Il celestiale Bibendum di Nicolas de Crécy: una recensione

Copertina de Il celestiale Bibendum di Nicolas de Crécy (Eris Edizioni, 2015).

Se c’è una forma d’arte che è riuscita, nel corso dei secoli, a sommare e sintetizzare le capacità del mezzo letterario e del mezzo visiva, la narrazione per immagini, questa è sicuramente il fumetto. Che sia giapponese[1], italiano o francese, non è altro che il più perfetto punto d’incontro fra due modalità del racconto, che al di là di esso (del fumetto) sembrano non riuscire a trovare una forma altra che possa includerle davvero l’una nell’altra e viceversa, in maniera esaustiva, in modo tale da coinvolgere e soddisfare le necessità di entrambi – del racconto e dell’immaginazione da una parte e del racconto e dell’occhio dall’altra.

Il celestiale Bibendum è un ottimo esempio di questo tipo di sintesi, in un complesso reticolato di rappresentazioni, situazioni oniriche e complesse, immagini sbiadite ma, allo stesso tempo, piuttosto nitide e radicate nella necessità umana di dare concreta forma a concetti astratti, potremmo dire addirittura astrali.

La trama è piuttosto semplice, per quanto assurda: Diego è una foca vagamente antropomorfa che arriva a New York sur Loire, camminando con l’ausilio di due stampelle e una singola scarpa, in questa grande città caotica e opprimente, all’interno della quale arriva appositamente per vincere quello che Nicolas de Crécy chiama il premio Nobel per l’Amore. Mero strumento di una classe di potere, in questo caso la grottesca classe pedagogica municipale, che altri non è che la classe, potremmo dire, “accademica” dei professori, Diego diventa poi strumenti di un altro uomo di potere, che a sua volta è, paradossalmente, schiavo del suo stesso ruolo, cioè Satana. Questo poi diventa parassita del corpo del protagonista, rendendo evidente il fatto che un protagonista, in ultima battuta, non è mai esistito.

C’è da considerare il fatto che il fumetto in questione, una delle tantissime chicche nel catalogo di Eris Edizioni,

Una tavola tratta da Il celestiale Bibendum (NIcolas de Crécy).

a distanza di qualche decennio dalla prima realizzazione dell’opera, è da incastrarsi, da parte del lettore italiano, in un luogo e in un posto lontani dal luogo e dal tempo in cui ora noi leggiamo Il celestiale Bibendum.

Al di là di questo, però, si può indubbiamente, anche in un luogo e in un tempo altri, arrivare ad alcune conclusioni su un’opera comunque ambigua, oltre che necessariamente stratificata.

Diego è giovinezza ingenua, muta e spaesata, nelle mani della classe dirigente, quella formata da vecchi uomini di potere, pronti a modellare giovani coscienze per i loro scopi, principalmente per creare, con le loro stesse mani, a loro immagine e somiglianza, o meglio, a loro comodo, un simbolo ambulante che possa creare una patina di, in questo caso, amore e piacevolezza. Lombax, dall’altra parte, narratore e personaggio insieme, è un esiliato della classe dirigente, poi reso strumento della stessa dopo la sua bizzarra morte, che lo rende una testa parlante e poi una doppia testa parlante sopra una scrofa con la testa di lupo, costretto a vagare per una New York sur Loire devastata e deserta – mentre l’autore, parallelamente, mostra al lettore un Diego posseduto (o, per meglio dire, manovrato) da Satana e in dialogo col gruppo rivoluzionario dei cani, flaccidi canidi antropomorfi, con lunghe orecchie ballonzolanti ed eleganti completi da gangsters, oltre che un’eleganza che genericamente viene attribuita alla loro controparte felina. De Crécy costruisce quindi due fili narrativi, intrinsecamente legati fra di loro: uno è quello che pare il principale (anche se non esiste nessun personaggio o narrazione principale, in quest’opera), che racconta la storia di Diego dal momento in cui arriva in città, al momento in cui vince il famoso Premio Nobel per l’Amore – dopo il quale si passa alla seconda parte, in cui Lombax è sempre più evidentemente uno strumento della narrazione, più che personaggio.

Un’altra delle questioni più importanti sorge proprio nell’ultima parte dell’opera, quando si comincia a parlare di chi sia veramente Peter Minuit, figura fumosa all’inizio, che si fa sempre più chiara nel corso del tempo. Egli è l’iniziatore della razza umana, arrivato a New York sur Loire su una grande nave merci, nella quale candidi pneumatici Michelin[2]. Egli altri non è che una sorta di surrogato capitalist-industriale di Dio o, perlomeno, di un demiurgo leggendario.

Una tavola tratta da Il celestiale Bibendum (Nicolas de Crécy).

Il sottotesto del Celestiale Bibendum è, in ultima battuta, sicuramente anticapitalista, oltre che critico nei confronti della classe dirigente e accademica – una critica che oggi, vent’anni dopo, può risultare ancora attuale, seppur con un filtro socioculturale diverso rispetto all’occhio della fine del secolo scorso.  Il principio umano è industriale e quindi destinato al fallimento, la città del demiurgo è infatti lurida, claustrofobica, così come lo stile dell’autore, che aderisce perfettamente all’atmosfera della narrazione, riportando agli occhi del lettore immagini che permettono a quest’ultimo di riformulare e costruire reazioni perfettamente coerenti con quello che sta osservando/leggendo: scorrendo fra le pagine del Celestiale, si può sentire facilmente la puzza di sudore degli altri avventori del locale in cui Diego e il suo “amico” cane si intrattengono all’inizio del fumetto. La stessa città in cui la storia di Crécy è ambientata – che è chiaramente una Parigi alternativa, che prende il nome della città capitalista per eccellenza, ovviamente americana – sembra appena stata attraversata da una qualche catastrofe ambientale di sorta, se non l’Apocalisse stessa: se prima è tutto sovraffollato, tutto diventa poi deserto, svuotato di ogni cosa.

Diego è un pupazzo primordiale, in balìa di uomini formati da altri piccoli ominidi color carne chirurgicamente applicati, da riempire con buone o cattive intenzioni, nell’ottica di riempirlo di tutto, ma soprattutto di niente.

 

Sara Giudice

 

Note.

[1] Questa ha spesso, nel più universale mondo del fumetto mondiale, creato un mondo a sé; non solo per quanto riguarda lo stile del manga, che in Occidente pochissimi hanno fatto proprio senza scadere nel ridicolo – es. Igort (Igor Tuveri).

[2] Non a caso il titolo dell’opera è Il celestiale Bibendum. Bibendum è infatti il nome che, in Francia, venne dato, all’epoca, al nostrano “omino Michelin”. Diego, una foca ma anche uno dei primi uomini, in questo caso, è una sorta di Messia venuto sulla Terra, o anche una manna antropomorfa – Bibendum, infatti, viene dal cielo.

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