I cento pozzi di Salaga, di Ayesha Harruna Attah – una recensione di Sara Gambolati

    Copertina di I cento pozzi di Salaga, di Ayesha Harrunna Attah (Marcos y Marcos, 2019).

C’era una volta la città di Salaga sulla rotta dei viaggiatori; c’erano le carovane che arrivavano all’alba, annunciate dai tamburi: cammelli e cammellieri, donne con fagotti come nuvole in equilibrio sulla testa, i suonatori di zucche e infine, maestoso, il madagu a cavallo, che salutava la folla col turbante color cielo e la pelle luccicante di burro di karitè.

I cento pozzi di Salaga, romanzo della scrittrice ghanese Ayesha Harruna Attah ed edito da Marcos y Marcos, prende il via dalla festa popolare che accerchia la carovana proveniente dal mondo mai visto, quello oltre le schiere di baobab. Con allegria si preparano il tuo – la prima parola in lingua hausa a venirci tradotta – che è un preparato di acqua e pasta di miglio, le polpettine di riso fritto dette maasa, i budini di cereali e si fanno girare le calabasse, intagliate nelle scorze della zucca e colme di zuppa speziata.

La carovana è promessa di abbondanza e avventura. Il rullo dei tamburi scaccia la paura che sia vero quello che si racconta di villaggio in villaggio: che, oltre i baobab, ci siano scorribande di predoni che bruciano le capanne e si trascinano dietro catene di uomini arsi di sete con l’anello al collo; molti ne muoiono per via.

Non si tratta di uomini bianchi: inglesi, francesi e tedeschi sono ancora un pericolo imprecisato, solo chimera di possibili alleanze che rintuzzano la litigiosità delle tribù. Siamo in epoca precoloniale ed è l’uomo nero che mette che i ceppi al suo fratello nero, l’uomo nero che sottomette le sue donne. Forme di sottomissione a volte umanizzate dalle relazioni che si allacciano fra schiavi e padroni, a volte no.

Il suggestivo arrivo della carovana è presto seguito dalla deriva di Salaga, i cui pozzi cominciano a puzzare perché le acque non toccate, non usate, non bevute a causa della guerra divampata fra le tribù, stanno imputridendo.

Procedono in parallelo le storie delle due protagoniste, Aminah, ragazza di villaggio abile e volenterosa rapita dai predoni e testimone impotente della morte dei suoi famigliari, e Wurche, principessa della tribù dei Gonja che l’ha comprata al mercato degli schiavi e sa cavalcare e sparare ma non viene mai ammessa al tavolo dei negoziati. Tutte e due stanno per sposarsi con uomini che non hanno scelto quando perdono i loro padri, quello di Aminah col carico di scarpe da vendere disperso sulla rotta di Salaga, e quello di Wurche travolto dalle sue stesse ambizioni di potere. Tutte e due, rimaste senza protezione, convergono verso l’amore dello stesso uomo dall’affascinante colore blu, Moro, predone sensibile che le amerà in modo diverso. Dopo che molto sangue e molte lacrime sono stati versati in Salaga e dintorni e già si notano i sintomi della precarietà fisiologica dei rapporti fra le tribù, passerà da bocca di donna a bocca di donna un messaggio di pace. Quando la promessa non sarà più contenuta nel passaggio di una carovana ma nella nascita di una bambina metà bianca e metà nera, miraggio di una possibile riconciliazione fra i popoli, Aminah e Wurche saranno finalmente amiche. Hanno scoperto di avere qualcosa in comune: ciascuna ha capito chiaramente di voler essere una donna libera.

In questa bella storia ritroviamo le figure delle nostre fiabe, da Fantaghirò a Sfortuna che ammansisce la Mala Sorte, alla Bestia dal cuore ammorbidibile come il burro di karitè sulle foglie di banano. La fiaba è esotica e il bilancino della verosimiglianza da riporre nel cassetto. Il vissero felici e contenti non è mai un finale realistico, è la contro storia cioè l’intenzione del racconto. Non ha importanza che Moro, dopo alcune considerazioni scambiate con Aminah, condite d’amore e dalla precognizione dell’art. 4 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo in proposito di schiavitù, capisca prontamente che sia più nobile ritirarsi a coltivare un fazzoletto di terra piuttosto che incatenare i suoi simili; né che una donna come Wurche, un secolo prima del V-Day, si sogni di chiedere alla sua maestra coranica come soddisfi gli desideri sessuali. Non stiamo leggendo l’asciutta Chiamanda Ngozi Adichie che, nel bellissimo Quella cosa attorno al collo, ci spiega l’Africa reale, dove non si crede nella scelta ma solo nella necessità. Aminah riflette vagamente sulla fatalità giocherellando con l’orlo della tunica, ma poi si distrae perché lei è decisamente un personaggio che vuole decidere della sua vita. L’autrice di questo romanzo, nata in Ghana e discendente di una schiava che si è lavata in uno dei cento pozzi di Salaga, ha studiato alla Columbia University ed è rientrata nel suo paese nutrita di speranza; quello del libro è un bel messaggio: uomo libero, donna libera. Il cuore della donna è immenso come tutta Salaga. L’amore vince sempre.

Forse non sono solo fiabe e noi vogliamo crederci e lasciarci trascinare dal vorticare dei turbanti della carovana. Per il Ghana di fine Ottocento non è stata così semplice così come non lo è, oggi, per il resto del mondo ma non si può mai dire.

La Storia non è ancora finita.

 

Sara Gambolati

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