riflettere: un piccolo passo per un immaginario di resistenza e di liberazione.

Paolo Lago

 

L. Cangianti, A. Daniele, S. Moiso, F. Pezzini, G. Toni, Immaginari alterati. Politico, fantastico e filosofia critica come territori dell’immaginario, prefazione di V. Evangelisti, Mimesis, Milano-Udine, 2018.

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