La mano del Papa – un racconto di Sara Gambolati

Malinconie di Lungo Po

«E dove l’hanno portato?»

«Alle Molinette»

«No Cristo, dovevate andare al Sant’anna o al Regina Margherita. Alle Molinette lo mettono nel repartino»

«Col t.s.o ti portano là, non è che scegli. Non è che vai all’agenzia di viaggi -»

«Gli hai fatto fare un t.s.o?»

«Io? Io, secondo te? C’era perfino la polizia qui sotto. E io ero sul balcone, mi aveva chiusa fuori che non avevo neanche il golf e mi sono messa sulle spalle il sacchetto della frutta –»

«Ma chi li ha chiamati?»

«Non lo so. I Rossotto»

«Quei maledetti, è per il pluviale, me la vogliono far pagare. Mica si poteva andare avanti senza rifare il pluviale con quella macchia che ci era spuntata sul muro»

«Forse è stata la Caiazzo che stasera aveva la televisione spenta. Di giorno nessuno si accorge di niente ma di notte si sente tutto.»

«Le gocce le aveva prese? Tu controlli, vero? Devi star lì a guardare che se le metta sotto la lingua»

«Non è stata colpa mia, se è questo che intendi. E alle 17 abbiamo appuntamento col Brora»

«Ma ci sei con la testa? Io sono a Cagliari, ti sto chiamando dall’albergo, mica dal bar sotto casa! Alle 17 scalo a Roma! Queste cose succedono solo quando io non ci sono»

«Non è che succedono solo quando non ci sei, succedono perché tu non ci sei mai e mi lasci in questa situazione e io ho paura. Mi prende il panico e chiamo il 118»

«Allora li hai chiamati tu? Non importa, non importa. Ormai non mi interessa più di niente. Se era tardi magari dormivano tutti. Nei grandi condomini è così, nessuno sa mai niente, un po’ come in un paesotto siciliano. Mi dispiace per la polizia, ma pazienza»

«Non ci vado da sola dal Brora, se no finisce che acconsento alla Francia»

«Ah sì? E con quali soldi»?

«Vendiamo la casa di Casorzo»

«Ah ah, se non fossi disperato mi farei una bella risata. Invece mi viene da piangere. Vendere una casa spersa nelle Langhe col tetto sfondato»

«Allora l’alloggio di Via Cappuccina, buttiamo fuori gli inquilini. Possiamo prendere bene, andiamo anche noi in Francia e affittiamo una casetta vicino alla clinica»

«L’alloggio non si tocca, non abbiamo più niente senza l’alloggio visto che la tua famiglia non ci ha lasciato nulla se non un tetto rotto. Sei tutta matta, tu. Sei matta quanto lui. Tu l’hai fatto ammalare. Tu. Sempre a trattarlo come un principe, a farlo venire nel nostro letto, a vestirlo come un pirla con quei capelli leccati. Fino a che età entravi in bagno a pulirgli il sedere? Lo imbrotalcavi come un pupazzo. Gliel’ho detto al Brora, gli ho detto tutto»

«Smettila. Brora ha detto che è nato così»

«Ha detto che non lo sa. Che i sintomi c’erano già ma noi non ce ne siamo mai accorti, il che non è vero. È una delle sue stronzate per convincerci a portarlo in Francia. Lo sai che la clinica è sua?»

«Collabora ma non è sua. E comunque mi sentirei più sicura, verrebbe trattato con un occhio di riguardo. Tu faresti ricoverare tuo figlio in un centro di sconosciuti?»

«Io non lo faccio ricoverare da nessuna parte, infatti deve uscire dal repartino. Digli di fare una telefonata, al Brora, con tutti i soldi che gli diamo»

«Quando è ricoverato lui alza le mani»

«Che bastardo»

«Comunque a casa non lo voglio. Se tu non ci sei, io e lui da soli mai più»

«Ma di cos’hai paura pure tu? Si agita un po’, rompe qualcosa, bestemmia e basta»

«Ieri ha messo la sua urina in un bicchiere e l’ha bevuta. Ha detto che tu hai il sangue arancione e che ti voleva uccidere»

«Uccidere me che non c’ero? Ha sempre fatto tanta scena ma non è malato. Non è ammalato veramente, basta trovare un modo per farlo ragionare senza dargli addosso. Devi stare più calma. Anche io. Ci dobbiamo sedere in soggiorno, parargli come se fosse un adulto. I soldi per il centro in Francia non ce li abbiamo, gli diciamo»

«Tanto non ha mai accettato l’idea. Ti ricordi come ha dato in escandescenza quando il Brora glielo ha accennato?»

«Non avere paura, in Francia non ti mandiamo. Stai a casa con noi»

«Potremmo mandarlo a Rimini, per riposarci un po’, fanno il campo dei giovani»

«Non mi nominare Rimini. Non mi nominare i tuoi amici c.ellini del cazzo. Don Giussani del cazzo. Rimini del cazzo. I c.ellini sono amici tuoi. L’hanno fatto ammalare loro. È tornato ammalato da Rimini. È scappato appena è rientrato, tre giorni e tre notti senza avere idea di dove fosse, pensavo fosse annegato nel Po. Gli hanno fatto male, a Rimini, gli hanno fatto prendere qualcosa, sono sicuro. Io li denuncio. Scrivo ai giornali, io. Gli metto una bomba. Prima era bravo, andava anche bene a scuola. Ti ricordi?»

«Era il primo della classe. Un passo sempre avanti a tutti. Lo distinguevi subito nel gruppo, il più bello»

«Gli altri non valevano la metà di lui. Magari lo mandiamo un po’ da tuo fratello»

«Non lo vogliono, ci danno le chiavi della casa di montagna e ce la lasciano quanto vogliamo ma con loro no»

«Anche tuo fratello, eh? Se la fa sotto. È sempre stato geloso. Me lo ricordo bene come lo guardava quando è nato, con che livore. Avete sempre avuto un rapporto morboso»

«Ma tu lasceresti due figlie adolescenti sole con lui? Che va in giro senza mutande. Se lo tocca, se lo… Dio mio. Dio mio perché non muoio»

«E buttati giù dalla finestra e lasciaci in pace, me e lui! Basterebbe che tuo fratello non li lasciasse soli. Che gli stesse un po’ dietro. Dovrebbe controllare le gocce. E poi vedere dove va. Perché piangi?»

«Non è vita, questa. Non è vita»

«E io che ci posso fare? E tu? Niente ci possiamo fare. L’avrebbe detto anche il tuo Giussani. Passerà anche questa»

«Non passerà mai»

«C’era uno a Oviglio che era come lui, con la rabbia e tutto quanto, e ne combinava di tutti i colori. Una volta è andato sotto la casa del sindaco e ha sparato. Insomma, adesso ha moglie e due figli e lavora alla Fiat. Era colpa della giovinezza»

«…»

«Non piangere. Quando ci sono io non fa così. Sa che con me non può fare tutto quello che vuole. Gli do un manrovescio, io»

«…»

«Volevo dirti una cosa. Chissà perché non te l’ho raccontato subito, prima di intristirci così»

«Eh?»

«In aeroporto, a Roma, mentre aspettavo di imbarcarmi per Cagliari. Improvvisamente la gente fa ala ed ecco uno, tutto bianco, che cammina salutando a destra e a sinistra ma è come se gli altri non li veda, come se il suo mondo scorra parallelo al nostro; la scorta gli sta sotto ma lui non se ne occupa, pacifico. Era il Papa. Allora io mi sono slanciato verso di lui-»

«Il Papa? Tu?»

«Io, sì, bestia come sono gli sono andato incontro, mi sembrava una possibilità, anche se assurda. Gli sono volato addosso per toccarlo –»

«E?»

«E gli ho dato la mano. La sua era vecchia ma calda. Ho toccato il Papa, ti rendi conto? e la sua tonaca sapeva dell’appretto che usava mia madre, e i suoi occhi erano lucidi come i tuoi quando hai la febbre e i piedi freddi, e il Papa aveva le labbra screpolate come se fosse stato in pieno vento e … ho capito che sarebbe andato tutto bene, che non saremmo più andati a trovare il nostro ragazzo al repartino»

«Ma nostro figlio è là, ora»

«Ho detto: Santità. E il Papa ha risposto: sì. Una sensazione di pace infinita. Finisce tutto. Tutto»

«Quando parli così mi fai paura»

«Ho visto la fine e non era male, non così tanto. Non mi faceva più paura la fine. Non piangere. Finiamo tutti e tre insieme, come non fossimo esistiti. E non soffriamo più. Che dici?»

«…»

«Dimmi di sì. Adesso vado prepararmi. Ho il volo. Arrivo alle 21»

«Sì»

«Non fare niente»

«…»

«Hai sentito? Non fare niente da sola. Tutti e tre. Hai sentito?»

«…»

«…»

Sara Gambolati

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