Il verde che viene ad aprile: poesie edite di Piero Simon Ostan

Il verde che viene ad aprile (qudulibri, 2019) di Piero Simon Ostan comincia con una scena epica: qualcuno inciampa in una zolla di terra, cade e poi si rialza. Ci troviamo nella sezione dell’ Attesa che cadenza, con nove poesie intitolate via via I mese… II mese, l’arrivo di un figlio. E la poesia con cui la raccolta si apre è una delle più ambigue: chi è a cadere, infatti? Ci verrebbe da rispondere immediatamente che sia la compagna del poeta. Eppure, eccoci a immaginare, per analogia, che a cadere sia anche il bambino o la bambina mentre compie i primi passi sulla terra, nonostante poi li compia effettivamente più avanti: «con i piedi toccherò terra/ con le mani altre mani» (V mese).

Ha ragione Francesco Tomada quando nella prefazione scrive che i figli: «rappresentano anche dei giudici impietosi […] saranno sempre capaci – per il fatto stesso di esistere, di crescere, di avere bisogno di spazio ed esempio – di mettere alla prova tutte le certezze costruite in precedenza, di imparare soprattutto dal non detto, di portare alla luce i nodi irrisolti anche del genitore migliore». Scrivere «dell’esperienza della genitorialità» non è un fatto scontato per il poeta, né a livello personale, perché si trova a fare i conti con dei fantasmi che tuttavia ancora lo definiscono, proprio come ha fatto Tomada immedesimandosi in sua madre in quella bellissima sezione dal titolo In suo nome contenuta nella raccolta A ogni cosa il suo nome (in Dot.com Press, 2016), e neppure a livello culturale.

Prima di tutto, è cambiato ormai il ruolo del padre nella famiglia contemporanea. Fare il «mammo», come dicono molti, non è affatto il termine appropriato, perché implicitamente rimanda ancora alla divisione per cui la donna doveva rimanere in casa a fare la mamma, mentre il padre rappresentava l’indiscutibile autorità familiare; è un termine di scherno, da abbandonare il prima possibile. Cerchiamo di inquadrare meglio la faccenda. Con Clifford Geertz l’antropologia arriva a una conclusione: ogni cultura è sempre particolare (cfr. Interpretazione di culture, 1973). E se allora la procreazione e il parto hanno carattere universale, come fare il genitore implica qualcosa di più: una questione culturale, appunto. In Geertz, per esempio, i balinesi si definiscono e si chiamano l’un l’altro principalmente con dei tecnonimi che rimandano proprio alla genitorialità o, meglio, all’atto del generare: essere balinese significa, per gli altri balinesi, essere padre/madre di e poi nonno/nonna di… e così via.

Francesco Remotti ha fatto un passo ulteriore in questa storia. A partire dai lavori di Favole e Allovio in Le fucine rituali (1996), con Fare umanità. I drammi dell’antropo-poiesi (Laterza, 2013) ha definito qualcosa da cui l’essere umano non potrà mai sfuggire: il modellare se stesso. E dall’imprescindibilità del fare umanità, nasce per noi un vero e proprio dramma antropo-poietico:

«Da un lato tutti “noi”, esseri umani, siamo tenuti, quasi “condannati”, a costruire, in un modo o nell’altro, umanità, ma dall’altro lato c’è una forte carenza di mezzi, di idee, di condizioni, di strumenti. Siamo chiamati a fare umanità […] ma non ne siamo granché capaci».

Ecco perché tentativi come quello di Ostan sono importanti. Fare il genitore è una delle maggiori forme del fare umanità. Da un lato, ci raccontano che cosa significa fare il genitore oggi e in Italia (quindi: in una particolarità culturale, che si evolve continuamente), e dall’altro il conflitto che nasce nell’individuo tra il modellare e l’essere modellato. Scrive Ostan, forse senza sbagliarsi: «gli squarci e le spaccature/ provano chi siamo». Se infatti «c’è un tagliaerba per ogni famiglia» è anche vero che «Dal terrazzo non si vede l’aumento del prezzo al litro/ quello è chiaro solo passandoci di fianco». Come a dire: il tagliaerba (cioè il modello culturale) potrà anche essere identico per ogni famiglia, ma ciascuna lo declinerà poi diversamente nel proprio microcosmo privato. Se dalla cima essere un ottimo genitore occidentale significherà cose come mandare i figli a scuola e poi mandarli all’università, avvicinandoci a ciascuna famiglia scopriremo un micro modello del fare umanità all’interno di quel modello macro e omologante; un micro modello che potrà entrarci in conflitto o aderirvi, tenendo anche presente che il modello principe non è tuttavia stabile ma in continua evoluzione.

E così: «Tu spegnerai le candeline/ e ne saprai sempre più di tutti noi», perché non c’è solo un face to face tra il macro e il micro, ma anche, all’interno del micro, tra genitore e figlio. Ciò che è interessante nella raccolta di Ostan è proprio il conflitto e la continua ridefinizione, che dal fare il genitore si allarga fino a comprendere tutta la società: «le nostre vite sono lontane un muro/ ma corrono parallele […]» scrive più avanti in una poesia intitolata V. meteo, dove i membri di un condominio che di solito si limitano a ignorarsi o a salutarsi in modo formale, in seguito a un brusco temporale che fa saltare l’illuminazione, improvvisamente cambiano approccio: «Ma una mattina, dopo la bomba/ d’acqua, ci siamo domandati come/ stavamo, se c’era bisogno, abbiamo/ ascoltato sull’attenti la risposta/ e come fosse potuto accadere/ tutta quella pioggia in una volta.» Qui l’enjamblement bomba/acqua non si può ignorare. Se la cultura ci rende diversi, Ostan ci racconta una scena in cui il pericolo comune dovrebbe ridefinire, o meglio azzerare, le differenze culturali. Il pericolo ha la forza di un black out culturale come in un’altra poesia, che riguarda sempre il temporale, dove il poeta si trova a tornare a casa immerso nel buio e a scoprire la paura e assieme lo stupore del non riconoscere più il conosciuto, quasi gattonando di nuovo: «la gioia della mano che rintraccia la maniglia/ la sorpresa del piede dopo l’ultimo scalino». È triste pensare a un’umanità unita solo dal pericolo, eppure è la prova più grande che deve affrontare il mondo contemporaneo e speriamo che Ostan abbia ragione.

C’è poi un altro aspetto in questa raccolta, che sottolinea in chiusura la nota di Guido Cupani: in questo gioco intorno alla genitorialità, esiste anche quella del poeta nei confronti della propria opera, «una creatura strana» che «a differenza di un embrione, un libro non ha da subito tutte le sue parti al posto giusto, abbozzate ma riconoscibili: può capitare che nel corso dello sviluppo una gamba e un braccio si scambino di posto, che la coda diventi una testa, addirittura che quello che era in origine un corpo unico si spezzi in più parti. Esperienza unica? Diciamo pure inquietante. Vista in quest’ottica, la responsabilità dell’autore è tremenda […] l’opera dev’essere un corpo vivo, non un automa…» Sarebbe interessante proseguire gli studi di Remotti con una antropo-poiesi della genitorialità e persino una della genitorialità poetica, qualcosa di simile a quanto ha già tentato Iuri Lombardi con Carlo Levi e la nascita del romanzo antropologico. In questo percorso, opere come quella di Tomada o di Ostan sono essenziali, perché da un punto di vista culturale: «nessuno può farsi da sé il suo nome».

Nota di lettura di Antonio Merola a Piero Simon Ostan, Il verde che viene ad aprile (qudulibri, 2019)

Dalla sezione Attesa:

I mese

Il tuo piede in fallo nel buco vecchio
scavato dal cane, investito dal verde:

il cadere scoordinato sull’erba,
un respiro profondo e l’allargare
le braccia, per sentirla infastidirti
un poco la pelle, lo sgranchirti
ad occhi chiusi, con le palpebre
rosse, invase dal sole.

Saresti rimasta più di quel solo istante.

Ti vedo saltare su in piedi, i resti
di fieno toglierli in fretta, pensando
ai pesticidi e a tutti i veleni
impregnati tra l’erba.

Ma più che altro era il fuggire
da questa terra imbrattata
che non dà più figli

V mese

ho le mani piene di dita e le braccia piene di mani
ho i piedi pieni di dita e le gambe piene di piedi
con le dita delle mani conto i piedi, con le mani tocco i piedi
con le dita dei piedi tocco le mie mani
poi riconto le dita, ma perdo il conto.

Con la mano tocco l’altra mano
con un piede l’altro piede
con i piedi toccherò terra
con le mani altre mani.

È con tutto questo muovermi
che ho fatto tanti muscoli
e mi saltano i nervi a stare fermo qui.

Con la mano tocco l’altra mano
con un piede l’altro piede
con i piedi toccherò terra
con le mani altre mani

*

Dalla sezione È così anche il nostro stare qui:

II. tra i denti resta salda

cinque minuti stavano i poeti sul palco
duravano tre o quattro poesie.

Siamo venuti a trecentocinquanta
chilometri a sentirli scandire i versi.

Segnavo i nomi, i titoli dei libri e mi fissavo
sul prato o sul muro marrone del castello.
Toccandoti col gomito sapevi ti avrei chiesto
conferma della bravura di quello di turno.

Dopo la mia solita spiegazione
da addetto ai lavori, mi hai fatto notare
di avere una cosa tra i denti.

Sono un aquilone, con te che hai il filo stretto
tra le mani, decidi l’altezza valutando il vento,
mi tieni in alto fino al confine del taglio
poi mi riporti giù, poco prima della vertigine.

La poesia tra noi è la cosa infilata,
tra i denti aggrappata, resta salda
serve a me e a te

*

Dalla sezione La consistenza delle nuvole:

X. un albero

il vento e gli alberi spiegano
sospetto sappiamo che li ascolto

Roberto Ferranti

ho iniziato a sognare la notte
gli alberi e pensavo a cosa è stato
a seccarmi il cuore, a fare di pietra
le pupille: le parole degli uomini
– mi sono detto -, quelle scagliate
a velocità della luce, che tornano
come ritornello e poi sembrano
andate per sempre nell’orbita di altri
pianeti perduti e poi si intrufolano
nelle pieghe del viso e straripano,
allagano e guastano per sempre.

Ho iniziato ad essere la notte
un albero, è questo grumo di terra
la mia casa, nel bosco ascolto
il passaggio di linfe, il respiro
delle foglie, ho messo qui
le nuove radici e ora finalmente
abbraccio la mia vita terrena
nessuno più mi parla con parole
gli alberi cantano il vento

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