Gli Osservatori del Sole-Cavo. Volume II – racconto di Marco Maculotti

Continua dal Volume I 

4.

Nella zona rurale dell’Hertfordsgire si sentivano un sacco di storie strane, come spesso accade in aree toccate solo superficialmente dalla globalizzazione e dall’industrializzazione, in cui vivono comunità ancora legate ai ritmi della natura e a tradizioni popolari ancestrali, talvolta connesse in un bizzarro sincretismo con la fede cristiana — narrazioni che farebbero la fortuna di qualsiasi antropologo desiderasse cimentarsi nella loro raccolta e analisi. E fu proprio un antropologo, il sig. Goodrobwin — che, all’età di sedici anni, conobbi durante una rivisitazione popolare in paese —, a raccontarmi alcune di queste “storie strane”, che invero ai miei occhi, a causa delle esperienze occorsemi durante l’infanzia, non erano del tutto strane. Era una notte di dicembre e, dopo aver acceso un falò intorno a un palo di legno, la moltitudine popolare, tra canti e grida, si apprestava a bruciare il “Fantoccio dell’Anno Vecchio”; ciò viene fatto, mi disse la mia nuova conoscenza, per un fine apotropaico: per le leggi della magia simpatica questo atto avrebbe permesso la rinascita della vegetazione e degli armenti del villaggio per l’anno successivo, che altrimenti sarebbe stato colpito da carestia. Alla metà del XX secolo tali credenze erano ancora vive, come solo allora cominciai a comprendere. Ma, a sentire il vecchio antropologo, vi era una leggenda riguardante il rito ancora più antica, le cui fonti si perdono nella notte dei tempi. Nella zona dell’Hertfordshire, antepose, esiste una caverna chiamata dai popolani “Porta dell’Inferno”; e, sebbene in epoca vittoriana il nome sia sostituito da un meno altisonante “Porta della Caverna”, la voce del volk è rimasta viva attraverso i secoli. Essa vuole che il “Fantoccio” che viene bruciato annualmente durante la “crisi invernale” non sia semplicemente il simbolo dell’Anno morente, ma sarebbe innanzitutto il Diavolo che va periodicamente scacciato lontano dal villaggio, nell’antro di pietra in cui abita. Si racconta che, anticamente, un violinista cieco scommise con un gruppo di contadini che sarebbe entrato senza problemi nella “Porta dell’Inferno”, in quanto essa altro non era che una semplice grotta. Egli accedette dunque suonando il suo strumento, accompagnato dal suo cane; ma, una volta che scomparve alla vista dei contadini, anche la melodia del violino si interruppe e udirono un grido disumano. Solo il segugio uscì dall’antro, con il pelo completamente bruciato e, ormai impazzito, ululando corse  via e nessuno lo rivide mai più. I contadini non ebbero il coraggio di entrare nella grotta per conoscere la sorte del cieco temerario, e decisero di occultare l’entrata della caverna con pietre e malta. Nel 1927 — aggiunse il mio interlocutore — un gruppo di esploratori, incuriositi dalle narrazioni popolane, partirono alla volta dell’antro, sebbene gli autoctoni avessero loro del tutto sconsigliato di proseguire nei loro intenti. Essi non desistettero, e alla fine trovarono un giovane che era disposto ad accompagnarli, dietro un lauto pagamento. Giunti sul luogo, essi abbatterono la porta murata con l’ausilio di vanghe e martelli, ma solo per constatare che la cavità proseguiva per pochi metri e dalla parte opposta era chiusa da solida roccia. Quasi divertiti dalla propria credulità, se ne andarono e non si fecero più vedere, e della storia non si parlò più. Alcuni pretendono che il giovane, invero del parere dei suoi concittadini, abbia solo finto di condurre gli esploratori sul luogo prestabilito, portandoli invece altrove, in un luogo che poteva ricordare la caverna murata della leggenda. Tuttavia, a parere del sig. Goodrobwin, le cose non starebbero così: il giovane — a sentire lui — non credeva in tali voci e condusse gli esploratori nel posto per cui si erano accordati. Non è chiaro perché gli esploratori non fecero la misera fine del violinista cieco, ma di una cosa il vecchio antropologo era certo: “quell’azione sconsiderata, compiuta a cuor leggero da un manipolo di manigoldi arroganti, ha aperto un varco che precedentemente era stato sigillato e che non avrebbe dovuto mai più essere riaperto!”.

5.

Qualche anno dopo presi la decisione di lasciare la casa genitoriale per proseguire i miei studi in città, a St. Albans. Il vecchio antropologo che avevo conosciuto in villaggio vi aveva insegnato per anni e aveva fornito all’ateneo una raccomandazione nei miei riguardi. Mia madre, da parte sua, mi lasciò fare con entusiasmo, poiché considerava la mia educazione anche con un’occhio al futuro, soprattutto per quanto riguardava la situazione economica; studiare in un ateneo rinomato, asseriva, mi avrebbe consentito maggiori possibilità di carriera. Fu così che nel 1952 lasciai la nativa Royston per St. Albans, dove studiai fisica per cinque anni. Ricordo questo periodo della mia vita con grande nostalgia: ogni cosa mi appariva permeata di una leggerezza spensierata e gli ottimi risultati che conseguii negli studi mi consentirono una vita agiata e un matrimonio felice, celebrato nella magnifica Cattedrale di S. Albano, con una ragazza irlandese di nome Gwendolyn conosciuta all’ateneo, dalla quale ebbi una bellissima figlia di nome Dana, dai capelli fulvi e gli occhi smeraldini come la madre. Verso la fine del decennio, tuttavia, quando la mia esistenza sembrava ormai scevra da preoccupazioni sia mondane che sovramondane, mi occorse una sinistra esperienza, la prima dai tempi dell’infanzia. Dopo una lunga e faticosa mattinata passata nei boschi limitrofi a catalogare arbusti e vegetali, mi sdraiai sfinito con la schiena contro un robusto noce e, fissando il sole nel cielo, caddi in un profondissimo oblio. Mi sentivo paralizzato esattamente come avveniva durante gli episodi della mia infanzia in cui gli “Osservatori” mi apparivano nottetempo. Tuttavia, Essi non apparvero. Non accanto a me, perlomeno. Li vidi, infatti, nel Sole: al suo interno. Se ciò può sembrare bizzarro si consideri che, nei brevi attimi in cui ebbi tale “visione”, il Sole non appariva affatto come siamo abituati a vederlo, ma piuttosto come un pianeta cavo, oscuro eppure luminoso, ma di una luminosità diffusa la cui fonte non poteva essere individuata: sembrava, piuttosto, che una nebbia radiante si stendesse al suo interno, rendendo illuminate le figure che all’interno dell’astro si occultavano. Non vi potevano essere dubbi: erano proprio Loro, gli “Osservatori” notturni, i cui occhi, tuttavia, ora non brillavano più. Essi, sebbene in piedi, si trovavano indubbiamente in uno stato catalettico: le palpebre giacevano serrate e le loro membra, immobili, erano fatte vibrare ritmicamente da un afflato continuo e regolare che le percorreva, dando l’impressione di una respirazione molto profonda. Tuttavia, non appena tentai di focalizzare la vista su quanto stavo vedendo, la visione scomparve e tornai a vedere come si è soliti vedere quando la coscienza si trova nel suo stadio ordinario. Di questa visione non feci menzione alla mia dolce Gwendolyn, che non volevo allarmare raccontandole quella che, razionalizzando, avevo infine voluto interpretare come un’allucinazione causata dal troppo lavoro e dall’improvviso rilassamento delle facoltà intellettuali e fisiche. Eppure, nonostante la conclusione a cui ero giunto, da quel giorno una sinistra sensazione prese a sopraffarmi quando mi trovavo nel bosco per i rilevamenti scientifici — e potete stare certi che mai più mi adagiai con la schiena contro quel noce, foriero di una visione tanto assurda quanto raggelante. L’unica persona a cui raccontai di questo fatto angosciante fu un collega dell’ateneo, tale docente francese di storia classica di nome Colline. Secondo i suoi studi, gli antichi Romani consideravano l’ora del mezzogiorno il momento che segna il culmine dell’ascesa del Sole nel cielo e dunque, di conseguenza, il momento di inizio della sua discesa; ne segue che il mezzogiorno è un’ora di passaggio, un momento critico. «Da quando scocca il mezzogiorno, gli dèi della luce lasciano il dominio a quelli dell’oscurità!» — sottolineò con enfasi il mio interlocutore. Non solo: mi riferì anche che l’autore latino Servio notò espressamente come questa fosse considerata dagli antichi “l’ora delle apparizioni”: a mezzogiorno, infatti, si poteva sperimentare l’esperienza di cadere in una sorta di trance paralizzante e di scorgere i numi ancestrali. Orbene, si deve qui sottolineare come, sebbene non sia in grado di ricordare con esattezza l’ora in cui occorse la mia “visione”, posso tuttavia constatare con certezza che non si sia trattata di un’ora troppo differente, dal momento che quella mattina avevo iniziato i rilevamenti alle otto e mezza e questi mi avevano tenuto occupato per almeno tre o quattro ore. A buona ragione, dunque, Colline argomentò che la mia esperienza fosse da inserire in questa casistica, che alcuni studiosi hanno denominato “demoni meridiani”. Il sapiente collega aggiunse anche che questi momenti di “terrore panico” sono collegati, nell’antica Arcadia, alle epifanie del dio Pan, in cui — a suo parere — «bisogna riconoscere l’originario dio solare, ben più antico di Helios e Apollo!». Tuttavia, tali affermazioni mi parevano troppo criptiche per dare loro una certa importanza. In quale modo l’antico dio Pan poteva c’entrare con gli incontri notturni che mi perseguitavano durante l’infanzia, se gli antichi ritenevano il mezzogiorno l’ora più favorevole alla sua epifania? Se inoltre egli era considerato una divinità dei boschi e delle greggi, in che modo poteva egli essere associato al Sole?

6.

Si comprenderà, ad ogni modo, che tale “visione” ebbe un’influenza rilevante sulla mia carriera professionale: da lì a qualche anno, verso la metà degli anni sessanta, presi la decisione di proseguire gli studi, specializzandomi nella novella disciplina dell’astrofisica. Giunsi a tale decisione considerando la mia visione come un segno: e l’astro eliaco, essendo stato il mezzo mediante il quale l’ignoto si è a me manifestato, si era in tal modo meritato il mio interesse accademico per gli anni a venire, con tutta la schiera di astri e pianeti al suo sèguito. Perciò, nel 1967, lasciai St. Albans con la mia dolce metà e la nostra prole e ci trasferimmo a Londra, dove in poco tempo ebbi modo di inserirmi nell’intellighenzia accademica e fare così la conoscenza di altri ricercatori di altissimo livello, dalla fisica della terra a quella dello spazio fino a eruditi storici delle religioni. Uno di questi ultimi, il prof. De Elia, dalle origini italiche, fu una figura particolarmente importante in questi anni di permanenza londinese, come mi appresto a raccontare. L’incontro con questi rappresentò un vero e proprio spartiacque, dal momento che grazie a lui mutai la prospettiva da cui indagare le mie “esperienze” e “visioni”. Il prof. De Elia aveva studiato in Canada, nell’Università dell’Ontario; ivi, aveva avuto modo di apprendere sul campo, insieme ad un team di antropologi, le credenze degli eschimesi Irochesi, alla cui origine nessuno tra gli studiosi più competenti può fornire un’indicazione cronologica certa. Orbene —mi raccontò il mio interlocutore —, il significato del termine irochese che generalmente si traduce in inglese con la parola “god” è ben diverso: esso significa, infatti, “controllore“. Si pensava dunque agli dèi come figure antropomorfe, che “osservavano” e “controllavano” l’umanità da una non meglio definita dimensione parallela. Dio e “Osservatore” erano, per loro, sinonimi. Una tribù particolarmente degenerata attirò l’interesse del gruppo di antropologi che accompagnavano il professore: essi si erano allontanati dalla coesione delle comunità principali quando l’uomo bianco aveva iniziato a prendere possesso dei giacimenti sotterranei, nel XIX secolo. Tale tribù di reietti, che venivano chiamati dalle altre comunità “i figli del Lupo” o “i Lupi”, si considerava la sola custode della tradizione originale, e si vantavano di conoscere miti che le altre comunità, ormai assorbite all’interno di un tessuto urbano più moderno, avevano da tempo scordato. Secondo uno di questi miti che il team raccolse sul campo, il Sole che vediamo in cielo non è l’unico né il più grande: un Sole più maestoso e radiante calcò i cieli nell’abisso delle ère cosmiche, in un tempo in cui la Terra non esisteva ancora. Ma, con l’apparizione del nuovo Sole, i due dèi si scontrarono, e dallo scontro planetario nacquero il pianeta in cui viviamo e il “pianeta del ferro”, vale a dire quello che noi occidentali chiamiamo Marte. L’Antico Sole, sconfitto dall’usurpatore, venne smembrato in mille pezzi, e formò — oltre ai corpi planetari già menzionati — la fascia degli asteroidi esistente tra Giove e Marte. Tuttavia, la sua “sconfitta” è lungi dall’essere definitiva. Una grossa porzione dell’Antico Sole, infatti, sebbene privata dell’antica luminosità radiante, rimase parzialmente integra e conservò una sorta di luminosità opaca; riuscì infine a fuggire lontano dal Sole e dal sistema solare intero. In termini astronomici, concluse De Elia, tale corpo planetario, una volta “scalzato” dal nuovo astro eliaco come centro del nostro sistema, si sarebbe modificato di massa e di forma, per poi sviluppare una nuova orbita, allontanandosi dal sistema solare per sprofondare nell’oblio della notte cosmica. Gli indigeni dicono che tale pianeta, che essi chiamano il “Sole Nero”, procedendo sulla sua eclittica ritorni nel nostro sistema solare ogni ventisei millenni, causando catastrofi planetarie e facendo impazzire tutta l’umanità e gli animali. Gli iniziati del culto al “Sole Nero” dicono di attendere il suo ritorno, poiché «quando le stelle torneranno al loro posto, gli “Osservatori” torneranno a dominare su ciò che era loro», vale a dire sulla materia da cui è formata la nostra Terra, un tempo membra del corpo originario dell’Antico Sole. Essi sostengono che il loro dio annienterà per sempre il Sole attuale e che da quel momento reggerà da solo i cieli per l’eternità, in una èra senza termine caratterizzata da una “oscurità nebulosa che tutto avvolge”, in cui non esisteranno più il bene e il male. Gli adepti chiamano questo evento futuro, a cui rivolgono sempre il loro pensiero durante i rituali, alternativamente la “Fine del Tempo” e l’ “Inizio del Tempo”, ma si riferiscono ad esso soprattutto con la locuzione “la Venuta del Re“. Il dotto De Elia era ormai partito per la tangente e prese a narrarmi di miti e aneddoti simili rinvenuti inspiegabilmente nelle tradizioni religiosi di tutto il globo: dalla “distruzione di Tiamat da parte di Marduk nella cosmogonia sumera” ad una similare di area messicana, in cui la divinità/pianeta smembrata/distrutto aveva un nome troppo incomprensibile per poter essere in questa sede riportato! Ma la mia mente, a quel punto, vagava per gli immensi labirinti senza uscita che vengono attivati nella coscienza umana quando ci si trova al cospetto di una rivelazione, di un mistero da comprendere. Con tutto il rispetto che avevo per il mio interlocutore, non ascoltai più nemmeno una parola di quanto disse, pur giungendomi ogni tanto alle orecchie menzioni di etnie o tribù di questo o quell’altro continente. Ero troppo concentrato sugli “dèi controllori” delle narrazioni mitiche degli eschimesi, sul loro “Sole Nero”, che poteva essere a buon diritto il “Sole Cavo” della mia visione meridiana! Ciò, invero, avrebbe dato un senso al collegamento tra le mie esperienze notturne durante l’infanzia e al successivo episodio della “visione meridiana”, nella quale potei vedere che tali esseri, gli “Osservatori”, vivevano all’interno del Sole Nero, in uno stato catatonico. In base alle credenze degli eschimesi, si potrebbe dire: in uno stato di sonno, ma in attesa di un prossimo risveglio. Rabbrividisco nell’atto di scrivere queste righe, e dal proseguimento della mia confessione potrete comprendere il perché.

Marco Maculotti

One comment on “Gli Osservatori del Sole-Cavo. Volume II – racconto di Marco Maculotti”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *