La ragazza di Chagall, di Antonella Sbuelz – una recensione di Antonio Merola

«Allora capii cos’è una lingua. La nostra prima casa. Nido. Tana. Un suono che accoglie e che cura. Ogni accento un odore familiare, un sapore o un paesaggio conosciuto. L’inflessione di ogni singola parola che diventa il tuo primo guanciale, o un rumore di passi o stoviglie, o il ticchettio del pendolo sul muro delle stanze in cui vivevi da bambino. E io presi ad amare non la lingua, ma tutto ciò che può rappresentare»

Se è vero che in ogni testo esistono uno o più passaggi che funzionano come una chiave, allora quello sopra citato potrebbe essere il passaggio giusto per raccontare al meglio il nuovo romanzo di Antonella Sbuelz: La ragazza di Chagall (2018), con cui torna a pubblicare per Forum dopo La fragilità del leone (2016). E già questa scelta sarebbe una conferma, almeno da parte di una casa editrice che punta perlopiù sulla saggistica, del talento di Sbuelz, visto che la collana (s)confini propone solamente due autori l’anno.

Giallo storico o, come lo definisce Gabriele Nissim nella postfazione, un saggio in forma narrativa «sulla condizione umana durante gli anni del fascismo», La ragazza di Chagall è probabilmente assieme entrambe le cose e nessuna. Siamo infatti davanti a un romanzo eccezionale dal punto di vista tecnico, che riesce a tenere incollato il lettore al testo attraverso una studiata serie di accorgimenti. E in serie è proprio la parola esatta. Anzitutto l’antefatto: il romanzo si apre con un omicidio da parte di una donna ai danni di un uomo, che costringe il lettore a fare i conti con gli indizi disseminati successivamente nel romanzo, anche se fuorvianti. Quando poi ci addentriamo nella storia, scopriamo che questa è organizzata su due piani temporali differenti: da una parte, il racconto dell’infanzia di Isa e di sua sorella Bettina, tra il 1928 e il 1931; dall’altra, il viaggio di otto giorni che l’adolescente Amalia intraprende assieme al padre per scappare a Buenos Aires, agli albori dell’entrata italiana nella Seconda Guerra Mondiale. E, assieme, il diario che Luisa, dopo essere stata arrestata e costretta al confino su un’isola, scrive alla figlia Amalia, sempre durante il 1940.

L’abilità tecnica di Sbuelz comincia dalla divisione in capitoli, che portano il titolo via via di uno dei personaggi principali: Isa, Luisa, Amalia o Tina. L’equazione potrebbe essere questa: per ogni capitolo, brevissimo, una scena o un dialogo essenziali. E poi si passa subito alla storia successiva. In questo modo, il lettore non si annoia mai, perché segue ciascuna storia come se si trattasse di un insieme di romanzi brevi disseminati in un unico grande romanzo. Se non fosse, che si tratta di una gigantesca ragnatela. Ciò che infatti stupisce in Sbuelz è la capacità del voltafaccia. Per tutta la narrazione il lettore crede, per dirne una, che Isa non sia altro che Luisa da bambina. E si illude, inoltre, che l’omicidio perpetuato all’inizio della storia sia stato commesso proprio da Isa ai danni del patrigno, che l’aveva ritirata da scuola durante le elementari per costringerla a casa e, come se non bastasse, abusare quotidianamente di lei. Nel frattempo, parallela si svolge la storia di Amalia: sulla nave che la porterà a Buenos Aires, la Saturnia, conosce Folco, un ragazzo ebreo poco più grande di lei, e la sorellina Tilde, che sta accompagnando in Argentina. Grazie al diario di Luisa, scopriamo intanto i retroscena della famiglia: quando Mussolini promulga le leggi razziali, la nonna materna di Amalia, ebrea che però non professava la religione, decide all’improvviso di diventare la migliore ebrea del mondo e con lei si unisce a questa battaglia individuale anche Luisa. Il padre di Amalia, invece, reagirà alla paura cercando di diventare il migliore fascista del mondo. Ma attenzione: sulla Saturnia ritroveremo lo stesso padre distrutto emotivamente e ubriaco marcio, in preda a un pentimento che non riesce bene a mettere a fuoco.

Ho provato a contarli, e sono serio mentre lo dico: ci sono almeno quattro o cinque voltafaccia principali in questo romanzo, che spiazzano continuamente il lettore e che qui, per ovvie ragioni, non possono essere esposti. Peraltro, se si tiene conto dell’epilogo finale, i giochi non finiscono qui, perché improvvisamente ci ritroviamo catapultati ai giorni nostri, nel 2018, prima in Pakistan e poi a San Daniele del Friuli. Insomma: La ragazza di Chagall mentre si propone come un giallo storico ambientato durante gli anni più crudi del Ventennio, finisce per essere il luogo in cui Antonella Sbuelz riesce a costruire un “manuale” di scrittura in cui mostrare, in un colpo solo, tutte le abilità tecniche e le strategie narrative di cui è capace, sia strutturali, sia stilistiche: oltre a essere una autrice capacissima nel dialogo, Sbuelz riesce a fare in modo che ciascuna scena scavalchi la cornice storica per proporsi come pura immagine lirica. E se c’è una pecca in questo testo, riguarda solamente l’impaginazione: mentre si legge, si ha infatti l’impressione continua che la scrittura di Sbuelz scorpori i paragrafi con andate a capo proprio laddove non ce ne sarebbe bisogno, rendendo la lettura talvolta fastidiosa.

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