Gli Osservatori del Sole-Cavo. Volume I – racconto di Marco Maculotti

Manoscritto di William Kafton

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Io, William Kafton, lascio questa confessione scritta per i posteri, in particolar modo per il corpo di polizia di St. Albans, il quale presumibilmente sarà, al momento del ritrovamento di questo mio scritto, sulle mie tracce.
Io, William Kafton, confesso: sono stato io. Ma non l’ “Io” che conoscete tutti qui a St. Albans, il rinomato professore di fisica che si è laureato a pieni voti presso il vostro ateneo; il marito e padre premuroso che conduceva la sua serena vita matrimoniale e familiare nel vostro ridente paesino.
È stato il mio altro Io. L’ “Io Nero”. Il “Re Occulto”. O forse, in ultima analisi, non sono stato io: sono stati Loro, ed io altro non sono stato che la marionetta attraverso la quale Essi hanno agito in questa dimensione.
Ma sarà meglio andare con ordine, cominciando la narrazione dei fatti dal principio, vale a dire dai fatti occorsi durante la mia infanzia.

2

Quando, da bambino, vivevo con la mia famiglia a Royston, paesino rurale della zona di Hertfordshire, ero perseguitato da oscure figure antropomorfe eppure nebulose, che mi apparivano in sogno nelle notti più inquiete, in cui pareva quasi scorgersi una sorta di magnetismo solidificato nell’aere. Fu nell’autunno del 1939, quando avevo da poco compiuto i sei anni, che gli “Osservatori” vennero a farmi visita per la prima volta, nelle apparenze di figure avvolte in sudari plumbei e con gli occhi di un giallo verdognolo fosforescente, simili agli occhi dei gufi nelle notti senza luna. Essi entravano nella mia stanza nottetempo, mentre dormivo — o almeno così mi pareva negli istanti che precedevano la Loro apparizione. A volte mi sembrava che solo il mio corpo dormisse, ma la mente invero mi pareva assolutamente desta.
E ciò non è tutto: ricordo che in quelle strane notti la mia stanza mi appariva diversa da com’era durante la veglia. Intendiamoci: si trattava della stessa, identica stanza; epperò essa appariva stranamente spoglia dei suoi arredi — tranne un paio di mobiletti che giacevano al loro posto, come abbandonati —, di quadri e poster appesi alle pareti, di cui non rimanevano che pochi segni, quali i buchi nel muro dove sono piantati i chiodi cui sono appesi i quadri o i segni del nastro adesivo sulle pareti dove normalmente vi sono i poster.
Inoltre, mi ricordo la singolare sensazione che mi pervadeva ogniqualvolta un’esperienza di tal guisa occorreva: una sorta di velo nebuloso sembrava ricoprire integralmente la stanza e i suoi arredi come se non ci trovassimo all’interno di un’abitazione, bensì all’esterno, durante una di quelle notti autunnali in cui la nebbia viene come sprigionata dalla terra stessa e pare inglobare ogni forma altrimenti visibile, trasmutando il paesaggio in un luogo più facilmente visitabile nell’esperienza onirica che non durante la veglia.
A quel punto, dopo che la stanza mi appariva sotto tale singolare aspetto, apparivano gli “Osservatori”; Essi accedevano alla stanza dalla finestra di sinistra rispetto al mio letto, in cui mi sentivo come paralizzato epperò dalla mente destissima. Altre volte, in seguito, entrarono anche dalla porta della camera, nonostante il fatto che questa fosse chiusa; Essi, infatti, non avevano bisogno di aprirla fisicamente, in quanto si potrebbe dire piuttosto che passavano attraverso di essa, così come facevano quando, più spesso, accedevano dalla finestra. Il Loro aspetto era intermedio, tra il materiale e l’immateriale, eppure la loro forma rimaneva sempre ben definita, anche nei momenti degli accessi attraverso porte e finestre. Essi entravano nella stanza, si schieravano ai lati del mio letto, a destra e a sinistra in numero pari, quindi si limitavano a fissarmi per tutto il tempo. Io, comprensibilmente terrorizzato, cercavo di chiudere gli occhi per non incombere nella loro visione, ma ciò non sempre mi era possibile: a volte non mi era permesso di chiudere gli occhi, e nemmeno di sbattere le palpebre. Dovevo vedere, vedere di essere visto.
Questi episodi accaddero per molti anni, anche più volte al mese, fino almeno alla pubertà. L’ultimo “incontro” con gli “Osservatori” che ricordo di quell’epoca risale più o meno a quando avevo dodici anni.

3

Quando avevo circa nove anni, in seguito ad alcune ricognizioni, mi parve di scoprire da dove questi “diavoli” giungessero. Fuori dalla finestra della mia camera, giù giù fino al suolo cresceva l’edera selvatica; strappandone un po’ portai alla luce una porticina precedentemente occultata dal rampicante, lignea con i fissamenti in bronzo. Le sue dimensioni erano indubbiamente bizzarre, troppo anguste perché qualcuno vi si potesse introdurre.
Tutte le carte in tavola lasciavano presagire qualcosa di sinistramente sopramondano, vi erano tutti i requisiti per prendere seriamente le mie esperienze. Eppure i miei genitori non furono di questo parere; limitandosi a constatare la singolarità della mia scoperta, non vollero comunque intraprendere ulteriori ricerche, argomentando che eravamo solo affittuari di quell’abitazione e non ci era permesso operare lavori di tal guisa. La proprietaria dell’immobile, una vecchia arcigna di poche parole ma di una risolutezza estrema, aveva sottolineato a mio padre il divieto più assoluto di compiere lavori di modifica sull’abitazione, pena la rescissione immediata del vincolo contrattuale, oltre alla minaccia di una sanzione salatissima.
Per quanto riguarda le mie esperienze notturne, mia madre mi rassicurava dicendo che erano solo miei incubi e mio padre prendeva la sua parte affermando che “tali cose non esistono”. Scoprii solo successivamente, quando al liceo studiammo Fuseli in storia dell’arte, che la parola anglosassone “nightmare” deriva proprio da esperienze simili alle mie: il Mare, nel folklore britannico, era un demone che si manifestava di notte al malcapitato che giacesse in uno stato di paralisi temporanea; a volte, premendo sul suo torace, rischiava di farlo soffocare causandone addirittura la morte. Sebbene gli “Osservatori” non avessero mai fatto nulla del genere su di me, non avevo esitato un istante nell’inquadrarli nella stessa tipologia di “esseri”: Essi erano indubbiamente “demoni  notturni”,”night-mares”, e dunque, sebbene inconsapevolmente, a ragion veduta parlò mia madre con l’ingenuo desiderio di tranquillizzarmi! Anche questa scoperta, per inciso, non servì a nulla: mia madre, fossilizzata sulla sua opinione preveduta per più di dieci anni, affermò che ciò non prova nulla: che il Fuseli probabilmente, come tutti i pittori europei di epoca decadente, non era altro che un oppiomane che trasponeva su tela le sue visioni allucinate; si premurò anche di sottolineare come le figure dipinte dal pittore non ricordassero nemmeno lontanamente quelle che io “affermavo mi facessero visita” durante l’infanzia, essendo piuttosto rappresentati come cavalli fantasma e demonietti infernali, ben diversi dai miei “incappucciati oscuri”. In più aggiunse che in “tali cialtronerie” credeva tutt’al più la bisnonna Bertha, considerata dalla famiglia alla stregua di una ‘pecora nera’ con qualche rotella fuori posto. Aveva sempre vissuto nella sua abitazione fuori dal centro urbano, a mezz’ora di distanza a piedi, nel fitto della boscaglia; anche in seguito al decesso del marito e al trasferimento dei figli nella comunità urbana, continuò la sua vita come sempre, sebbene in solitudine. Si dice che avesse origini teutoniche, e che sapesse usare le erbe come medicinali. Ma tali dicerie, com’è prevedibile, non vennero considerate dai miei genitori che assurde farneticazioni: essi si limitavano a constatare che la vecchia nonna Bertha “non ci stava con la testa”.
Ad ogni modo, quella fu l’ultima volta che parlai a mia madre di tali argomenti; per quanto riguarda mio padre, egli aveva lasciato questa terra già da un paio d’anni — e, comunque, nemmeno lui aveva mai dato àdito a tali mie congetture, vedendovi solo l’immaginazione troppo fervida di un bambino solo, senza fratelli o sorelle.

Marco Maculotti

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