Genesi 3.0, di Angelo Calvisi – una recensione di Michelangelo Franchini

Neo edizioni colpisce ancora. I lettori più affezionati non rimarranno sorpresi, mentre per gli ultimi arrivati sarà difficile orientarsi, dovendo prima confrontarsi con quella sensazione di formicolante straniamento all’impatto con una scrittura che non offre punti di riferimento. Manca la mimesi, manca il riconoscimento. Se però con Vinpeel degli orizzonti questo stesso effetto era ottenuto con la sgargiante surrealtà palesata più o meno da subito, qui siamo più vicini a un grottesco quale quello di Cometa, la cui terrificante – e magnifica, s’intende – scena iniziale bastava per trasportare il lettore in un punto di vista deviato da cui è il mondo come lo conosciamo ad apparire trasformato.

La capacità di riuscire a distorcere, senza artifici della prosa, è quanto mai lodevole, e stavolta ancora di più, dato che sfocia in una distopia sottesa, una grande devastazione avvenuta fuori scena, di cui avvertiamo solo vaghi riferimenti e inferenze, piazzate come indizi. Una strategia raffinata, beckettiana, che riesce a tenere vigile il lettore mentre si addentra nei racconti di zoofilia e violenza del protagonista, picaresco antieroe di questo mondo distrutto, vessato dalla figura maggiormente assimilabile a un’autorità, il Polacco – quasi appiattito nel ruolo di padre-padrone sfruttatore, simbolo del potere nella sua problematica ambivalenza (è anche un eroe di guerra), sullo sfondo di una società alienantemente nuova e tuttavia quasi riconoscibile, nei propri tratti più grotteschi, in un tentativo di esacerbare una materia già esistente.

Toni che spaziano dal fiabesco all’onirico e giocano con l’imprevedibilità di tali generi, che diventa un efficace artificio per oltrepassare ogni cliché, ogni struttura preesistente, avventurandosi nella costruzione fine a sé stessa, che si autogenera col peregrinare del protagonista – un incubo a occhi aperti che tuttavia nasconde complessità ben più solide della semplice volontà di inventare-per-inventare – mi riferisco al discorso della suora sulla merda e su ciò che la merda potrebbe effettivamente significare.

Difficile esaurire il libro all’interno delle definizioni di satira e parodia, accostandolo – per affinità narrative – alla grande letteratura distopica; invece bisognerebbe tener conto dell’ermetismo estremo della scrittura che, nel sottrarsi a ogni vera spiegazione, c’impedisce di mettere a fuoco il cuore pulsante della storia, che non può quindi essere risolta in un banale riassunto delle vicende allegorizzate, proprio perché – qui è la vera forza del libro – le stesse si sottraggono alla facile interpretazione, ritratte in una prosa kafkianamente claustrofobica, in cui il segno non rimanda ad altro che sé stesso, e il sogno inquieto non è quindi riducibile.

Niente male, non c’è che dire.

Michelangelo Franchini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *