Herman Melville da romanziere a poeta: poesie di guerra e di mare

Si tratta di un Herman Melville poeta, inedito e che per la prima volta sbarca in Italia, quello riscoperto per Lo Specchio di Mondadori e tradotto da Roberto Mussapi.

Del classico americano pare infatti che non conosciamo tutto e che il suo personaggio, la sua opera riemerga dalle onde dell’oceano da lui tanto amato.

Poesie di guerra e di mare, ancora fresche di stampa, ci suggeriscono infatti un poeta che sino a oggi si è presentato a noi come romanziere. Non si tratta in questo caso del grande narratore di oceani, di capitani che cercano di sfidare la propria sorte, bensì di un Melville poeta che prova ad allontanarsi dallo scrittore, che scalpita per raggiungere nuove mete.

Si potrebbe quindi dire, senza tergiversare, che l’avventura questa volta proposta è un viaggio verticale che aspira agli apogei del possibile, diventando quasi cantore di meravigliose sensazioni versificando le frasi.

Ma partiamo da quella che è la traduzione di Mussapi e la scoperta di questi testi inediti.

La traduzione risulta essere eccellente, senza ombra di dubbio, e sarebbe interessante scoprire quali siano state le fasi di lavorazione, viene quasi la tentazione di spiare a cantiere aperto e di scoprire il rapporto che è intercorso tra Mussapi e il grande Melville in questa rivisitazione storica.

Tuttavia, concentrandomi su questo aspetto, tenendo una linea di elogio (a mio avviso meritata), non è arduo specificare che in questo caso il traduttore è anche lui un poeta, un letterato, e non un traduttore qualsiasi.

Questo è importante perché a cantiere aperto sono convinto abbia stabilito un rapporto viscerale tra i due, anche se asimmetrico nel tempo, anche se in due tempi diversi. Un’amicizia fondata sul rispetto e sulla fiducia il cui mediatore sono queste carte inedite alla morte di Melville e che videro la prima volta luce grazie al lavoro di Francis Otto Matthiessen e che oggi invece, per volere di un secondo poeta, sbarcano in Italia.

Cosa sono dunque queste poesie?

Che differenza c’è tra lo scrittore di Billy Budd e l’epico poeta cantore?

L’assetto, vale a dire l’architettura d’insieme che regge l’intera azione letteraria di Melville, quella tipica dei romanzi per intendersi, compare in questi versi?

E l’aspetto ontologico?

Andiamo con ordine e vediamo.

Herman Melville si scopre poeta tardi o magari già in precedenza – ma questo non cambia le sorti del mio racconto, almeno non in modo esplicito; sta di fatto che questi testi in versi vengono trovati inediti, ancora su manoscritto, alla sua morte nel 1891. Il che significa che queste poesie – da un impianto epico che vedremo più tardi – sono state scritte dopo i grandi romanzi e sono dunque successive alla coscienza del narratore.

Non è d’uopo in questa sede fare una analisi di natura filologica, vale a dire di ricostruzione e testuale e storica, bensì limitarsi all’aspetto letterario e a quello che ci suggerisce.

Queste poesie sono tanto, e molto rappresentano della sua poetica, direi quasi che questi testi danno un senso organico a tutta la sua attività di scrittore. Il fatto che siano poesie – ma le chiamerei liriche epiche – non accantonano il tono narrativo del grande Melville, anzi lo incalzano, lo completano quasi a chiudere un discorso iniziato molto tempo prima.

E del narratore – probabilmente oramai anziano – nelle poesie l’autore di Moby Dick si porta tutta l’esperienza del grande affabulatore, tutta l’esperienza dell’uomo di fiction, al punto di mantenere una certa struttura ambivalente. Dietro il poeta si nasconde dunque il narratore. Di fatto le poesie proposte nella raccolta della Mondadori non sono altro che dei romanzi in versi, dei possibili poemetti: una prova tarda sì ma solo per un fatto cronologico.

Se infatti facessimo una comparazione tra le pagine dei capolavori narrativi dell’autore e questi testi scopriamo che la logica è la medesima e non solo il modus operandi. Scopriamo che questi versi epici sono una estensione atemporale di Moby Dick come di Billy Budd e ancora del Benito Cereno. La struttura è la stessa, così come il metodo d’azione molto simile: muta soltanto il registro stilistico, il fatto concreto che questi sono versi e il resto della produzione prosa.

Altro aspetto che compare (verificabile tramite una sinastria di genere) è l’impianto ontologico della sua poetica. Essendo questi versi di fatto un’estensione dei romanzi, dei racconti, anche il corpo dell’io narratore – anzi epico – dell’ego dell’avventuriero è simile a quello utilizzato per i romanzi. Simile ma non uguale.

Nei versi se pur epici e anti-lirici, talvolta elegiaci, l’io sembra abbandonarsi alla dimenticanza, alla non coscienza presente in altre sue prove letterarie. Ecco allora che questa non coscienza, questo episodio meta-letterario, questo inconscio che guida un certo tipo di istinto ancestrale scombina la natura ontologica. Melville poeta come gran parte degli autori in versi pare assentarsi, mettersi tra parentesi, dare le dimissioni da cosciente al mondo.

Ecco allora che per quanto concerne l’esisitenzialismo, la fenomenologia pura il tutto viene messo in discussione, l’insieme viene scompaginato per edificare una nuova ontologia: quella dell’abbandono, del non essere più.

A venirmi in soccorso a quanto sto dicendo è Melville stesso con i suoi versi, come nel caso della poesia dal titolo Venezia:

Con panteistica forza di volontà
il piccolo operaio del Mar dei Coralli
strenuo nell’abisso azzurro,
erige la sua galleria meravigliosa
e la lunga arcata
pareti screziate di tanti fregi
di ghirlande di marmo
prova di quanto un verme può fare
(p. 95, vv 1-8)

E se questo non è sufficiente, ecco allora L’apparizione dove:

poi vennero le convulsioni, e dove il campo
da tempo dormiva nel verde pastorale
una montagna mostruosa emerse
(certo i sensi atterriti si ingannavano!) […]
(p. 57, vv. 1-4)

Il senso dell’abbandono che dicevo poc’anzi è ben presente, anche se le ambientazioni, i luoghi sembrano i soliti da assiduo frequentatore qual era di mari, di oceani, di velieri, di possibili storie transatlantiche e di marinai perduti nell’imbuto del tempo.

Ma ciò che cambia e che muta la prospettiva è l’affacciarsi continuo dell’istinto che nei romanzi è occultato dalla razionalità, dalla consapevolezza. Venezia stessa è di fatto una città lagunare ma soprattutto la città del suo inconscio, della sua dimenticanza, dell’oblio del presente in cui il poeta c’è se pur assentandosi, un attimo dopo, eclissandosi continuamente.

Ecco allora che se per i romanzi si può parlare di ontologia in senso pieno, di fenomenologia dell’esserci, di una vera rappresentazione narrativa, la dimenticanza presente nelle poesie è quella dell’epica: di un teatro istintivo e tragico.

Se prima, nelle opere di narrativa di Melville vi è un impianto drammatico, quindi d’azione e di consapevolezza dell’azione, qui in un’altra stagione della sua vita, in un altro tempo parlando di epicità si deve inevitabilmente rilevare un esserci opposto. Il poeta nelle poesie, nei poemetti pur trascinando con maestria la sua esperienza precedente, si attenta, si uccide, si sottrae: compie un omicidio introverso. Melville in questi testi in versi, in queste prove epiche nell’accezione vera del termine: si suicida.

Non ci resta difficile, sul piano di una similitudine, quasi a mettere in atto un modus operandi da letteratura comparata, comprendere e separare i due Melville per poi assemblarli di nuovo insieme. Possiamo quindi parlare (a mio avviso) di una paleo-ontologia nella sua poetica e di una post-ontologia. L’una si differenzia totalmente dall’altra pur restando equivalente.

E il suicidio come nella gran parte dei poeti avviene in scena e non dietro le quinte come vorrebbe il buon canone aristotelico. In questo caso nessuno è profeta in patria, qui non c’è e non ci può essere nessun messaggero che viene a informarci di ciò che è avvenuto perché quel paggio, quell’imbonitore o banditore di sorta è il poeta stesso. Il poeta dimenticando, eclissando ogni possibilità tra lui e il mondo, diventa lui stesso: l’attore protagonista, l’agitatore della scena.

Ultime considerazioni è che questa raccolta edita da Mondadori per la traduzione di Roberto Mussapi, come in ogni caso che presenti un autore inedito in un paese (in questa occasione Melville poeta a noi sconosciuto), pare sia determinante per l’aspetto storico che l’opera porta con sé; ossia l’importanza di una traduzione – in questo caso eccelsa e fatta a dovere- che restituisce in toto l’essenza di un libro, di una prova letteraria. Si tratta di una rivisitazione di un qualcosa che c’è ed è patrimonio di tutti noi. Qualcosa che il mare ha sommerso, nel caso di Melville l’oceano, e che spetta a noi recuperare per il bene della bellezza e il senso dell’esserci nel mondo.

Iuri Lombardi

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