Ho deciso il cervo non nasca più cerbiatto: lettera aperta a Paola Mastrocola e Massimo Recalcati PARTE SECONDA

Torna Errata corrige: la rubrica epistolario ideata e a cura di Danilo Luigi Fusco. Questa volta però abbiamo una novità: cioè non una, ma ben due lettere! La prima è indirizzata a Paola Mastrocola, autrice di L’amore prima di noi (Einaudi, 2018); la seconda, invece, a Massimo Recalcati, autore di A libro aperto – Una vita è i suoi libri (Feltrinelli, 2018). Fusco cerca il confronto con entrambi a proposito di alcune importanti questioni di mitopoiesi. Quali? Fidatevi, c’è veramente di tutto.

Anche per questa puntata Yawp ha deciso di porsi come tramite di queste lettere nella speranza che si possa avviare un dialogo costruttivo e, qualora lo volesse, offre già da ora a Mastrocola e Recalcati la possibilità di intervenire con dei nuovi contributo. Quale che sia la verità, lo giudicherà il lettore, che invitiamo a prendere lettura anche dei lavori degli autori citati, così da elaborare liberamente una propria sintesi. Per facilitare la lettura online, si riporta ogni volta la fonte di una citazione per intero.

Se sei finito subito qui, recupera la prima parte indirizzata a Paola Mastrocola.

 

***

Sig. Recalcati, Calipso. La marina Calipso. Proprio Calipso è il motivo per cui Le scrivo dal momento che la ninfa è legata allo scritto Il ritorno, primo capitolo della seconda parte della Sua opera A libro aperto – Una vita è i suoi libri.

Le prime parole che Le rivolgo sono proposizione di scusa; umilmente mi scuso per la sgradevole struttura bipartita di questa lettera: la mia capacità mitografica è acerba e incapace di gestire in maniera universale una tematica mitologica – mi trovo ancora costretto ad affrontare in maniera settoriale gli argomenti di un singolo mito, dunque mi appare ancora utopistica la possibilità di affrontare due episodi letterari in una visione unitaria. Ammiro Lei e la sig.ra Mastrocola perché riuscite a trattare in maniera complessiva una vicenda mitologica; spero di seguire (in parte) il Vostro esempio. La mia sintassi non è una recusatio o una captatio benevoletiae ma un’effettiva incapacità narrativa; spero che la struttura bipartita non risulti davvero così sgradevole come a me appare. Per onestà intellettuale sono consapevole di scriverLe una lettera seguendo un metodo analitico differente da quello usato precedentemente con l’opera di Paola Mastrocola; Lei ha seguito un percorso accademico in Filosofia e in Psicologia dunque non appartiene alla stessa formazione letteraria: avrò cura di usare strumenti filologici soltanto quando strettamente necessari, spostando la mia scrittura verso una breve e lieta conversazione simposiaca.

Lei incentra il capitolo Il ritorno sull’amore di Odisseo verso la patria, la moglie, il figlio e sottolinea la bellezza della fedeltà coniugale dell’eroe greco resa sublime nell’episodio dell’addio a Calipso. Per molti letterati l’onomastica greca, riportata in traduzione e in fonetica italiana, rappresenta un motivo di diligenza grammaticale (parole nate in ambito lessicale greco conservano le regole fonetiche dell’idioma greco; riporto un esempio: l’accento proparossitono di Eurìdice e Giàsone è la pronuncia greca corretta rispetto all’accento parossitono di Giasòne ed Euridìce). Da canto mio reputo che la questione dell’onomastica debba essere risolta con un semplice sentimento di rispetto verso il contesto linguistico cui ci rivolgiamo: non sento pronunciare il francofono Michelle con la medesima velare con cui si pronuncia il sostantivo ‘cherosene’; allo stesso modo reputo che anche per i grecismi debba essere riservato uguale buonsenso. Lei definisce per l’interezza del capitolo il protagonista dell’opera greca Odissea con il nome Ulisse; la citata adesione al contesto avrebbe richiesto la preferenza del greco Odisseo sul latino Ulisse.

Dopotutto sono ateo e sono stato battezzo con un primo nome privo di santo patrono dunque possiamo definire la questione dell’onomastica (ironicamente) secondaria.

Lei sostiene che il nucleo di bellezza sulla vicenda di Odisseo risieda nella fedeltà coniugale di Odisseo e nella scelta di rifiutare l’immortalità propostogli da Calipso in nome dell’amore verso la moglie Penelope:

Non si deve mai dimenticare che il suo naufragio [N.d.C. il naufragio di Odisseo] è il risultato del rifiuto dell’immortalità promessa dalla dea Calipso in cambio del suo amore. […] Già da bambino mi sembrò una scelta di forza inaudita: preferire la propria famiglia all’immortalità! Com’era possibile? Quanto Ulisse deve avere amato? Perché non ha ceduto alle lusinghe della divina e bellissima Calipso? (dal Suo libro, pag. 75)

Era, appunto, la sua profonda fedeltà [N.d.C. la fedeltà di Odisseo]. Una fedeltà tale che lo aveva portato a rinunciare persino all’immortalità (dal Suo libro, pag. 77)

Lei applica alla lettura del testo omerico un errore comune per chi non proviene da un ambito letterario, ovvero il combinatorismo lessicale, nel momento in cui sovrappone la nostra concezione di fedeltà coniugale alla concezione di fedeltà coniugale greca. Una persona in qualità di studioso, e ancora prima in qualità di lettore, non deve applicare le proprie strutture mentali alle ideologie espresse in un’opera storica, perché quest’ultima possiede una differente rappresentazione di valori etici e morali. La sovrapposizione di culture storicamente lontane genera una falla di anacronismo linguistico (un errore portatore a sua volta di successivi errori). Lei paragona la concezione di fedeltà presente in Ulysses di James Joyce alla fedeltà descritta da Omero in Odissea sostenendo il fallimento dei valori del protagonista dell’opera irlandese:

Ma diversamente dal Bloom di Joyce, l’Ulisse di Omero non cede sul suo desiderio. […] Bloom è tradito e abbandonato dalla propria compagna, e la sua solitudine è senza redenzione. Ulisse invece resta fedele innanzitutto alla sua memoria, dunque alla sua famiglia e alla sua donna (dal Suo libro, pag. 75)

Herbert James Draper – Calypso’s Isle

Sig. Recalcati, se davvero applicassimo il concetto di fedeltà coniugale greca alle nostre attuali vite, saremmo tutti vittime di adulterio – saremmo tutti cervi (cito sarcasticamente il titolo di questa lettera, a sua volta rimando all’uccisione del cervo di Artemide che innesca l’episodio mitologico sul sacrificio di Ifigenia). Nell’opera omerica la fedeltà di Odisseo è preservata soltanto in ottica greca (lo sposo greco aveva diritto a una libertà sessuale extraconiugale limitata da minime eccezioni di condotta sociale) ma non possiede la medesima integrità giuridica ed emotiva applicabile alla società di inizio Novecento di J. Joyce o ai giorni nostri: Odisseo trascorre anni e giace a letto per anni con alcuni personaggi femminili incontrati nel corso dei propri viaggi, come Circe (un anno) e Calipso (sette anni); la durata delle vicende extraconiugali dell’eroe greco è talmente ampia che l’intreccio narrativo è stato rifunzionalizzato in ottica mitologica, dunque politica: poeti successivi ai poemi omerici hanno sfruttato questi intervalli temporali per presentare in chiave di legittimità aristocratica una discendenza filiale nei vari luoghi in cui Odisseo si è fermato (da Circe e da Calipso proviene la discendenza odisseica più importante, incarnata rispettivamente da Telegono e dai fratelli Nausitoo e Nausinoo; e da alcune linee di discendenza che presentano una maternità ambivalente tra le due donne come nel caso degli eponimi Latino e Ausone). Riporto degli esempi in versi sull’intimità sessuale nel rapporto tra Odisseo e Circe (Odissea, libro decimo) e tra Odisseo e Calipso (Odissea, libro quinto):

Ma su, rimetti la spada nel fodero, e tu [N.d.C. Odisseo] ed io [N.d.C. Circe], insieme
saliamo sul nostro letto, uniamoci in amplesso di amore (da Omero, Odissea, X, 333-334, traduzione di Vincenzo De Benedetto e Pierangelo Fabrini, BUR, 2018)

E dopo che ebbe giurato e completato il giuramento,
allora io [N.d.C. Odisseo] salii sul bellissimo letto di Circe (da Omero, Odissea, X, 346-347, traduzione di Vincenzo De Benedetto e Pierangelo Fabrini, BUR, 2018);

[…] la dolcezza del vivere si dissolveva nel pianto
per il ritorno, perché non gli piaceva più la ninfa [N.d.C Calipso].
Certo la notte dormiva sempre, per forza,
nella cava spelonca, controvoglia accanto a lei che voleva (da Omero, Odissea, V, 152-155, traduzione di Vincenzo De Benedetto e Pierangelo Fabrini, BUR, 2018)

Entrambi [N.d.C. Calipso e Odisseo] andarono nella parte più interna della cava spelonca,
e si saziarono di amore l’uno accanto all’altra giacendo (da Omero, Odissea, V, 225-226, traduzione di Vincenzo De Benedetto e Pierangelo Fabrini, BUR, 2018)

Arnold Böcklin – Odisseo e Calipso

Il filologo Vincenzo Di Benedetto sottolinea la necessità di un ridimensionamento erotico nei versi 152-155 del quinto libro perché Omero doveva obbligatoriamente mostrare Odisseo come supplice per giustificare la nostalgia verso le istituzione della patria e della famiglia (Zeus non avrebbe mai permesso a Odisseo di lasciare l’isola Ogigia se Atena non gli avesse descritto la condizione di infelicità dell’eroe). Il filologo italiano intelligentemente evidenzia nella costruzione avverbiale ‘non [gli piaceva] più’ l’arco narrativo dell’idillio amoroso: il godimento erotico di Odisseo verso Calipso è giunto al termine; ma la fine presuppone che la passione erotica abbia avuto un inizio e una durata.

Prima di procedere vorrei rivolgerLe un’altra piccola precisazione letteraria di contesto: Lei menziona un passo di Ulysses di J. Joyce come prova della rottura dei valori coniugali:

La solitudine che avvolge il protagonista joyciano più prosaicamente, per esempio, nell’episodio dedicato alle Sirene, quando si trova a bere birra mentre Molly, la sua compagna, se la sta spassando con il suo vigoroso amante. Per l’Ulisse del naufragio, come per Bloom, “all is lost”, tutto è perduto, “tutto è sciolto” (dal Suo libro, pag. 75)

Il capitolo Le sirene di J. Joyce è ricco di ouverture da opera lirica riguardanti il tema del tradimento nelle sue molteplici sfumature emotive, dall’ironia al dramma. Lei sceglie l’aria Tutto è sciolto (da Bellini, La sonnambula, atto II, scena 9) che da un punto di vista retorico trasmette sì il dramma coniugale da Lei sottolineato, ma un punto di vista letterario è un contesto completamento sbagliato per due argomentazioni tra loro collegate: (1) La sonnambula appartiene al genere dell’opera semiseria e non drammatica (e in tale prospettiva è utilizzata da J. Joyce in Le sirene tramite la figura retorica del poliptoto); (2) il tradimento presente nell’opera di Vincenzo Bellini non si è mai verificato (è soltanto un’incomprensione da commedia degli equivoci); infatti l’opera si conclude con la felicità coniugale della coppia Elvino-Amina. Comprendo il Suo poco gradimento per i contesti letterari perché – mi scuso anticipatamente per l’ironica proposizione figlia a Giovenale – il loro corretto utilizzo presuppone che le opere citate debbano essere lette per intero.

Tornando alla questione della fedeltà coniugale per completezza di argomentazione è necessario affermare che nei poemi omerici è affrontata la tematica sulle conseguenze sociali del tradimento coniugale. In Omero è descritta una visione patriarcale: gli episodi narrativi sulla rottura del foedus matrimoniale riguardano unicamente donne che hanno commesso un tradimento sessuale a danno di un uomo: Elena a danno di Menelao (colpa femminile accentuata dall’obbligo del ricongiungimento nuziale a termine della guerra troiana), Clitennestra a danno di Agamennone (colpa femminile accentuata dal discorso misogino dell’Atride che negli inferi invita Odisseo a diffidare della moralità di ogni donna); Afrodite a danno di Efesto (colpa femminile accentuata dalla vendetta punitiva del dio e dalla pubblica condanna divina). Concludo l’elencazione con un esempio significativo per l’analisi del Suo capitolo, ovvero il tradimento sessuale delle serve itacesi di Odisseo a danno dell’eroe-padrone. Dopo il ritorno a Itaca Odisseo scopre dalla nutrice Euriclea che dodici tra le sue cinquanta serve hanno avuto rapporti carnali con i pretendenti Proci. L’eroe condanna a morte le dodici donne; la condanna è resa in modo narrativamente violento dal momento che il figlio Telemaco decide di decretare la morte delle serve tramite impiccagione (cfr. Omero, Odissea, XXII, 417-484). Dopo Circe e Calipso questo esempio rimarca il Suo anacronismo sul concetto di fedeltà coniugale perché il poema odissiaco presuppone un legame sessuale tra Odisseo e le serve della propria dimora itacese. Le serve possiedono uno statuto sociale omerico diverso da quello delle ancelle di Penelope: nei versi che racchiudono l’episodio descritto la serva di Odisseo è definita (Omero, Odissea, XXII, 422; 427; 441; 458; 484) tramite il sostantivo δμῳή (dmōè) che indica lo stato servile di una donna resa schiava in guerra verso la quale l’uomo-padrone era legittimato a consumare rapporti sessuali.

Jan Brueghel il Vecchio – Odysseus and Calypso in the caves of Ogygia

Passo velocemente al secondo aspetto da Lei evidenziato sulla bellezza coniugale di Odisseo, ovvero l’eroica rinuncia dell’immortalità propostagli da Calipso. Nella concezione omerica – epica ed eroica – esiste una sostanziale differenza tra il concetto di ἀείμνηστος (aeìmnestos) e il concetto di ἀθάνατος (athànatos): da un punto di vista lessicale i due termini sono sinonimi perché indicano entrambi il concetto di immortalità; da un punto di vista semantico l’omonimia lessicale decade perché il primo termine indica l’immortalità generata dalla rimembranza della gloria eroica, il secondo termine indica l’immortalità generata dalla divina possibilità di vivere in eterno. Calipso offre a Odisseo il secondo significato di immortalità: l’eroe greco rinuncia all’offerta con animo leggero e senza rimpianto alcuno dal momento che non è minimamente interessato alla divina promessa dell’eternità. Da un punto di vista mitografico la proposta della ninfa sottolinea la differenza tra vita eterna (divina) e immortalità (eroica) perché Calipso specifica che la propria offerta possiede un duplice dono: vivere in eterno ed essere giovane in eterno. La ninfa descrive al dio Hermes la promessa data a Odisseo:

Io lo accolsi e gli diedi da mangiare e dicevo che immortale
lo avrei fatto e indenne da vecchiaia per sempre (da Omero, Odissea, V, 135-136, traduzione di Vincenzo De Benedetto e Pierangelo Fabrini, BUR, 2018)

Il connubio tra vita eterna ed eterna giovinezza ha una caratterizzazione totalmente intimistica e lontana dall’immortalità eroica perché nasce come ricordo della tragica storia amorosa tra l’immortale Eos e il mortale Titone: la dea si innamorò del giovane e chiese a Zeus di donare a Titone la vita eterna dimenticando di specificare il dono dell’eterna giovinezza. Di conseguenza Titone invecchiava in una straziante eternità che costrinse Eos alla dolorosa scelta di tramutare l’uomo che amava in una cicala.

Calipso offre a Odisseo una vita eterna ma priva della rimembranza. La riflessione filologica sull’esistenza anonima offerta da Calipso nasce sia dall’esegesi letteraria sull’episodio omerico sia dall’analisi etimologica sul nome della ninfa. Affronto in crasi le due argomentazioni. Calipso e Ogigia, l’isola da lei abitata, rappresentano una dimensione spaziale e geografica di anonimato e isolamento. In molti punti del poema odissiaco l’isola viene presentata come rigogliosa e florida ma geograficamente lontana (l’isola è metaforicamente paragonata all’ombelico del mare) e culturalmente esclusa dalla civiltà umana e dalla vita cultuale olimpica. Riporto alcuni esempi:

in un’isola [N.d.C. Ogigia] cinta dalle acque, dove è l’ombelico del mare:
un’isola boscosa, e lì ha dimora una dea [N.d.C. Calipso] (da Omero, Odissea, I, 50-51, traduzione di Vincenzo De Benedetto e Pierangelo Fabrini, BUR, 2018)

Ma quando [N.d.C Hermes] giunse all’isola, che era lontana (da Omero, Odissea, V, 5, traduzione di Vincenzo De Benedetto e Pierangelo Fabrini, BUR, 2018)

Non sono sconosciuti gli uni agli altri gli dèi
immortali, nemmeno se uno abbia lontano la sua dimora (da Omero, Odissea, V, 79-80, traduzione di Vincenzo De Benedetto e Pierangelo Fabrini, BUR, 2018)

È stato Zeus a darmi l’ordine di venire qui, io non volevo.
E chi vorrebbe attraversare così vasta distesa di acqua salmastra,
sconfinata? Né c’è vicino una città di mortali che agli dèi
compiano i riti, ed elette ecatombi (da Omero, Odissea, V, 99-102, traduzione di Vincenzo De Benedetto e Pierangelo Fabrini, BUR, 2018).

Hermes riceve l’incarico da parte di Zeus di recarsi da Calipso a Ogigia; il dio si dimostra infastidito dall’idea e ubbidisce soltanto perché l’ordine giunge dal potere di Zeus. Hermes – che in qualità di messaggero degli dèi ha il compito di volare con i suoi calzari alati ovunque si estenda lo spazio – è consapevole che Ogigia è un’isola fuori dall’ovunque omerico. K. Kerényi offre una motivazione filologica al sentimento di isolamento di Calipso tramite una riflessione etimologica sul nome stesso della ninfa. L’antropologo ungherese analizza l’etimo di tutte le figlie di Oceano (Calipso compresa) e nota che i loro nomi sono tutti collegati all’ambito semantico del mare:

Nei nomi di Callirroe e di Anfiro si cela il fluire, Plessaura e Galassaura alludono al vento sferzante e alla bonaccia, Toe e Ociroe alla rapidità e alla mobilità, Petrea fa pensare agli scogli, Calipso ai nascondigli delle grotte, Primno alla poppa della nave (da K. Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia, III. Le Moire, Ecate e altre divinità preolimpiche, il Saggiatore, 2014)

L’etimologia di Calipso riguarda semanticamente le insenature delle rocce e degli scogli tra i quali è possibile nascondersi dai predatori del mare e dalla vista degli uomini e trova la propria origine dal verbo greco καλύπτω (kalýpto), ovvero ‘nascondere’, ‘celare’. Calipso promette a Odisseo di vivere in eterno e in ombra. L’eroe anela all’immortalità attraverso il ricordo (una promessa che la ninfa non può concedergli dal momento che lei appartiene a una realtà geografica e simbolica fuori dalla realtà sociale). Il rifiuto di Odisseo a Calipso non è l’eroico sacrificio d’amore da Lei descritto. Restando a Ogigia Odisseo avrebbe perso la propria identità perché soltanto se esiste qualcuno che racconti ai posteri chi tu sia, tu esisti ed esisterai ancora. Appresi questa costruzione mitologica durante l’adolescenza grazie alle pagine di un uomo recentemente scomparso:

Ben inteso, se Ulisse resta presso Calipso, non c’è più Odissea e, di conseguenza, non c’è più Ulisse. Allora il dilemma è ancora: o un’immortalità anonima, a causa della quale, pur restando per sempre in vita, Ulisse si ritroverà simile ai morti dell’Ade, chiamati i senza-nome perché hanno perduto la loro identità; oppure, se fa la scelta contraria, un’esistenza mortale, certo, ma in cui si ritroverà ricordato, coronato di gloria. Ulisse dice dunque a Calipso che preferisce tornare (da J. Vernant, L’universo, gli dèi, gli uomini, Einaudi, 2013)

Henri Lehmann – Calypso

Lei potrebbe stupirsi della scelta di un estratto sulla cultura greca in cui è presente il nome latino Ulisse e non la denominazione greca di Odisseo. La motivazione risiede nell’autore dell’estratto, l’antropologo Jean-Pierre Vernant; in lui risiede un’estrema consapevolezza sull’utilizzo della terminologia mitologica tra l’ambito accademico (Odisseo) e l’ambito divulgativo (Ulisse). In L’universo, gli dèi, gli uomini l’antropologo francese preferisce la denominazione latina per una questione di fruizione editoriale: da un punto di vista fonetico il pubblico è abituato a un uso secolare del nome Ulisse a scapito del nome Odisseo. Inizialmente ho creduto che anche Lei avesse svolto una medesima considerazione editoriale. Terminata la lettura del capitolo ho iniziato a nutrire dubbi sulla Sua consapevolezza del testo omerico dunque ho ritenuto opportuno evidenziare la Sua assenza di adesione al contesto greco; diversa è la fiducia che nutro nei confronti di Jean-Pierre Vernant: per me quell’illustre francese avrebbe potuto anche battezzare Odisseo/Ulisse con un nuovo nome!, sarei stato ugualmente felice…

Come percorso di riflessione mediana risulta elegante la riflessione poetica di Jorge Luis Borges. Lo scrittore argentino avrebbe reagito in modo negativamente critico alla Sua riflessione sull’immortalità in rapporto al divino e in rapporto a Omero: sia in Diálogos sobre la vida y la muerte (l’opera è curata da Liliana Heker: la scrittrice trascrive le parole di esponenti della cultura argentina, tra i quali prefigura J.L. Borges, sul tema della vita e della morte) sia in L’immortale (primo racconto della raccolta L’Aleph) J.L. Borges riflette sulla concezione omerica dell’immortalità come concessione divina (cfr. Calipso) e come traguardo umano (cfr. Odisseo) e rivolge al lettore l’invito di diffidare dell’immortalità degli dèi, sottolineando la vacuità di una non-morte (semantica ed esistenziale: ἀ-θάνατος, a-thànatos) totalmente non-umana (poetica e sociale):

Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali. […] Omero compose l’Odissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre, almeno una volta, l’Odissea. Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini (da J.L. Borges, L’Aleph, L’immortale, Feltrinelli, 2018)

Lei conclude il Suo capitole con le seguenti parole:

La mia lettura [N.d.C. la lettura di Odissea] era chiaramente di parte. Ma forse ogni lettura non è sempre dalla parte dell’inconscio? (dal Suo libro, pag. 79)

Sebbene la Sua domanda abbia una struttura retorica che non ci chiede di rispondere, ugualmente voglio darLe una risposta. Con gesto manicheo scrivo un semplice ‘No’. La lettura di un testo non è sempre dalla parte dell’inconscio; fortunatamente esiste una lettura conscia che permette di evitare gli errori interpretativi e le deformazioni narrative analizzati in questa lettera. La letteratura insegna che l’emozione inconscia che ci suscita un’opera non deve essere superiore alla lettura conscia e razionale dell’opera stessa; e offre rigorosi strumenti affinché ciò non accada: la filologia che è metodo scientifico, la metrica che è divisione matematica di lettere, la grammatica che è schematismo di parole. Risulta amaramente offensivo per un letterato affermare l’inutilità conscia di queste materie in nome del trionfo emotivo dell’inconscio. La poesia forma negli uomini e nella società una coscienza etica e morale eppure non assume nessuna autoritaria pretesa di analisi esistenziale, comportandosi diversamente dalla psicologia che ha sempre utilizzato la letteratura come campo per gli esperimenti esegetici delle sue formulazioni. La Sua affermazione posta nell’enfatica posizione di chiusura del testo risuona come l’errato discorso di un letterato a uno psicologo ‘Non serve a nulla una seduta di psicoanalisi!, il medesimo risultato ti può essere inconsciamente offerto da tre bicchieri di Johnnie Walker, dal dvd dell’ultimo Xavier Dolan e dal bacio di un amico tuo fidato’. I poeti hanno già visto la bellezza del primo stasimo del sofocleo Edipo re ridotto a un complesso materno di psicologia filiale, hanno già visto la grandiosità dei trimetri giambici dell’euripidea Elettra ridotti a una morbosità paterna. Credo sia necessario ricordare le competenze dei propri ambiti di pertinenza cosicché errori, come i Suoi, smettano di esistere.

Sigg. Mastrocola e Recalcati, concludo questa lettera con una confessione scontata eppure necessaria. So di non essere in grado di scrivere un atto mitopoietico o un’esegesi narrativa; sono lontano dalla bellezza di tutti gli autori menzionati in questi paragrafi. Nell’assenza di paragone con quegli autori ho avuto in compenso la consapevolezza di osservare la distanza poetica tra loro e me in un modo tale da non cadere nell’arroganza di avvicinarmi a loro. Creare mitopoiesi ed esegesi è un rischio mortale; ebbi questa epifanica convinzione una notte di non molto tempo fa.

Saluto Entrambi, raccontandoVi quel ricordo notturno.

Dovevo per necessità raggiungere mia cugina fuori regione per una festa in famiglia. Decisi di partire di notte per la comodità e per il silenzio. Alle due di notte svegliai la compagna di quei miei giorni andati, mentre serene le girandole nel giardino del vicino nascondevano ai padroni diurni la venerazione delle talpe. I vicini di casa avevano piantato nel terreno alcune girandole perché credevano che quelle emicranie eoliche fossero trappole ventose così rumorose da destare nei mammiferi minatori ogni voglia di scavare tane e ostelli. Quando passavo accanto al loro giardino e notavo ancora la presenza di cumuli di terra frolla tra il perfetto manto erboso immaginavo una storia d’amore: i pilastri di ferro delle girandole puntati nelle viscere terrose erano diventati obelischi lucenti per la cieca talpa anziana, erano diventati un dolmen venerabile per quegli artigli miseri; e sopratterra vanità alta portata ai venti muoveva cigolii e spigoli. Vedevo la bellezza della mia compagna svegliarsi sul cuscino consapevole dell’abitudine a crederla una dea, come accanto il mio vicino era consapevolmente convinto di assistere in generale comando a battaglie terrigne tra animali e ferro. Amavo quella ragazza come la prima volta che pensai di accarezzarle il seno tra le asole bianche di un’indiscreta lezione di letteratura italiana in un cinema paesano; eppure sapevo di non conoscere davvero il mistero della sua grazia come similmente sapevo che il vicino ignorava l’inutilità delle girandole. Restai immobile a fissarla mentre l’udito coglieva l’alleanza delle talpe. Mi sentii tanto inutile da volere piangere; decisi di rimandare il pianto alla notte successiva, sperando in maggiore fortuna e affidandomi a una maggiore clemenza. Avevo intuito che necessita di troppa fede la natura di un mito, una fede tale in potenza da chiedere l’immediata resa. È la vittoria del mito: se tenti di possederlo e se tenti di combatterlo lui si allea col tuo dolore; lui s’erge vincitore della strategia sotterranea che si insidia nelle tue interiora e t’annienta l’anima e il petto e pure il sonno.

Distinti saluti.
Distinti saluti.

 

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