Gli Osservatori del Sole-Cavo. Volume III – racconto di Marco Maculotti

Continua dal Volume II.

7.

L’esperienza decisiva avvenne poco più di quattro mesi fa, il 2 febbraio 1969. Era una notte in cui il cielo era molto limpido e mi trovavo sul terrazzo della mia villa poco fuori Londra, dove vivevo con mia moglie Gwendolyn e mia figlia Dana durante gli anni di permanenza nella capitale. Stavo osservando il cielo con un telescopio, quando improvvisamente mi ricordai delle parole del prof. De Elia riguardo la “fascia degli asteroidi”. Decisi così di procedere all’osservazione di questa regione misteriosa; non mi ci volle molto ad individuarla: i suoi corpi vaganti, residui impazziti che vagano senza mèta in questa regione cosmica, costretti dalla potenza gravitazionale di un gigante come Giove da una parte e di Marte — “il pianeta del ferro” — dall’altra, apparivano da qui come un pulviscolo che si muoveva impercettibilmente, come vibrando, lasciando nell’occhio dello spettatore una sensazione di nebulosità. Da un momento all’altro, l’epifania — la rottura di livello; la transmutazione, il cambiamento dimensionale. Laddove un attimo prima vi era il “pulviscolo” della “fascia degli asteroidi”, ora mi si presentava in modo tanto enigmatico quanto sconcertante l’ormai — mia sventura! — ben noto “Sole Cavo” della mia “visione meridiana”! All’interno del suo guscio oscuro, che mi appariva ora molto più definito, simile al bronzo rilucente delle spade e degli scudi degli eroi delle saghe mitiche, ovunque solcato di crepe, vi erano Loro: gli “Osservanti”, i “Controllori”. Il lettore potrà ben immaginare il mio panico quando essi, proprio mentre li stavo osservando vibrare in tutte le loro membra nello stato di sonno comatoso, aprirono di colpo gli occhi serrati, incrociando il mio sguardo con i loro terrificanti occhi radiosi, di un verde bioluminescente, smeraldino! E un ulteriore shock, come se non bastasse, occorse quando realizzai che Essi mi stavano parlando o, per meglio dire, comunicando telepaticamente. Non mi dilungherò su quanto vollero comunicarmi durante quell’episodio né durante tutte le notti di questi ultimi mesi in cui, per mia somma sfortuna, decisero di visitarmi nei sogni, per proseguire quelli che Loro chiamavano “le Rivelazioni”. Non lo farò, anche se forse facendolo potrei riabilitare la mia persona in seguito alla mia improvvisa scomparsa. Ma, giunto a questo punto, cosa me ne può importare? d’altronde, ormai, di me non interesserà più a nessuno: a nessuno dei miei cari, perlomeno, come avrete già potuto constatare personalmente nel momento in cui starete leggendo questa confessione. Vi basti sapere che gli Irochesi non sono affatto dei selvaggi e, per quanto “degenerati” i loro culti possano sembrare all’esimio grecista o latinista, essi veicolano in realtà verità profondissime, verità oscure e abissali che l’uomo bianco ha dimenticato da tempo e che forse non ha mai posseduto — o che, se mai avesse posseduto, ha preferito, con somma ragione, lasciar cadere nell’oblio. Gli “Osservanti” mi mostrarono visioni del futuro o, per meglio dire, visioni del mondo “al di là del Muro del Tempo” — come erano soliti dire. Una nebbia opprimente, simile all’atmosfera dell’Acheronte, circondava ogni cosa. Non esisteva forma di vita né di coscienza autonoma: tutto era inglobato in questa diffusa nebulosità, che ne traeva energia vitale, facendo vibrare tutti i suoi succubi in un movimento ritmico parossistico. Solo ogni tanto, in mezzo alle “Nebbie Eterne”, si scorgeva un’ enigmatica figura: ad un’ occhiata più attenta, essa si rivelava essere la gamba o il busto di qualche “Osservante”, veri e propri Titani che stando in piedi toccavano la sommità del cielo. Quando la visione svanì, mi trovai prostrato a terra, sul terrazzo della mia villa. Mi ero completamente dimenticato dell’osservazione con il telescopio, e in un impeto di panico atavico scagliai lo strumento di sotto, facendolo cadere rovinosamente e distruggendolo irrimediabilmente, forse sperando inconsciamente di poter allontanare così i miei Incubi. Ma così, purtroppo, non avvenne: gli “Osservatori” ripresero a ricomparire nuovamente durante le paralisi notturne, financo nell’abitazione di St. Albans, dove avevo deciso di trasferirmi con mia moglie e mia figlia in seguito a quest’ ultima, sconcertante esperienza visionaria.

8.

Come se ciò non bastasse a far crollare penosamente la mia psiche sventurata, Essi iniziarono addirittura a comparire nei miei sogni, spalancandomi vaste visioni terrificanti del “Regno della Nebbia Eterna”. Essi chiamavano tali esperienze — come già detto — “Rivelazioni”, ma Dio mi fulmini se, in ultima analisi, non avrei ben volentieri fatto a meno di simili epifanie! Per di più, durante tutta la durata degli inquietanti episodi onirici, avvertivo gli occhi radianti degli “Osservanti” su di me: essi mi fissavano, fissavano la mia paura, e fremevano di quell’odiosa vibrazione diffusa. Era come se si ricaricassero, connettendosi al mio ritmo respiratorio. A un certo punto, durante uno di questi supplizi, nel momento culmine della “Rivelazione”, la schiera dei “Controllori” si aprì per permettere il passaggio di quello tra Loro che appariva come il “capo”. Egli era più alto degli altri, e una luminescenza smeraldina sembrava permeare non solo i suoi occhi, ma l’interezza delle sue membra, che apparivano invero, sotto l’oscura cortina nebulosa, coperte di bronzee scaglie. Egli venne avanti e disse al mio indirizzo: “Io sono il Re, il Sovrano la cui Venuta è prevista: ed essa invero avverrà, poiché essa si può leggere negli astri. Io sono il Re Nero, il Re Antico. Io sono il Re Occulto. Da questo momento, Io sono in te: Noi siamo te”. Potrete ben comprendere, signori, quanto fossi psichicamente provato allorché mi destai di colpo da questo, ennesimo incubo, la scorsa notte, in data 16 giugno 1969, ritornando improvvisamente dal “Regno della Nebbia Eterna” direttamente nella camera matrimoniale della mia villetta a St. Albans, nel letto con mia moglie, nel tempo di un battito di ciglia. E potrete, altresì, ben comprendere il mio panico indicibile, nel trovarmi faccia a faccia, persino ora che mi trovavo nella mia alcòva, con quei radiosi occhi smeraldini!

Gwendolyn, mia amata, possa tu mai perdonarmi! Dana, germoglio della mia progenie, possa tu riposare in pace per l’eternità!

Quanto a me, dopo aver scritto questa confessione finale, scompaio per sempre. Ogni ricerca sarà vana. Nessuno sentirà più parlare di me. Ritorno nella “Caverna” del mio paese natio, unico approdo che, giunto a questo punto, mi è destinato.

P.S. Se mai doveste individuare l’entrata nell’antro, non stupitevi nel trovarlo intatto o nell’imbattervi in un muro di pietra inaccessibile: non in corpo accederò ad esso, ma in spirito, in quanto ormai, in seguito alle mie azioni criminali, nient’altro che una sostanza oscura e nebulosa costituisce le mie membra: la stessa sostanza di cui è fatto il “Regno delle Nebbie Eterne”.

William Kafton, 20 giugno 1969

(Lettera autografa di William Kafton, rinvenuta presso il suo domicilio di St. Albans in data 23 giugno 1969 dagli ufficiali di polizia di S. Albans.)

Verbale della polizia di St. Albans sull’omicidio di Gwendolyn Lyr Kafton e di Dana Kafton

La confessione certificata dalla firma dal sig. William Kafton, allegata al seguente verbale, fornisce tutti gli elementi probatori necessari alla risoluzione del caso. I cadaveri della sventurata moglie e della figlioletta vennero trovati senza vita, in seguito a una segnalazione di una vicina (che preferisce restare anonima), il 23 giugno 1969 presso la loro abitazione di St. Albans. Vicino ai loro corpi esanimi, venne trovata la lettera allegata. Del sig. W. Kafton, nessuna traccia: non trovandolo né in casa né nei dintorni, ne veniva dichiarata la scomparsa. Nel suo studio vennero trovati campioni di erbe, probabilmente velenose o allucinogene, presumibilmente oggetto delle ricerche del prof. Kafton, che come si evince dalla confessione aveva studiato fisica nell’ateneo del paese. Non potendo contare al momento su analisi più approfondite delle specie vegetali rinvenute in loco, ci limitiamo per il momento a ipotizzare che la sua inspiegabile follia possa essere stata causata o amplificata dal contatto con tali erbe. Un sopralluogo a Royston, presso la casa materna, portò alla scoperta di un terzo cadavere: quello della madre del sig. W. Kafton. Esso, tuttavia, a differenza degli altri non presentava segni di violenza di alcun tipo, apparendo piuttosto mummificato. In seguito alle indagini preliminari, reputammo il decesso naturale. Il tenente Change, tuttavia, asserisce di aver notato con inquietudine uno strano movimento vibratorio nelle membra ormai senza vita della povera donna. Ciò probabilmente non avrà seguito alcuno, dal momento che il sopra menzionato ufficiale versa in uno stato improvviso ed irreversibile di paralisi (“simile a un ceppo di legno” — si può leggere nel referto medico) dal giorno in cui ha preso parte alla perlustrazione dei boschi limitrofi a Royston e non potrà testimoniare in tribunale né in altra sede, avendo egli inspiegabilmente perduto anche l’uso della favella. Quella che nel folklore locale viene chiamata la “Caverna del Diavolo” dell’Hertfordshire, che ha influenzato così irrimediabilmente la psiche già labile del sig. W. Kafton, conducendolo alla pazzia e infine all’inaudito massacro dei suoi familiari, non è stata individuata con certezza. Gli autoctoni hanno affermato unanimemente di non conoscere un luogo con un nome simile: e, sebbene di molti di essi si può ben comprendere l’ignoranza riguardo argomenti tanto bizzarri, di altri abbiamo notato una certa reticenza a parlare, accompagnata da un tremolio diffuso delle membra, quasi impercettibile alla vista qualora non sia fissamente concentrata. Non si sono trovate cavità naturali di una vastità tale da poter nascondere esseri umani, ad eccezione di una grotta a circa venti minuti a nord-ovest di Royston, individuata con l’aiuto di un commerciante in viaggio proveniente da settentrione. Una perlustrazione dell’antro ha portato alla scoperta di una galleria sotterranea lunga circa tredici metri, che termina improvvisamente con un muro in bronzo singolarmente squadrato, privo di qualunque accesso. Le ricerche terminarono qui. Di William Kafton non si ebbe più notizia alcuna e non venne più ritrovato, né vivo né morto. Il caso è da considerarsi chiuso.

Polizia di St. Albans, 23 luglio 1969

Marco Maculotti

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