Giocattoli (parte 2/2) – un racconto di Giulio Armeni

[…]

Io ciavevo un sogno. 

Con questo incipit, ancora una volta gratuito, pornografico, Mario s’avvicina a uno scaffale e afferra la confezione d’una delle sue creature. Il sogno in questione non può essere riportato in discorso diretto – sebbene guadagnerebbe in sintesi – perché un po’ troppo ad alta concentrazione. Va diluito in perifrasi: il suo sogno era – e ciò sottintende che vi ha rinunciato? O che lo ha realizzato? O il realizzarlo l’ha fatto appassire? – unire sodomia e minzione in un solo atto, un solo istante, un solo luogo.

Questo è Pisellin-Pipì e l’ho fatto io. – e dopo avermi descritto i tanti, frustranti tentativi di compiere il suddetto atto senza l’aiuto di Pisellin-Pipì, me ne spiega il funzionamento: è un fallo vitreo, trasparente, agile ma possente, che si applica come una sorta di preservativo rigido, e lo si lega ai fianchi tramite una cinghia. Ora, la sua rigidità consente la penetrazione, ma al contempo il glande presenta un forellino sulla sommità, e me lo indica col dito, da cui, attraverso un tubicino discreto, l’orina può fluire a valle, verso il suo luogo naturale.

Guardo Mario: tiene gli occhiali sulla fronte, mentre mi spiega le varie componenti, quasi fosse la sorpresina dell’ovetto kinder. Eppure Pisellin-Pipì è un’opera d’ingegneria idraulica che mi suscita inquietudine e ammirazione, degna di un Dottor Faustus che si spinge laddove la natura umana ha chiaramente posto un limite; al contempo, quella perversione così potente da portar Mario a isolarsi tra i giocattoli, e smarrirsi nel labirinto dei suoi desideri, sembra una cosa piccola, un gingillo che può stargli in un palmo di mano. Eppure è per Pisellin-Pipì che Mario ha perso la sua famiglia. Forse non è stato il solo internet a rovinarlo.

A me pure i ladri m’hanno rovinato… – continua Mario, dopo aver riposto Pisellin-Pipì, e avvicinandosi al bancone.

Serio? Pure qua vengono i ladri?

Eh! Pure più d’una volta. – afferra Nerone per riporlo nella confezione. – E so pure chi è stato. – e di fronte alla mia aria interrogativa, aggiunge: – Qua se conoscemo tutti… – e Nerone rotea assieme alla sua mano, generando uno spostamento d’aria. – Ma tanto un giorno… – e mentre resta per un attimo fermo, brandendo Nerone, mi tornano alla mente quei vividissimi versi dei canti di Priapo, “Questa trave entrerà nella pancia del ladro fino alle budella”.

– … tanto un giorno me ne vado in Brasile.

Le mie domande sul Brasile hanno come effetto quella di fargli scordare la riposizione di Nerone, che Mario continua a far volteggiare, mentre mi racconta la sua elezione del Sudamerica a terra promessa. Dice che in Brasile andrebbe a stare da un suo amico di vecchia data, un amico transessuale già inserito in una serie d’attività. Quale tipo di attività, mi domando io, legali o meno? E in che senso “un amico”? Un collega? Un compagno d’avventure? Un ex / una ex? Cosa vuol dire “amico” per una persona come Mario, i cui orizzonti s’allargano ogni giorno, fino a sparire come cerchi nell’acqua?

Ma perché proprio il Brasile? – insisto io.

Perché lì è diverso.

Forse il Brasile è la casa sull’albero dove giocare tutto il giorno, è il ruscello ogni mattina in cui sciacquarsi la faccia, la foresta dove ascoltare il cinguettio degli uccelli. Gli faranno imbarcare Nerone, in aeroporto? La vedo già, la sua famiglia del Mulino Bianco, lui che si sveglia e il trans che gli porta a letto ananas, mango e papaya, con quell’aria gibbonesca, così simile ai gibboni con cui è cresciuto da ragazzino. Una routine della perversione, un’invenzione continua. Una trama inconsueta, un finale inaspettato. Giocare, giocare, giocare…

Voi vedè la vorta che l’ho usato? – taglia corto Mario, indicandomi Nerone.

– … e fammi vedere.

Tira fuori lo smartphone. Scrolla la galleria, fino ad aprire una foto in particolare. La prospettiva è, ovviamente, quella sua. Della signora si vede solo questo culo molto bianco, quasi perlaceo, che fa maggior contrasto col colore di Nerone, come se ce ne fosse bisogno. Il materasso posa direttamente su un pavimento di legno, e immagino siano le travi del soppalco. Non contento, Mario decide di ingrandire coi pollici – non mollando comunque la sua verga, è costretto a tenerla addossata al cellulare. Mentre lo zoom mette in risalto alcuni brufoletti sulla pelle, Mario sembra scusarsi per il fatto d’esserlo riuscito a infilare giusto fino a un certo punto. Per un attimo ho nella mente questo flash di lui, lì, nudo, ginocchioni, col cellulare in mano a immortalare questa bandiera piantata sulla sua Luna. Per la prima volta percepisco Mario come viscido.

Papà…?

La stridula voce femminile ha sulla mano di Mario, quella che regge il cellulare, l’effetto d’una scossa elettrica.

OH! Melissa…!

Una gnappetta sui trenta, sopracciglia disegnate e viso grazioso, ma collo taurino come quello di Mario, tiene la mano a un ragazzo alto e secco come un torsolo, stempiato, due occhi sottili, quasi a mandorla, strizzati in un volto ipergentile.

Ti disturbo? – sembra studiarmi e esser messa a disagio da me, quando lei sta costeggiando lo scaffale dei gatti a nove code.

No, no, macché disturbi… – Mario, d’istinto, si protende in avanti, ma accorgendosi d’avere ancora Nerone in mano lo posa frettolosamente sul bancone, ma questo rotola per un po’ e si schianta a terra con un tonfo secco.

– … posso andare a vedere di sopra? – azzardo io, e Mario annuisce rapido come il frullo d’ali d’un colibrì, emettendo un verso sibilante. Mentre i gradini scricchiolano sotto le mie scarpe, intravedo con la coda dell’occhio Mario e i due ospiti avvicinarsi a distanza di bacio.

Sono nella camera da letto, che contiene a malapena un materasso a una piazza e mezzo, direttamente adagiato sulle travi. Le lenzuola grigie sono una palla al centro del letto. Lo riconosco, è il set del culo bianco visto prima. Nel brusio proveniente dal piano di sotto, cerco di soffermarmi con lo sguardo su qualche particolare, ma la stanza è spoglia. Un lunotto opaco fa penetrare un po’ di luce, a illuminare, a fianco del materasso, una di quelle scatole da cui estrarre fazzoletti uno alla volta. È tutto essenziale come la cella d’un monaco masturbante. Non sapendo come ingannare il tempo, mi ci corico e prendo a fissare il soffitto. Il vociare sotto le travi mi culla, come quando sapevo che i grandi restavano svegli di là.

La porta sbattuta mi fa riaprire gli occhi. I passi pesanti di Mario fanno guaire le scale.

Mario è ai piedi del letto, mi guarda e tiene Nerone in mano. Non so perché, deve averlo raccolto da terra appena i ragazzi sono andati, e ora lo stringe come un orsacchiotto. Sembra un bimbo che entra in camera dei genitori dopo aver fatto un brutto sogno. Alzo il busto e mi tiro su le lenzuola, d’istinto. Mario non dice niente, si china e mi si siede accanto.

Era Melissa. – m’informa, come se non avessi assistito alla scena. Si mette Nerone tra le ginocchia, e ci adagia su la fronte, meditativo. – È la prima volta che viene qqqqui… – e scoppia a piangere. Gli occhi strizzati, già puntiformi, vengono inghiottiti dalle rughe. Prende a battere lentamente la fronte su Nerone, col muco che ne lubrifica già il tronco. Pesco subito un fazzoletto dalla scatola, e glielo passo.

Dice… dice che voleva tojersi ‘sta curiosità… e… già che c’era m’ha presentato er fidanzato. Se chiama… se chiama… nun me ricordo come cazzo se chiama, stavo troppo emozionato… grazie – si soffia il naso – dice… dice pure che se sposano, st’estate. Pure se dovevo annà in Brasile…

Vabbè, ma rimanda il Brasile. – oso io, pescando un altro fazzoletto – ci vai d’autunno, che tanto là il tempo è sempre bello…

Ma sì sì, rimando, certo. Se lei è entrata qua, a me me toccherà pure entrà in una chiesa, no? – ridacchia, e col fazzoletto prende quasi a trapanarsi gli occhi. – Ha pure comprato un articolo! – conclude.

Cos’ha preso?

Un paio di manette col pellicciotto fucsia. So’ popo contento.

Non te l’aspettavi, eh?

Forse… forse mpo’ me l’aspettavo. – riflette, col fazzoletto ancora in mano. – ma nun te so dì perché. – e dopo aver lanciato uno sguardo materno a Nerone, gli dà una lenta e pensosa lucidata.

*** Fine ***

Giulio Armeni

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