Il vizio della speranza, di Edoardo de Angelis – una recensione di Edoardo Maspero

Il vizio della speranza di de Angelis muove i suoi passi nel paradosso di un fiume. Il fiume, nel suo fluire costante, persuasivo, non è solo moto di quel divenire assillante che rimodella e genera sempre il nuovo ma è anche ciò che scorre, impietosamente, senza curarsi di nulla. Così la vita di Maria, inizialmente una Caronte che accompagna giovani madri alla vendita del proprio figlio, pare immersa in quell’abissale confluire di apatia che la avvolge e che le fa sbrigare i suoi compiti in virtù di un’etica del dovere che la costringe a badare alla propria madre e sorella.

Il plot point si ha quando Maria scopre di essere incinta. Non si dirà mai durante la narrazione chi sia il padre, poiché questi, a prova delle numerose allegorie che costeggiano la vicenda, non si può vedere, nonostante il grembo della donna provi che esista. Un’ombra che lascia la traccia evidente di sé, la cui presenza è granitica e costante, seppur invisibile.

Maria proverà a fuggire dal proprio destino, cercando di portare via con sé una piccola prostituta le cui sorti, nonostante il nome ironico quanto allegorico, Virgin, sembrano anch’esse segnate dalla necessità del sopravvivere.

Un film che alterna cruda realtà a tenerezza, dove sequenze in cui le cose sembrano evolversi in meglio possono crollare nella scena successiva in un viavai di speranza e disillusione che altro non costituisce se non il vizio stesso di questa tentazione.

Interessante notare è che Maria non fugge da questo mondo, in cui la schiavitù, a detta della magnaccia ingioiellata che gestisce il traffico di neonati, è più comoda della libertà, ma proprio in questo universo si scopre generatrice d’umanità.

Un film che si presenta come un Natale a Castel Volturno. Ricco di contraddizioni che interrogano lo spettatore. Il film, esplicitamente femminile, poiché sono le donne le protagoniste, è come se si chiedesse quale sia il loro futuro e cosa possa accadere quando perdono quella parte del corpo che non è solo arto o carne.

La grazie di Maria, non quella grazia tipica d’una femminilità curata ed elegante (neovittoriana), si sviluppa nel tratto tenace della madre che vuol affacciarsi e combattere di fronte al mistero della vita. La sua figura contrasta con altri profili femminili strabordanti nella loro degradazione corporale. Ammutoliti e sconfitti nel corpo da una povertà di luoghi e d’emozioni, nei quali, fuori dal tempo, si intravedono solo mare e macerie. Ciò che è andato distrutto e ciò che non si perderà mai.

Il film, nonostante narrativamente parlando affronti un tema non scontato e incredibile, se si pensa a vari plot di altri film in sala, forse pecca di un manierismo fotografico di matrice sorrentiniana. Toccanti quelli che si possono definire i ricordi della lavatrice di Carlo Pengue, “pastore”, o Giuseppe solitario che come ultima prova di coraggio proverà ad aiutare Maria nella sua fuga. Altro non chiederà a un Dio che ha bestemmiato per tutta la vita il miracolo della nascita.

Un film che si insinua tra quelle rive del Volturno dove un tempo, sulla riva sinistra i fratelli Coppola costruirono una sorta di locus amoenus privo di criminalità e sulla riva destra, invece, si imponevano villette (non abusive, perché il comune non aveva un piano regolatore) solitarie svuotate da quel sogno di benessere.

In due inquadrature si intravede, sullo sfondo, un crocifisso; il Cristo, in esso, nel primo è cadente dalla croce e poi senza di essa. Come a dire che l’Uomo, nome che sceglierà Maria per il bimbo, verrà, e nel suo mistero, nella sua nascita a Castel Volturno, verrà stravolta l’aridità dell’impossibile.

Non deriveranno certezze, ma dubbi riguardo a un futuro indefinito. Dubbi e paure, che altro non sono se non la radice del vizio della speranza.


Edoardo Maspero

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