Fiore di legno (parte 2/2) – un racconto di Nicola Esposito

Continua da qui

Il mattino dopo lui si svegliò solo, di fronte a un mare e a un cielo grigi. Soffiava un vento freddo. Si aggirò per la spiaggia come un pazzo. Il solito scemo lo indicò ridacchiando e disse che quello s’era fatto un’altra damigiana di vino.

Adesso, quelli che andavano a portargli il tavolino rotto, a chiedergli la tinozza nuova, restavano fuori della bottega, nessuno si tratteneva più con lui, come una volta, a parlare. Ogni tanto ci andava anche un ragazzo, il fruttivendolo, a scambiare un po’ di frutta in cambio di uno di quei fiori di legno che alla sua bella piacevano molto.

Intanto, la bella non tornava. Senza di lei ogni intaglio era un’amarezza, uno sfregio, e un petalo sgraziato, tra uno sbozzo di sedia e un altro di madia, era già tanto.

Qualche volta il falegname se ne andava in riva al mare, ma ora, oltre a guardare le alghe morte sulla riva, non faceva molto. Dov’era il pianto di bonaccia, il grande maestrale che l’avrebbe riportata vicino a lui?

Erano passati mesi, quando la rivide. Una mattina, in fondo a un vicolo del paese, sotto un’edicola votiva, la bella posava per un pittore. Faceva la smorfiosa, rideva come ubriaca. Il falegname restò fermo, a fissarla. Fremeva. Subito lei gli si avvicinò. Si fissavano negli occhi. Poi lui disse, la voce bassa, tremolante: – Cosa mi avevi detto?

Lei lo guardava, sorrideva, con quel suo sorriso.

Che schifo – disse lui, e si allontanò a passi rapidi e lei lo seguì e come gli sfiorò la mano lui le gettò uno schiaffo. Lei arretrò piano, lui si girò e proseguì per un po’ e tornò indietro di corsa. – Scusa – gridò, e cominciò a brancolare per i vicoli. Dove sei, dove sei, diceva affannato. Scusami!

I paesani lo guardarono male, scossero la testa. Come s’era ridotto, per quella.

A quel punto il falegname sbottò: – Che volete? Schifosi! – gridò. Gridava, volgendosi attorno: – Vigliacchi! È colpa vostra! È colpa vostra se non vuole restare, se ci mette tanto a tornare!

Gli altri lo fissarono, questo stranito, quello con un risolino, prima di tornare alle proprie faccende. Qualcuno fece una pernacchia.

Passarono gli anni, che per lui furono un solo lunghissimo corteo funebre. A volte gli pareva di averla sentita, nascosta tra i fiori, ballare ai battiti e ai trilli di un tamburello, ridere dietro la finestra. Balzava in piedi, si fermava e si slanciava e si fermava di nuovo.

È lei… – diceva, e subito dopo restava fermo, gli occhi vitrei, e sospirando chinava il capo.

E un giorno prese ad angosciarlo, a tormentarlo la sensazione che quella bellezza, il cui solo odore, il cui tocco di dita o sorriso lo allietava più di ogni altra cosa – quella bellezza non sarebbe più tornata. No, non doveva pensarci. Avrebbe chiuso la bocca al silenzio di lei con i suoi fiori di legno. La freddezza della distanza sofferta li avrebbe resi tutti piccoli, malriusciti, appassiti? Non importava, lui ne avrebbe fatto un talamo. Sì, un segno e una promessa di amore, per lei, per loro, così che il suo ritorno sarebbe stata la festa più grande. Lei sarebbe tornata, prima o poi, e la fedeltà e la passione di lui l’avrebbero convinta a restare al suo fianco… Un po’ di più, almeno.

Ma al centesimo fiorellino smorto, al millesimo petalo avvizzito, gettò il coltello per terra e uscì dalla bottega a gran passi. Sarebbe partito. Basta, sì, l’avrebbe cercata, anche in capo al mondo! Domandò a un gruppo di pescatori se volevano dargli una mano. Facciamo una barca, disse loro, una che sappia attraversare il mare più grande, il più profondo, e andiamo a prenderla! Tutti insieme ce l’avrebbero fatta, forse, o almeno in quel modo non l’avrebbe sentita più così distante… Ma quelli non sapevano di che parlava o si facevano una sghignazzata: – Campa ancora, quella? Non la vedo da un po’! Tutta ‘sta fatica, per quella? A te è già partita la testa!

Il falegname insistette, li pregò, li avrebbe ripagati, ma quelli non avevano niente da spartire, con un povero matto. Se ne tornasse a fare i suoi fiori di legno.

Il vecchio cordaio gli disse di lasciarli perdere. I pescatori di oggi era già tanto se sapevano mettere nel secchiello quel pesciolino che a volte il mare gli gettava. Gli gridò che continuasse a cercarla e si facesse forza!

Era notte e c’era il temporale, quando la bella tornò a trovarlo. E se ne andò poco dopo, e tornò e sparì molte volte ancora.

Ormai erano una manciata, quelli che andavano alla bottega. Passandovi vicino, alcuni ragazzini avevano preso da un po’ a gridare sconcezze, su lui e quella, e più volte un ubriacone scagliò una bottiglia di birra contro la porta. Un giorno una vecchia lo maledisse, perché le aveva detto che seggiole non ne faceva più e le aveva sbattuto la porta in faccia. Continuava ad aprirla solo al fruttivendolo, per prendere quel poco di frutta che gli portava. Ora il ragazzo diceva che quello faceva paura, pallido pallido, magro come un chiodo, e aveva occhi mai visti prima. E poi la porta non l’aprì nemmeno a lui. Allora il ragazzo bussò e tese l’orecchio e aspettò un poco. Tornò qualche tempo dopo e bussò forte e chiamò il falegname a voce alta e, passata una settimana, fece lo stesso, prima di chiedere ai passanti di dargli una mano a capire che fine aveva fatto, quel matto. Dopo un po’ forzarono la porta della bottega.

Lì dentro, sembrava che fossero passati mille autunni e mille primavere. Una calma, un pianto di bonaccia risposava nell’aria, vi fremeva una furia di grande maestrale.

Dappertutto c’erano petali e boccioli appena schiusi e fiori, di legno. Erano fiori piccoli e grandi, vizzi e pieni di rigoglio, simili a margherite e a dir poco bizzarri, contorti e affusolati, e mostruosi, bocche squarciate da urli, e sorridenti, e bellissimi, uccelli dalle ali spiegate. Spuntavano fin tra le fessure dell’assito, soli, o ne sprizzavano a ciuffi, pendevano a grappoli e trame scompigliate, dal soffitto e sulle pareti, o vi si arrampicavano, lunghe mani tese verso un cielo lontano. E chi li osservava scopriva altri fiori, riposti dietro una piega di sepalo o tra uno stame e l’altro, e fra questi ne scorgeva altri, e altri ancora, a mille a mille, prima di smarrirsi nell’ombra di complessi intrichi, profondi intrecci, labirinti di fiori.

Era tutto uno strazio di sogni.

Alcuni si smarrirono, tra quei fiori, e allo scemo, che se ne stava fermo, sbigottito, adesso pareva di sentirlo, il loro odore. Poi, a chi domandò dov’era finito il falegname, qualcuno disse di averlo visto. Era l’alba di qualche giorno prima, quando, appena fuori del paese, aveva cacciato un sacco di pezzi di legno e il coltello nella sua vecchia macchina, vi era salito e via, chissà dove. Pareva proprio un malandato, un povero espatriato.

In realtà, il falegname era salito, sì, ma sopra un fiore, un fiore grande, vivido e odoroso, che lo avvolgeva con i suoi petali. E già da un po’. Era salpato per un lungo viaggio. E remava, nel mare più profondo, tra le bonacce e i maestrali più grandi. La bella ne sembrava incantata, e ora più spesso e più a lungo gli faceva compagnia. Lo allietava con canti deliziosi, adagiata su un petalo, lo spingeva tra le onde inquiete, e vi nuotavano e gridavano inebriati. Per giorni interi parlavano o sorridendo si fissavano in silenzio, e bisticciavano e si sussurravano dolci lusinghe, e ragionavano gravemente e sognavano. Ogni tanto approdavano a un’isola lontana, che li rapiva. E a un tratto lei sprofondava in qualche abisso o spiccava un volo distante, sopra il mare, prima di tornare da lui. E il fiore si nutriva di ogni goccia di quella straordinaria passione, diventando sempre più grande e più bello.

*

Queste parole, lo so, non sono che una tenue emanazione – un’altra, l’ultima delle tante passate delle nostre storie – del racconto che ci siamo detti l’ultima volta che ti ho rivisto. Come quello, esse sono radicate nel brulichio e lungo intreccio dei nostri accordi e fraintendimenti, domande e risposte, ricordi e sogni e altre storie, e spunti paesani – intreccio, lo sai bene, di frequente interrotto e, a volte nello stesso giorno, altre dopo settimane, ripreso. Sai anche quanto mi sono affannato a cercare di ridurre le distanze tra noi.

Tu viaggi spesso, o, meglio, questo m’è sembrato che avessi detto quando ti ho chiesto dove sparivi, ogni volta. Ti ho domandato anche dove abiti, se hai una casa in paese, un lavoro, e il nome, che mi dicessi almeno quello, e le risposte sono state sempre le stesse: non hai battuto ciglio, come se non mi avessi sentito, oppure hai guardato altrove, o me, e hai sorriso. Lo fai spesso.

A molte altre mie domande non hai risposto e più di una volta ti sei allontanata senza salutarmi, da un momento all’altro, scomparendo dietro l’angolo di un vicolo solitario, di corsa e ridendo, o silenziosa, fra il chiasso dei paesani.

Forse”, hai detto una volta, dopo che ti ho chiesto: “Ti rivedrò, domani?”

A più di qualcuno ho domandato se ne sapeva niente, di te. Una sera mi sono fermato all’osteria a bere un bicchiere di buon vino. C’era aria di festa, calorosa, familiare, e dopo un po’ eccoti, sorridente, bellissima, che sbocci in mezzo a un crocchio di paesani allegri. Ricordi? Hai fatto la giravolta con uno, hai riso con un altro e ti sei seduta accanto a me. Abbiamo parlato a lungo, e più volte il locandiere ci ha versato il vino. Quando, qualche tempo dopo, gli ho domandato se si ricordava di te, mi ha guardato perplesso e riprendendo a pulire il bancone ha schioccato la lingua, ha scosso la testa.

E ricordi quel freddo pomeriggio, d’autunno, quando vicino allo spiazzo di fronte alla chiesa, attirati dall’odore di castagne arrostite, ci siamo fermati per scaldarci al loro calore? Poi ci sono tornato, lì, e ho chiesto al caldarrostaio se ti conosceva, e gli si è raggrinzita la fronte, ci ha pensato un po’ e ha detto di no. Allora una donna di mezz’età, che aspettava il suo cartoccio di castagne, mi ha detto che, forse, se aveva capito bene, sì. Ti aveva incontrato qualche volta, di sfuggita. Un tempo più spesso. “Sa dove sta”, le ho domandato, “da dove viene?”, e ha ridacchiato: “Quella è pazzerella! Va, vieni, come le pare”. Tra le poche chiacchiere, mi ha invitato ad andare a trovarla al bancone della frutta, che da non molto le ha lasciato il padre, il fruttivendolo ormai vecchio. Magari, ti avrei incontrata proprio lì.

Quanto, quanto mi sono domandato perché affannarmi ad attenderti e cercarti, se tu sei come un vento… Ai motivi che conosci voglio aggiungere questo: la sensazione che quell’affanno accresca la meraviglia suscitata dai tuoi ravvicinamenti. È ciò che mi è sembrato chiaramente l’ultima volta che ci siamo rivisti, qualche giorno fa, proprio lì, vicino alla bottega. Ed è stato allora che passeggiando, al solito, sognanti, ridenti, col nostro modo di intenderci abbiamo ripreso a parlare del fiore di legno e l’abbiamo sentito fiorire in un racconto che ci ha meravigliati. Un bel fiore. E giunti all’ombra di un archetto ti sei fermata e mi hai guardato negli occhi, sorridendo, e mi hai fatto una carezza e ti sei voltata, e ti ho detto di aspettare, di restare, ancora un po’, e mi hai sorriso, con quel tuo sorriso, prima di allontanarti…

Ogni tanto, te lo confesso non senza vergogna, quando resti distante per molto tempo e mi assale lo sconforto, mi capita ancora di dirmi che sei solo un’eccentrica, una pazza. E basta il tuo odore, un tuo sorriso, a ricordarmi che sei lei, la mia bella. Dirò meglio: sei il piacere più grande.

La tua aria, ora malinconica, ora spensierata, saggia, ingenua, schiva, e selvaggia, e capricciosa, non so, non so, un buon impasto di contrasti, ombre, luci e mille sfumature, e sempre piena di stupore, è il più dolce incenso, il ciceone più potente, filtro di mille mandragole.

Il tuo modo di esprimerti mi carezza i sensi, punge, solletica, bagna, attizza, è boccone di polpo, vino, odore di terra bagnata e rari oli bruciati, suono di arpa, strepito di cembali, tuono.

Non c’è niente che desideri quanto starti vicino e sognare, tra sguardi silenziosi e risate, le nostre storie, storie di sposine e streghe, santi e farabutti, pescatori e poeti, in cui c’è sempre qualcuna che ti assomiglia, e ripeterle, le nostre storie, e ripeterle, cercando di capirci al meglio, e farle fiorire.

Tu mi ritempri lo spirito, lo rinfranchi, lo innalzi.

Prima mi sono seduto in riva al mare, davanti alla muraglia. Sentivo, sento ancora fresco l’odore del nostro ultimo fiore. Allora ho voluto afferrarne un po’, senza sciuparlo troppo, senza straziarlo, con la mia penna rozza e un paio di fogli, e farne un altro, di fiore, e offrirlo a te. Spero che non ti stranisca troppo e che lo apprezzi almeno come segno di fervida fedeltà.

Ecco ciò che più del resto mi premeva dirti, ciò che non ti ho mai detto prima: ne farò tanti, di fiori, tanti, distante da te e vicino a te, ne sarà cosparsa la nostra passione. Consapevole che non c’è niente, niente che possa allietarmi e appagarmi più della tua compagnia, mi sto sgravando dei tristi affanni, finalmente. Ora potrò tornare più spesso, qui, ad aspettarti, a cercarti, a starti accanto.

Mi dicono che sto impazzendo. Rinunciare a un lavoretto meschino, a uno sputo di paga? Mancare al solito divertimento mondano? Cose da matti! E per cosa? mi chiedono. Gliel’ho spiegato, ma non capiscono, non vogliono capire. Per chi? Per lei, gli ripeto. Mi guardano storto, fanno un risolino. Dove andrai a finire, in mezzo alla strada? Oh, dico, dove lei mi condurrà. E loro: Tu stai impazzendo! E io non mi sono mai sentito così lucido. Pazzia è non adorarti appieno.

Davanti a me c’è un mare mai visto prima, un orizzonte vago.

Nicola Esposito

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *