Il fico – un racconto di Sara Gambolati

Dai piedi dell’olmo dove si raccoglievano nelle ore più calde per passarsi la brocca dell’acqua, i mezzadri della Gara guardavano il paese nei suoi elementi principali: la chiesa di San Sebastiano, il camposanto dirimpetto e la cantina sociale che divideva le casupole vicine agli acquitrini dalle cascine della parte alta, rallegrata dai vitigni e dagli alberi di pesche.

Questa distinzione aveva comportato la formazione, nel tempo, di due fazioni che al bar bevevano a tavoli diversi ma ballavano insieme sotto il tendone la notte di San Lorenzo, quando i paesani erano tutti ubriachi, le donne piuttosto licenziose e le case uguali l’una all’altra.

Continuavano a distinguersi nell’immaginario collettivo solo la casa degli Allorio che aveva una veranda denominata jardin d’hiver, e quella dei proprietari della Gara.

Costoro, al momento di lasciare la cascina ai mezzadri, avevano voluto comprare l’abitazione che consideravano maggiormente rappresentativa perché situata proprio alla fine delle curve dove due volte la settimana si fermava la corriera, e perché una palma spelacchiata si ergeva accanto al pozzo. La casa aveva anche un fico che ombreggiava metà del cortile dove cresceva la menta selvatica fra le crepe del cemento e, adiacente al muro di cinta, un gabinetto che scolava direttamente sulla strada.

Ora, siccome chi vi si chiudeva dentro doveva sopportare gli schiamazzi dei bambini che saltavano sul coperchio del letamaio, fu pensato quasi subito di ingentilire la casa con un bagno padronale.

Dai piedi dell’olmo, alla Gara, i mezzadri lo potevano vedere sorretto da colonnine di porfido proprio sopra la porta d’ingresso, sporgente sulla facciata come un naso. I proprietari ne andavano fieri come di un jardin d’hiver e non mancavano mai di invitare gli ospiti di riguardo come il prevosto o la maestra a farne uso. Tutti gli altri dovevano servirsi di quello esterno o andare nel prato sul retro da dove, se non stavano attenti, gli vedevano il sedere fino dal sagrato della chiesa.

C’era infatti un belvedere che dominava le colline e permetteva il controllo su chi entrava o usciva dal paese e su buona parte delle attività che si svolgevano all’interno dei cortili: la cardatura dei materassi, la sbiancatura della canapa, la legatura delle fascine; le corde del bucato, le fila dei cesti per la frutta e le figarole allineate.

Il fico dei proprietari della Gara era così alto che la figarola e le aggiunte di fil di ferro non bastavano ed era necessaria la scala grande, conservata nel fienile della Gara, per cogliere i frutti sui rami più in su. Si incentivava perciò i ragazzi del paese ad arrampicarsi a mani nude fino in cima concedendo qualche fico a chi scendeva con almeno un paniere.

Il Gioachin, renitente alla leva, interrompeva spesso gli ozi che conduceva nel granaio del padre, dove era nascosto, per infilarsi fra le fronde. Con la bocca piena di polpa granulosa rimirava, attraverso le foglie, il profilo dell’Angiulina che si spazzolava i capelli alla finestra del bagno. C’era, in quei ricci colore dell’orzo che si sfaldavano sotto i colpi della spazzola, una promessa di dolcezza della quale il frutto sembrava solo un anticipo sugoso. Il Gioachin si leccava le dita appiccicose e, stringendo il manico del paniere, aguzzava la vista per scorgere bene la curvatura del petto, la pelle fra il collo bianco e il merletto della camicia e i bottoncini di madreperla che tiravano. Si sentiva dentro tutta un’energia che sicuramente era fuoco del peccato, come tuonava il prevosto sotto la corona della chiesa di San Sebastiano, e pensava che sarebbe stato bello accompagnare l’Angiulina a vedere i falò tendendola per mano.

La ragazza, quel mattino, dopo aver tolto i capelli impigliati fra i crini della spazzola e averli osservati scendere nel vento a larghi cerchi prima di diventare invisibili nel sole che andava intiepidendo, chiuse improvvisamente la finestra creando un bagliore fulmineo. Il Gioachin si sentì gelare, e con ancora l’impressione di puntolini che ballavano negli occhi, cominciò a scendere dal fico. Appoggiò il paniere alla biforcazione di un ramo e si lasciò cadere, silenzioso. Gli era parso di veder baluginare qualcos’altro oltre al vetro, più in là della sporgenza del bagno, vicino alla prima delle curve: il cofano di una camionetta militare. A capo basso prese a risalire il prato dietro casa e quando sentì il rombo del motore si mise a correre con tutta la camicia che usciva dai pantaloni. Ogni tanto si voltava per controllare se qualcuno lo seguiva, e poi tornava a guardare fissamente la macchia di noccioli dove tante volte si era nascosto da bambino quando non voleva che gli tagliassero i capelli.

Mentre attraversava il prato, si udì un colpo.

I mezzadri alla Gara misero giù le falci per proteggersi gli occhi con la mano, l’Angiulina appoggiò la spazzola sul bordo del lavello, e in ciascuna casa del paese ci si domandò a chi fosse toccata.

Era toccata in sorte al Gioachin, avvistato dai tedeschi appostati sul sagrato e colpito col fucile a ripetizione. Il ragazzo cadde con la faccia sull’erba e sentì per un attimo le foglie del trifoglio che sembravano la mano fresca di sua madre sul viso quando aveva la febbre, ma non vide il muschio né la rugiada che ancora non si era asciugata, né le campanule che l’Angiulina si metteva sempre sulle orecchie. Era già morto.

Che tutto ciò fosse avvenuto nel prato dei proprietari della Gara, creò un certo scompiglio. Non per la morte di per sé che in tempo di guerra è come un famigliare impiccione ma scontato, quanto piuttosto per il costo delle esequie.

Il padre del Gioachin disse piangendo che se il figlio non fosse stato intento a cogliere i fichi non sarebbe stato avvistato, né braccato, né colpito, e che questo gli dava credito a un minimo di risarcimento. La bara, diceva, o magari una lapide in granito.

I proprietari della Gara, puntualizzando anche se era brutto a dirsi, che il paniere era vuoto e che sarebbe toccato al padre del Gioachin saldare il costo della marmellata che non si sarebbe mai potuta fare, non sembrando comunque il caso di insistere, offrirono per la veglia la camera matrimoniale.

Questa stanza, dalla quale si accedeva direttamente al bagno, aveva un letto scomponibile e una culla di legno, piena, ora che i bimbi erano cresciuti, solo di pile di lenzuola; fu svuotata e riempita con le ortensie del giardino, e il Gioachin fu posto sulla parte di letto del marito con le mani in croce e le scarpe buone.

L’Angiulina, per l’occasione, aveva acceso molte candele sul comò e si era fatta i riccioli col ferro: forse avrebbe potuto esserci il Sacarlot tra la gente assiepata sulla scala con gli scialli scuri e cappelli rigirati fra le mani, qualche scarpa col terriccio incastrato ancora nelle suole. La madre l’aveva già ripresa un paio di volte, brandendo la scopa come un bastone ma alzandola appena dal pavimento perché gli ospiti non capissero: il suo compito era starsene in cucina per offrire i dolci di zucchero a quanti vi passavano e il vino dal fiasco agli uomini, solo un goccio.

Il prevosto non ne volle. Allontanando il fiasco col dorso del breviario, disse che era una vergogna perdere giovani in quel modo e si infilò un dolce nella manica, per dopo.

Le orazioni che condusse furono sommesse e interminabili. I vetri delle finestre si erano appannati, anche quelli delle altre stanze, e spesso qualcuno aveva bisogno di accedere al bagno per rinfrescarsi il viso e odorare i mazzolini di lavanda che sempre la buona Angiulina aveva preparato sospirando. Fu necessario mandare qualcuno alla Gara a prendere le botti, perché la ragazza risultava un po’ troppo generosa, e alla fine anche il prevosto si lasciò tentare e, sedendosi sotto il fico con la tonaca fra le ginocchia, scuoteva spesso la testa pensando alla giovane età del Gioachin. Finì che furono presi dalla cantina un paio di salumi e alcune forme di formaggio e fu imbandito, sul coperchio del pozzo e sul cassone del carro, un rinfresco alla buona ma caro quasi quanto una bara di pino.

Il padre del Gioachin si sentì confortato; il padrone di casa anche, perché tutti i paesani avevano visto coi loro occhi i doppi i rubinetti e le piastrelline a finto mosaico, e l’Angiulina perché il Sacarlot le aveva rivolto un sorriso triste, mezzo nascosto nel bavero della giacca.

Il prete diede un’ultima sorsata di moscato e se ne andò senza ripetere più che era una vergogna. Tanto lo pensavano tutti, anche i mezzadri che non erano stati invitati.

Sara Gambolati

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